Nel libro "Alla fonte delle parole" Andrea Marcolongo offre novantanove etimologie su cui riflettere: oltre all'aspetto linguistico in sé, le parole sono un'occasione per avanzare osservazioni sul presente, sulla letteratura, sull'arte e anche sulla vita, poiché la lingua che parliamo ogni giorno riflette chi siamo

“Senza parole, siamo elisi dalla realtà”: fin dalle prime pagine di Alla fonte delle parole, il nuovo saggio di Andrea Marcolongo (Mondadori), scopriamo il forte legame tra le parole e la nostra vita reale. Chi pensa che le parole siano solo utili strumenti per farsi capire nell’immediato, perde il piacere del viaggio che Marcolongo ha preparato per noi: un percorso attraverso novantanove etimologie che, come si legge nel sottotitolo, “ci parlano di noi”. In che senso? “La lingua che parliamo, quella che abbiamo appreso fin dalla nostra infanzia e che da secoli qualcuno ha parlato prima di noi, serve a esprimere noi stessi in quanto esseri umani. Può essere più o meno in salute, rigogliosa. Se invece è appassita, scarna e bisognosa di ossigeno e cura, anche il nostro pensiero e la nostra vita quotidiana lo saranno altrettanto” (p. 8).

In ognuna delle tappe, al di là dell’etimologia e delle varie filiazioni che hanno portato a questo o a quell’esito nell’italiano dell’uso, Marcolongo (nella foto di Paola Colaiocco, ndrlascia che le parole diventino un pretesto per riflettere sul nostro presente, talvolta criticando anche amaramente lo stato delle cose. A volte usiamo parole con leggerezza, senza sapere la bellezza o la profondità del loro significato originario o di certe vicinanze.

Andrea Marcolongo

Conoscete davvero la differenza tra odiare e detestare? Sapete che passione e pazienza sono “imparentate”? O che l’italiano felice deriva dalla stessa radice verbale indoeuropea *fē- di fecundus, che significa “fertile”, “produttivo”? O che delicatezza e delizia significano entrambe “attrarre a sé”, non con la forma ma con il piacere?

In altri casi, trascuriamo che un determinato lemma abbia attraversato un cammino che dalla radice indoeuropea ha portato a esiti in tutte le lingue neolatine, ed è affascinante scoprire, in presenza di una biforcazione, quali scelte siano state compiute di volta in volta. Un esempio? Amare (da cui deriva anche la parola amico) si diffonde in tutte le lingue europee, eppure erano i poeti latini a scegliere la formula amo te, intensa ed erotica; le persone comuni avrebbero scelto diligo te, ovvero “ti scelgo”, ugualmente pieno di senso. E la parola innamorare, spesso abusata, racchiude in sé la preposizione in (complemento illativo), che in linguistica indica l’entrata. E dunque, come chiosa Marcolongo, “ecco il senso preciso di innamorarsi: viaggio, tensione verso l’altro e insieme permesso di entrare in noi” (p. 59).

A questo tipo di annotazioni più tecniche, spesso Marcolongo intreccia le proprie preferenze (“in italiano si dice fiducia. Io preferisco invece la voce medievale fidanza”, p. 199) o tessere della propria vita ed esperienze vissute (leggendo il libro di seguito e non pescando qua e là, si comprende il vissuto complesso di chi ha attraversato momenti difficili, di sofferenza e di solitudine). E sono le parole stesse dell’autrice a giustificare questa scelta, ovvero quella di un’opera ibrida, o meglio di un lessico intriso di autobiografia: “Il vocabolario è identico per tutti, ma ciascuno dà forma (o silenzio) a irripetibile modo suo. Sono le nostre, le parole che servono per uscire dalla gabbia della solitudine” (p. 86). Ecco, dunque, che anche per la scelta delle novantanove parole da trattare Marcolongo ha seguìto lo stesso criterio, ovvero quello della spontaneità (parola-chiave del libro) con cui le parole le si sono offerte: “Lo ammetto, non avevo né piani né scalette, solo sentimenti acquarellati dai nomi dei colori greci che nessuno ha mai saputo come tradurre” (p. 73), che danno il nome alle sezioni del libro.

Oltre all’esperienza personale dell’autrice, nel libro riecheggiano anche suggestioni letterarie e artistiche: la parola cielo, ad esempio, suscita un ricordo personale della giovane Marcolongo-lettrice, ovvero la vicenda di Richard Bach e del suo Gabbiano Jonathan Livingstone. O ancora, Quasimodo, Leopardi, Omero, Dante, Yourcenar sono solo alcuni dei tantissimi nomi che popolano le pagine dell’opera, non solo a sostegno delle argomentazioni di Marcolongo, ma anche come amati testimoni del lessico in esame. Ecco dunque un’ulteriore testimonianza del criterio soggettivo con cui la studiosa ha portato avanti la propria scelta dei lemmi, ricordandoci, al termine dell’opera, che “l’etimo di una parola, una volta compreso, sarà per sempre nostro – mai si potrà barattare o ingannare”, con la consapevolezza che “lo specchio della lingua che utilizziamo riflette solo e soltanto noi” (p. 277).

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