Chi non è mai stato così incauto e fantasioso da infilarsi – magari per noia, magari per curiosità, o per l'incapacità di resistere alla tentazione di un piccolo dolore – nelle spire della gelosia retrospettiva? Poche passioni sanno essere tanto crudeli... Su ilLibraio.it la riflessione della scrittrice Ilaria Gaspari

ENIGMI DELLA GELOSIA

Chi non è mai stato così incauto e fantasioso da infilarsi – magari per noia, magari per curiosità, o per l’incapacità di resistere alla tentazione di un piccolo dolore – nelle spire della gelosia retrospettiva? Poche passioni sanno essere tanto crudeli; ma di una crudeltà così sofisticata e struggente da avere, a tratti, un’ambigua dolcezza tormentosa, un languore esasperante e piacevole. Difficile, quasi impossibile non caderci; e allora, perché sforzarsi di resisterle? La gelosia retrospettiva è, a prima vista, un dolore perfettamente inutile: ma la sua inutilità racchiude un segreto.

La gelosia. Una passione inconfessabile

In un libro colto e appassionato (uscito per Laterza nella traduzione di Carlo de Nonno), La gelosia. Una passione inconfessabile, che fra i suoi meriti ha quello di affrontare finalmente senza moralismi il tema della sofferenza del geloso, Giulia Sissa riprende una massima di La Rochefoucauld: “Ci si vergogna di confessare che si prova gelosia, ma ci si vanta di averne provata e di essere capaci di provarne”. È  vero: ammettere la propria gelosia nel presente richiede uno sforzo estremo e doloroso. Sissa imputa questa vergogna della gelosia a una sorta di stigma sociale. Ma, come spesso succede, anche dalla condanna sociale della gelosia è sorta una rivendicazione estetizzante di quello stesso atteggiamento; per esempio, se è vero che essere sinceri della propria gelosia è difficile, è vero anche che esiste una maniera di definirsi e rappresentarsi passionali proprio perché capaci di gelosia. Nel libro di Sissa questa rivendicazione apertamente abbracciata dall’autrice si trasforma in una sorta di atteggiamento mimetico che le permette di decifrare la gelosia dichiarandosi gelosa. Ammettere di essere gelosi è certo uno sfregio (e spesso, per questo, anche un fregio) della propria identità sociale; ma esserlo è anche, e soprattutto, una sofferenza. Per questo è più facile parlarne attraverso una maschera, in maniera non del tutto sincera. Come di tutte le cose che fanno soffrire, e che è bello ricordare dopo, quando sono passate, quando sono finite, con il sollievo di un pericolo scampato.

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C’è un’altra sfumatura di gelosia, però, che sfugge alle dicotomie – fra presente e passato, fra compiacimento e pudore – perché si abbarbica al terreno vertiginoso e indescrivibile delle ipotesi paradossali, dove ci si può crogiolare nel dolore dolce delle possibilità inesplose. È la gelosia retrospettivaforse la forma più letteraria che la gelosia può assumere. La gelosia al presente è legata al desiderio del desiderio dell’altro, nel momento in cui lo vediamo vagare per il mondo, cercare un oggetto che, se non siamo noi, ci farà infuriare. Quella retrospettiva è un distillato raffinatissimo di questo filtro d’amore. Perché riguarda il passato della persona amata: spesso, la sua vita prima di conoscerci. È una fantasticheria in cui noi siamo presenti e assenti nello stesso tempo – crudele proprio come fantasticare sulla propria morte. Un esercizio di puro narcisismo, che trionfa nel sacrificarsi.

Rebecca, la prima moglie
Un’immagine dal film “Rebecca, la prima moglie”, diretto nel 1940 da diretto da Alfred Hitchcock

La gelosia retrospettiva (quando è pura gelosia e non quel tormentoso senso di inadeguatezza noto con il nome di Sindrome di Rebecca, tanto letterario da prendere il nome dal romanzo splendido di Daphne du Maurier – quando, cioè, la prepotenza prevale sulla rassegnazione, se così si può dire) è quasi un esercizio di stile. Ci rappresentiamo la vita di chi amiamo, com’era prima di noi; come poteva essere quando non la conoscevamo, o se non altro, quando in quella vita non avevamo il ruolo, né la prospettiva, da cui la immaginiamo adesso.

Forse la prima forma di gelosia retrospettiva è quella dei bambini, quando sentono raccontare dei primi tempi dell’amore dei loro genitori. E intuiscono, per la prima volta, la vertigine di un passato in cui loro non c’erano; vedono balenare l’immagine di quelli che sono sempre stati una mamma e un papà, come un ragazzo e una ragazza. Sono buffi e saggi i bambini piccoli, quando di fronte a questa rivelazione, pur di negarla, si tuffano in un turbine di fantasie e racconti assurdi; sostengono di essere stati presenti anche loro, di ricordare benissimo quell’estate a Bologna, e se qualcuno ride e dice ma no, tu dovevi ancora nascere, si arrabbiano moltissimo. Da qualche parte nella mia memoria, c’è una complicata fantasticheria, chissà da quanti anni; ero convinta che prima di venire al mondo, da una qualche stella di quei cosmi infantili in cui i bambini rappresentano se stessi prima di nascere, e insieme tutti quelli che non ci sono più, la mia attività fosse stata, da sempre naturalmente, quella di osservare le vite dei miei genitori, i loro pantaloni a zampa di elefante, i capelli lunghi, i viaggi, le estati, le macchine che li avevano lasciati in panne in mezzo alla campagna. Facevo tesoro di ogni dettaglio cui facessero cenno, dettagli del loro amore raccontati con quella vaghezza con cui le persone che si amano sanno evocare i ricordi che hanno insieme; mi inventavo che fossero ricordi anche miei, e mi arrabbiavo se qualcuno ne rideva.

Quelle fantasticherie illogiche cercavano di saltare un grosso ostacolo: il paradosso della gelosia retrospettiva. Cioè il fatto che questa particolare forma di gelosia, così folle e raffinata, si costringe a un’impresa impossibile: perché per immaginarci l’altro com’era prima, prima che lo conoscessimo, prima che facessimo parte della sua vita, dobbiamo presupporre la rappresentazione che ne abbiamo dopo averlo conosciuto – una rappresentazione che si è costruita, tutta, in rapporto con noi. I bambini lo sanno, che è impossibile uscire dal quadro; e ci si arrabbiano.

Eppure, il dolore di sapere che c’è stato un tempo in cui non facevamo parte della vita di chi amiamo, e di sentire che quella vita non la conosceremo mai davvero; quel dolore che si distilla poco a poco nel sacrificio artificioso della gelosia retrospettiva, apre uno spiraglio allo strano modo che l’amore ha, per offrirci una sua complicata saggezza. Proprio attraverso il dolore di non poter entrare, nell’immagine di quella vita ignota, ma di non poterne nemmeno uscire, ogni volta che la pensiamo.

Ilaria Gaspari - foto di Angelo Palombini
Ilaria Gaspari – foto di Angelo Palombini

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo con Etica dell’Acquario (Voland).
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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