Ha ancora senso celebrare l’8 marzo? Se lo chiede su ilLibraio.it la scrittrice Rosalba Perrotta, secondo cui "la società è mutata, le famiglie si sono trasformate, ma i modelli culturali tendono a persistere..."

“Giornata della donna? La parità è stata raggiunta. Ormai siete libere, lavorate e fate carriera, che volete di più!”. C’è la tendenza a dare per scontato che le discriminazioni siano superate, e che non abbia più senso parlarne. A cambiare, però, sono state le cose più visibili, quelle che più colpiscono l’attenzione: molte difficoltà rimangono, e in certi casi si sono addirittura aggravate.

Dal 1945 le donne votano, dal 1963 possono diventare giudici, oggi quasi tutte (crisi permettendo) lavorano fuori di casa e riescono a mantenersi da sole… In confronto a cento anni fa, sono conquiste che abbagliano! Ma lo scintillio in superficie non deve impedirci di scorgere la realtà che sta sotto: per raggiungere la parità, c’è ancora molto da fare.

La presenza femminile, ormai diffusa in tutti gli ambiti, si concentra particolarmente nei lavori che, per l’impegno orario, si conciliano meglio con il ruolo familiare (ad esempio l’insegnante), e nelle professioni considerate “femminili” (assistente sociale, estetista, infermiera, pediatra).

Vi è, inoltre, il cosiddetto “soffitto di cristallo”: le donne non fanno carriera, o comunque fanno meno carriera degli uomini. Una barriera invisibile arresta la loro ascesa: la maternità, la cura della casa, la tendenza a essere poco competitive, da una parte, la diffidenza degli uomini nei loro confronti e la solidarietà maschile dall’altra, contribuiscono a bloccarle.

Solo poche raggiungono posizioni elevate: le donne rettore, ad esempio, sono rare. Per quanto riguarda la letteratura, poi, i romanzi delle scrittrici tendono ad apparire di serie b. Vengono spesso etichettati, con una certa sufficienza, come “romanzi rosa”, chick lit, libri da ombrellone…

Accanto al diritto di lavorare fuori, le donne hanno mantenuto l’obbligo di lavorare in casa. Oltre che segretarie, commesse, impiegate di call center e benzinaie, devono continuare a essere angeli del focolare, mammine deliziose e cuoche sopraffine: all’autonomia economica si associa il cosiddetto “doppio ruolo”, con la fatica e i sensi di colpa che questo comporta. Uno spot pubblicitario, anni fa, mostrava un’insegnante che, nel bel mezzo della lezione, vedeva materializzarsi nell’aula il cesto con la biancheria da stirare.

Accanto a wonder women che si barcamenano con capacità funamboliche tra casa e lavoro, abbiamo poi uomini orgogliosi di non saper cuocere neppure un uovo. O che, nei casi più fortunati, riescono al massimo a “dare una mano”. Uomini che considerano la loro incapacità un privilegio anziché un handicap, e rimangono paralizzati quando manca una donna che si occupi di loro..

La società è mutata, le famiglie si sono trasformate, ma i modelli culturali tendono a persistere. Un padre che accudisca i propri figli viene definito ironicamente “mammo”, nonostante il prendersi cura sia una capacità di cui tutti gli esseri umani sono potenzialmente dotati. La netta divisione dei compiti in “maschili” e “femminili” ha come conseguenza disagi gravi quando nella famiglia uno dei due ruoli venga a mancare.

Negli ultimi anni, le donne hanno sviluppato qualità e competenze tradizionalmente definite “maschili” quali coraggio, iniziativa e impegno in attività esterne: pilotano aerei, fanno le manager, le chirurghe, le poliziotte, le tassiste… Gli uomini, invece, sono rimasti fermi. Considererebbero contro natura studiare danza classica, o stendere il bucato, o attaccarsi un bottone. E piangere resta per loro un tabù. Si esauriscono nel lavoro, nella competitività e nei conflitti (da quelli più banali, tra automobilisti, alla guerra), reprimendo le loro capacità espressive e artistiche, fedeli a uno stereotipo che li mutila di una parte di sé e li costringe a essere, come dice Carla Ravaioli, “Maschio per obbligo”.

Per ottenere che le donne non siano più “Il secondo sesso”, quali le definiva Simone de Beauvoir, c’è ancora molta strada da percorrere. E bisogna anche impegnarsi per liberare gli uomini dal modello “maschile”tradizionale. Le due cose procedono insieme.

Ma come fare? Nel suo studio Dalla parte delle bambine, Elena Gianini Belotti mette in luce il fatto che i bambini sono preparati ai loro ruoli di genere sin dai primi giorni di vita; nel Secondo sesso, Simone de Beauvoir ci mostra che “Donne non si nasce, lo si diventa”: se vogliamo favorire l’emergere di modelli diversi, dobbiamo modificare il processo di socializzazione.

È necessario che famiglia, scuola e mass media stimolino, fin dai primi anni, lo spirito critico, e propongano attività ludiche, discorsi, racconti, in contrasto con gli antichi cliché: gli stessi giochi, quindi, per bambini e bambine, e una riflessione sui rischi delle principesse che aspettano il principe azzurro.

Le donne hanno percorso un tratto di strada per riscattare la parte di sé amputata dalla storia e dalla cultura, un cammino analogo anche per gli uomini favorirebbe una parità effettiva e darebbe l’avvio a relazioni più piacevoli e più giuste.

Ha ancora senso celebrare l’otto marzo? Sì, se costituisce un invito ad andare avanti.  E per quanto riguarda le mimose: cerchiamo di non farne scempio.

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L’AUTRICE E IL LIBRO –  L’Uroboro di corallo ha per  protagonista Anastasia, una donna all’antica, insicura e addolorata dalla morte del marito, che vive quasi come una colpa, fermando la propria vita in attesa di un suo improbabile ritorno. Può un’eredità imprevista cambiare la sua vita non più giovanissima? Quando consiste di una spilla di corallo a forma di Uroboro si, può. L’opportunità si presenta sotto forma dell’eredità ricevuta dall’amante del nonno: un palazzetto nella zona malfamata di Catania e qualche cianfrusaglia, tra cui la spilla, dotata di un supposto potere magico. Intorno ad Anastasia una galleria di personaggi esuberanti: la figlia Nuvola dai capelli viola, la figlia Doriana alle prese con gioie e dolori dell’adulterio, il notaio-cuoco Matteo e il cavalier Santospirito, che le tenta tutte pur di impossessarsi della magica spilla. Infine c’è Igor, primo amore di Anastasia, e chiave di volta per l’avvenire del cambiamento. Tinto di caldi colori mediterranei L’Uroboro di corallo è un romanzo in cui l’ironia e la fiducia nel cambiamento prendono svolte impreviste. Ambientato in Sicilia, il romanzo cerca di offrire un’immagine genuina della realtà dell’isola, prendendo le distanze dagli stereotipi e restituendo un ritratto autentico di una realtà quotidiana, seguendo il filo conduttore del cambiamento, della voglia di cambiare e di procedere.

Rosalba Perrotta vive a San Gregorio, un piccolo paese ai piedi dell’Etna. È sposata e ha un figlio, Stefano. Ha insegnato Sociologia all’Università di Catania e nel 2013 ha pubblicato All’ombra dei fiori di jacaranda, edito da Salani.

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