"Nel fuoco ho trovato i 'no' che non sapevo dire, gli istanti di emancipazione di chi sa che deve salvarsi da solo e amarsi più di ogni altro... (...). Nel fuoco sono libera...". La scrittrice Maura Chiulli racconta su ilLibraio.it il legame tra la sua passione per la scrittura e la fascinazione per le fiamme (lei che, tra le altre cose, fa la mangiafuoco, come confermano le immagini): "Ogni volta, prima di sedermi a scrivere, provo lo stesso terrore che sento quando accendo i miei strumenti infuocati..."

Il fuoco e la parola

“Anch’io voglio tutte le sbandate/ essere viva fino allo scortico/ essere tavolo pietra bestiale essere/ bucare la vita coi morsi/ infilare le mani in suo pulsare/ di vita scavare la vita scrostarla/ sfondarla spericolarla battermi con lei fino/ ai suoi sigilli”, questi versi di Mariangela Gualtieri raccontano il mio fuoco, che si accende nel sangue e pare volersi raggrumare tutto nella bocca dello stomaco, sull’orlo, per fluire, magma di me, sulla strada, negli occhi di un bambino, nella fiamma riflessa nei denti di chi è lì, a un passo da me, vicinissimo eppure impotente.

Nel fuoco ho trovato i “no” che non sapevo dire, gli istanti di emancipazione di chi sa che deve salvarsi da solo e amarsi più di ogni altro, ascoltarsi come se ogni movimento fosse un lievissimo rigurgito di parole irripetibili. Nel fuoco sono libera, ardo, mi consumo e mi rigenero, mi accarezzo con tutto ciò che voglio dimenticare o che fa male, mi governo e mi svelo, fatta di sola pelle e occhi, lingua e respiro.

Chiulli Maura
Ma il fuoco non è solo fiamma. Prima, è stato parola scritta. Poi verità e solo da pochi anni, il gioco difficile del bagliore che scalda, del petrolio, della musica, dei passi, dei muscoli che si spiegano, come soldati, per difendermi la pelle. Ogni volta, prima di sedermi a scrivere, provo lo stesso terrore che sento quando accendo i miei strumenti infuocati.

Forse uno scrittore è un mangiafuoco e non lo sa, fino a quando non incontra la fiamma. Prima affidavo tutto alla penna: torture e redenzioni. Prima, la voce rotta degli ultimi la raccontavo solo qui, su un foglio bianco. Oggi posso ardere il dolore per strada, posso danzare sulle serrature del cuore, pestarle, forzarle e sputarle bruciate fuori dalla mia bocca, che sopporta ogni giorno di più. Che governa il male come fosse un diavolo.

Ero una bambina quando ho capito quanto infallibile fosse la scrittura come strumento per catturare e imprimere la memoria. Volevo ricordare, prima che raccontare. Volevo esplorare, prima che dimenticare. Volevo che il presente fosse il pavimento che proteggeva dall’abisso. Sentivo di voler dare al futuro un letto sul quale scivolare la sera. E la parola incisa diventò (e fu tutto inconsapevole: un movimento compulsivo, obbligato) la soluzione alla mia ambizione primitiva. Le parole mi insegnarono che il caos non era solo angoscia, che si poteva sopravvivere felici alla molteplicità, che si doveva scegliere per esistere. Tuttavia, al mio corpo, a quel perimetro olivastro, che avevo cercato di immaginare come porto per un immenso veliero, come luogo impolverato per clessidre, rondini, baci e pugnali, sentivo di non aver offerto alcuna possibilità. Lo avevo chiuso in se stesso, murato vivo nella sua pelle.

Un giorno di ottobre (ne ricordo il freddo pungente), per strada, ho conosciuto un mangiafuoco e ho capito che senza quell’esperienza neppure la mia penna sarebbe cresciuta. Ero ferma, raggomitolata in un corpo che non avevo mai conosciuto, ma che era il mio.

L’esercizio mi raccontò le infinite possibilità della mia carne, le sue forme, le sue resistenze. “La vita ha bisogno di un corpo per essere”. Imparai che il petto non era il luogo dove nascondere l’angoscia, che tanto rosicchiava, spostava, ingoiava. Cominciai a percorrermi millimetro dopo millimetro, cominciai a dare un nome a questa carne, che avevo voluto consumare, assottigliare e che ora nutrivo, ridisegnavo, accarezzavo.

Iniziai, finalmente, a sentirmi capace di essere e di transitare, cominciai a seguire l’alternarsi di albe e tramonti come non avevo mai saputo fare prima e arrivò, come un meteorite, l’idea di scrivere Dieci Giorni, il mio ultimo romanzo, pubblicato da Hacca Edizioni. Lo scrissi tutto d’un fiato: per mesi le parole vennero a strapparmi dal sonno per portarmi al “Fire”, il locale in cui si esibiva Miss J, una delle protagoniste. Arrivai a primavera stremata: per la prima volta stavo scrivendo per vivere le paure e non per evitarle. In quel locale sudicio, che pullulava di ossessioni e di feticci, c’erano storie che dovevano intrecciarsi. Il fuoco, pagina dopo pagina, purificava ogni cosa, anche la più fosca. Tommaso, che si era voluto sempre solo, decise di darsi una possibilità e da quel bozzolo nero di Miss J nacque Gina. Forse di Lulù non resterà che l’immagine plumbea di un corpo ustionato e a metà tra un uomo e una donna, ma io non dimenticherò il dolore paralizzante di una persona che sceglie solo di dimenticare. In questo romanzo ho sentito la mia penna incendiarsi, sudare, rincorrendo corpi distrutti e svuotati dalla colpa, dal tempo immobile, dalla resa. Consapevolezza, martirio, speranza e disordine: con Dieci Giorni ho voluto sentire e bruciare, dare un nome a verità oscene, che solo i corpi vuoti sanno ospitare.
E oggi so che la scrittura mi ha dato un tempo, il presente, e che il fuoco mi ha dato un corpo, il mio.

L’AUTRICE – Maura Chiulli, nata a Pescara nel 1981, a 18 anni si trasferisce a Roma, dove si laurea in Economia aziendale, mentre lavora al suo primo romanzo. L’economia politica è il suo ponte con la realtà. Esordisce con il romanzo Piacere Maria (Editrice Socialmente, Bologna, 2010), cui seguiranno Maledetti Froci & Maledette Lesbiche (Castelvecchi, 2011) e Out. La discriminazione degli omosessuali (Editori Internazionali Riuniti, 2012). Scrittrice e performer, a poco più di vent’anni inizia a interessarsi alla body art di Gina Pane e alla performance art di Marina Abramovic, ma l’incontro migliore della sua vita è con il fuoco. Ardere la strada, l’aria, la pelle per bruciare confini e portare vita, questo fa una mangiafuoco. Nel suo ultimo romanzo, Dieci giorni (Hacca), sono i corpi i protagonisti di una storia, che si apre e si chiude nel tempo di dieci giorni. E sono i corpi a raccontare i carnefici e le vittime, e a mostrarci – per quanto annullati e camuffati – che le colpe, certe colpe, non si possono cancellare.

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