Dal film "Fuocoammare" al libro "L'ottico di Lampedusa", la rappresentazione letteraria e cinematografica di una tragica realtà che tocca tutti, la stessa metafora per una lezione universale...

Un bambino gioca con la fionda nella natura selvaggia e incontaminata dell’isola, finge di sparare a obiettivi lontani nell’orizzonte blu che lo circonda. Fuocoammare, film/documento di Gianfranco Rosi candidato all’Oscar, racconta il dramma dell’immigrazione anche e soprattutto attraverso lo sguardo mirato di questo ragazzino che, apprendiamo presto da una visita oculistica, ha un “occhio pigro”, e dunque è costretto a indossare una benda sull’occhio “buono” (ottica ed etica si confondono) per poter esercitare la sua vista difettosa e non farsi vincere dalla tentazione spontanea di chiudere il lato visivo debole. In questo punto di vista innocente, carente e asimmetrico, e nella pedagogia del vedere, nella cura dello sguardo che ne consegue come via possibile per una guarigione, è racchiusa la metafora più evidente del film di Rosi, che ci invita ad allenare innanzitutto i nostri occhi pigri, e a rimettere a fuoco quello che siamo troppo indolenti o timorosi per vedere.

Fa riflettere che in un romanzo ispirato a una storia vera, in uscita in questi giorni in Italia, L’ottico di Lampedusa (Salani), la reporter di guerra inglese Emma-Jane Kirby sviluppi, sempre a partire da una testimonianza concreta di quello che sta avvenendo sulla frontiera dell’immigrazione dell’isola di Lampedusa (rifacendosi al racconto di un ottico che ha vissuto in prima persona un salvataggio in mare), una metafora analoga all’accidia dello sguardo diagnosticata e medicata nella pellicola di Rosi.

L’ottico, infatti, da “sempre affascinato dal senso della vista, da come e cosa la gente vede”, migrato da Napoli nell’isola siciliana più vicina all’Africa, con prefigurante coincidenza di chi è stato anche lui un tempo in cerca di un’esistenza nuova, vive la sua vita schermata e sicura nel negozio e fra le mura domestiche (spazi contigui). Riservato, prudente, parsimonioso, disciplinato e abitudinario, l’ottico è un napoletano, contro ogni cliché, preciso e sempre sotto controllo, lavoratore indefesso, geloso della privacy famigliare, abituato a guardare il mondo attraverso le lenti protettive della cortesia e della distanza professionale. Così decide un giorno, assecondando l’atavica passione per il mare (“al mare era davvero grato”, “nuotare in autunno era come rinascere”, il mare “ti faceva vedere le cose con più chiarezza, forse in modo più positivo”), di prendersi un paio di giorni di vacanza, e fare una tranquilla gita in barca con famigliari e amici.

Ma nella pace di quella bellezza senza tempo, improvviso irrompe un grido, scambiato inizialmente per quello dei gabbiani, ma che, in una tragica, inesorabile e angosciante messa a fuoco (che dall’udire passa per tutto lo sforzo del vedere), si rivela provenire dai corpi di migranti in mare dopo un naufragio (“musica di morte: il canto funebre di chi annega”). Il racconto di questa esperienza di salvataggio disperato, 47 salvati e centinaia di sommersi, segna indelebilmente la vita dell’equipaggio di otto persone. Allo sguardo distratto a assente (“li vedevo tutti i giorni, e tuttavia non li vedevo”) si sostituisce un appello interiore alla responsabilità ineludibile (dei singoli, ma anche del Paese e dell’Europa), ché “lo avevano guardato negli occhi e avevano scelto di vivere”.


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Quest’incontro traumatizzante e vivificante insieme, momento di morte (per troppi) e occasione di rinascita (per pochissimi), costituisce per l’uomo e i suoi compagni una potente rigenerazione dello sguardo che, entrando in contatto con l’altro non più ridotto a numero o banalizzato dalla distanza della cronaca (il romanzo-verità della Kirby mette in guardia dal rischio insito nella sua stessa scelta, onesta ma non immune da trappole etiche ed estetiche: “ridurre un dramma a una storia”), ritrova la sua identità di uomo, guardandolo in faccia, toccandolo, salvandolo: entrando in un contatto profondo che somiglia a una genitorialità acquisita, forse reciproca, operando un’apertura esperienziale e coraggiosa dello sguardo (“aveva iniziato a vedere”) che somiglia a una vera e propria venuta al mondo, rinuncia a quella realtà difesa e ovattata che accumuna noi indigeni dell’isola Occidente, e il nostro limitato campo visivo. E se anche il “mondo da miope era più delicato, forme senza spigoli”, solo attraverso questa messa a fuoco brutale e non mediata è possibile per il protagonista fare “l’esperienza più intensa della sua vita”. Come se la soluzione fosse a portata di mano, in fondo, oltre quelle lenti interiori che ci proteggono e ci tengono a distanza: “entrare in contatto con gli altri”. Una lezione sempre più necessaria.


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