È in un’atmosfera sospesa che si compie la storia de “La fine dell’estate” di Serena Patrignanelli: l’atmosfera dell’avventura, nelle giornate assolate a cui dare un senso con missioni e alleanze, per non cadere nella noia senza forma di giorni che si assomigliano tutti. È una storia di giochi, di corse nei prati, di segreti, per due ragazzini che trovano una Millecento abbandonata tra le erbacce…

In un paese senza identità, il Quartiere è il territorio dei ragazzini, da giugno fino alle prime piogge, fino alla fine dell’estate. C’è la guerra da qualche parte, lontano da loro; è una guerra che non ha nome, come la può vedere un undicenne, un conflitto che si conosce solo perché si ha sempre fame e cibo non ce n’è, e perché restano solo le donne.

Gli uomini sono pochi e vengono portati via, lasciando le case vuote, e le mogli indaffarate per riempire di qualche attività quei silenzi. Non passano le macchine, non ci sono tram, i tombini vengono chiusi e non ci si può calare di sotto a giocare. Una guerra a misura di ragazzi.

La fine dell’estate Serena Patrignanelli

È in un’atmosfera sospesa che si compie la storia de La fine dell’estate di Serena Patrignanelli (NN): l’atmosfera dell’avventura, nelle giornate assolate a cui dare un senso con missioni e alleanze, per non cadere nella noia senza forma di giorni che si assomigliano tutti. Nuovi arrivi, figure che si intravedono dalle finestre di casa, bimbette nervose, e poi lo choc di un soldato morto vicino alla marrana, il rumore di una mitragliatrice, un gioco di spie, che, si sa, scrivono per lo più su quaderni a quadretti. E l’appartenenza, come componente della giovinezza e dell’estate stessa: “lo scopo reale era esserci, e vedere che anche gli altri erano presenti”.

Basta l’idea di una macchina per inventarsi dei viaggi, tanto poi si torna, e per sentirsi grandi, come quelli che se ne vanno, o che fanno affari, cercando da mangiare, diventando eroi del Quartiere. Pietro e Augusto sono amici e complici e insieme scoprono il mondo, a modo loro, sapendo che è naturale stare insieme, e cercare una macchina tra le erbacce. 

È una storia di giochi, di corse nei prati, di avventure e di segreti per i due ragazzini che trovano davvero una Millecento abbandonata e pensano di trasformarla, un motore a gasogeno perché la benzina non c’è: sembra facile e sembra un gioco da giocare insieme. Ma si intromettono Sorchelettrica, la prostituta più famosa del quartiere e Ottavio il pappone che capisce la meccanica e allestisce un’officina.

Ci sono sogni da inseguire e da ricordare la mattina per fermarli, come ha insegnato a fare il papà di Augusto, una ginnastica mentale mattutina che lo ha cresciuto nella sensibilità e delicatezza d’animo. Un cuore pronto all’emozione del primo amore, quando nel Quartiere arriva Semiramide, un nome troppo grande per un corpo da adolescente, la pelle bianca che mette in confusione i pensieri.

Da giugno alle piogge: in un’estate di formazione si conosce anche il tradimento, e la paura che porta al dubbio sul futuro, alla consapevolezza che ciò che è finito non ritorna e lascia un vuoto che diventa normalità e un turbamento che sa di disillusione. 

“Magari, pensava, d’ora in poi sarebbe andata così, che ogni giorno bisognava dire addio a qualche cosa”.

C’è un’atmosfera sfumata nelle pagine di Serena Patrignanelli, quasi irreale come la realtà quando diventa memoria, come una fotografia un po’ sfuocata nella quale due bambini hanno le fattezze di due adulti alla deriva, che si amano e si odiano in maniera viscerale e nascondono un segreto.

Il suo è un universo di ragazzini che giocano in mezzo alle rovine degli adulti, e mantengono lo stupore della prima volta, del primo dolore, della prima sbornia: ragazzini che razziano le case abbandonate e inventano filastrocche, affondano le dita in un cassetto di viti, come fanno i bimbi, spaventati dal buio ma attratti dal corpo acerbo di una giovane, senza sapere bene che fare.

“Il passato, qualunque passato, apparteneva agli altri, aveva la forma che gli era stata impressa dalle azioni e dagli errori di altri, che erano venuti prima e avevano avuto la loro occasione”.

“Il passato non era il loro territorio. Per loro c’era il presente”.

La fine dell’estate ha la grazia di una scrittura delicata e restituisce un’emozione sincera che non conosce tempi né stagioni, propria di chi non ha dimenticato la purezza della gioventù e lascia in chi legge un senso di dolcezza affettuosa e malinconica.

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