Dalle banche d'affari alla letteratura, fino alla tv: in libreria arriva "La fine del tempo", il sequel de "I Diavoli", da cui Sky ha tratto una serie con Patrick Dempsey. ilLibraio.it ha intervistato l'autore, Guido Maria Brera: "Il nuovo libro? Non è contro la tecnologia, ma contro un certo modo di fare impresa rapace e aggressiva, anche lavorando sottocosto pur di distruggere la concorrenza". E ancora: "È un romanzo introspettivo, è stato doloroso scriverlo ed è una scommessa che ho temuto di perdere..."

La prima notizia è che Guido Maria Brera è uno scrittore. Non un esperto di finanza prestato al gioco della scrittura: il suo La fine del tempo, uscito il 20 febbraio per La Nave di Teseo (casa editrice che ha contribuito a fondare) è l’opera di un romanziere, padrone di stili diversi alternati in una trama fitta e credibile che affonda nei meandri della finanza, degli interessi, e dell’animo luciferino di chi d’interessi si nutre.

Un racconto complesso: la struttura di un thriller che parte dall’attualità e arriva a scavare nell’antropologia, usando la metafora potente della memoria come identità, del senso di sé che si perde, quando viene meno il ricordo. Il filo si dipana a partire dal ricordo che inizia ad abbandonare il professor Philip Wade, protagonista insieme a Massimo Ruggero e a Dominic Morgan già del romanzo d’esordio I Diavoli, uscito nel 2014, da cui è tratta una serie interpretata da Alessandro Borghi, Patrick Dempsey e Kasia Smutniak, in onda su Sky in aprile.

guido maria brera la fine del tempo

Brera, partiamo da qui: esperto di finanza, scrittore, e ora sceneggiatore. Cosa s’aspetta dalla serie?
“Sono tre passaggi importanti, concatenati. I Diavoli è un’opera prima, ci ho messo molto cuore. La serie è stata un’operazione complicata ed entusiasmante: non è cosa facile essere accolti in modo aperto da un team di sceneggiatori importanti. Sky e Lux, poi, hanno fatto il massimo perché questo prodotto folle riuscisse come volevamo, con la fortuna di avere un cast eccezionale. La fine del tempo è uno spin off de I Diavoli, ma tenta di virare verso la letteratura, uscendo dall’esigenza di raccontare il mondo della finanza per raccontare quegli uomini che chiamiamo diavoli. Il tentativo è di entrare dentro il personaggio, nell’essere. È un romanzo introspettivo, quasi filosofico, è stato doloroso scriverlo ed è una scommessa che ho temuto di perdere: spostarmi da un libro popolare a uno più intimista è impegnativo, per me e per il lettore”. 

Gli speculatori sono descritti nel libro come dipendenti non dalla cocaina, ma dalla banconota con cui la tirano su. È questo lo scenario umano dell’alta finanza?
“Quello della finanza è un mondo allargato. Ci circonda come l’acqua: di troppa acqua si muore, ma anche di poca. È un elemento insito alla vita: porta soldi a chi ha idee. Ho voluto scavare dentro i personaggi perché ho attraversato anch’io il mio deserto, mi sono trovato senz’acqua. È quasi più autobiografico del primo. Racconta il diluvio di cartamoneta reso necessario da errori politici lontani nel tempo, quando ci siamo illusi che l’uomo potesse risolversi i problemi in autonomia: fu necessario come una cura cortisonica, ma è durato troppo, non per colpa dei banchieri centrali ma per l’assenza della politica che, non intervenendo, ha lasciato alla finanza un ruolo politico. Questo ha drogato l’economia, per poi trovare la tecnologia, sposando la quale ha creato un nuovo organismo vivente, la tecnofinanza, che vedi tutti i giorni: nei rider, negli affitti volatili delle case, nelle imposizioni della tecnologia e del digitale sulle nostre vite. Questa è la novità del libro”.

La finanza digitale crea una nuova povertà, nuove catene per stringere le differenze sociali?
“Esatto. Massimo, uno dei protagonisti, definisce San Francisco un presagio dell’avvenire, dove gli homeless sono a contatto con i miliardari, perché queste tecnologie sono pura estrazione di valore. Nella Silicon Valley, dove più si sono accentrate le ricchezze, ci sono più fratture sociali: chi intercetta la vena aurifera può pagare prezzi folli per ogni cosa, chi non può permetterselo è un escluso. Non è un testo contro la tecnologia, ma contro un certo modo di fare impresa rapace e aggressiva, anche lavorando sottocosto pur di distruggere la concorrenza. Disruptive può essere una nuova tecnologia, come Tesla. Ma poi ci sono altre tecnologie, che semplicemente outsourceano i diritti sociali in capo al lavoratore stesso, eliminandoli, così battono la concorrenza. Terribile”.

Il racconto da insider ha avuto un costo sulla carriera nella finanza?
“No: è una cosa alta, la vedono tutti. Non mi interessava fare una critica della finanza, anzi sono sempre disturbato da chi vede la finanza con un’accezione negativa. È l’uomo che ci sta dietro che magari muove le cose in maniera sbagliata. Ho solo raccontato un dispositivo di controllo delle vite umane che inerzialmente si è venuto a creare”.

Con quali conseguenze?
“I grandi cambiamenti avvengono per forza o per amore. Mi auguro che avvengano per amore, cioè che ci si accorga che sono stati fatti degli errori e si corra ai ripari prima che emergano con forza. Racconto sei mesi di rivolte, dai gilet gialli in poi: è tutto molto complesso, richiede onestà intellettuale e sforzo per comprenderlo, per forse risolverlo”.

Ci riusciremo?
“In chiusura scrivo che è la vita che cura la vita. Devo crederlo”.

Cosa l’ha spinta verso la scrittura?
“Ho una cultura umanistica, la scrittura è parte di me. Aver poi fondato il collettivo di scrittura idiavoli mi ha aiutato, perché a scrivere si impara, anche leggendo. Fare finanza vuol dire essere contemporanei: il primo passaggio nei due lavori è uguale, poi si coniuga in investimenti o in idee. Io ho sempre dovuto navigare in un mare diverso, ho dovuto capire prima degli altri quando il vento cambiava, perché non avevo la capacità degli altri di oppormi a un vento contrario: la mia debolezza è diventata la mia forza, dovevo stare un passo avanti. Questo passo avanti ti viene voglia di raccontarlo. La voglia di leggere il contemporaneo per farti un’idea ce l’hai in finanza e poi puoi coniugarla nel racconto, che ora è la mia passione primaria”.

Allora ci aspettiamo il terzo.
“Questo è stato molto faticoso, non credo di aver dentro un terzo libro”.

Ma non si sa mai.
“Non si sa mai”.

 

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