Tutto, si fa, per un romanzo. Lo racconta su ilLibraio.it lo scrittore bolognese, che torna in libreria con il thriller "Gli Annientatori"

Il disco, nella mia testa, partiva in automatico. Ogni volta che una delle mie fidanzate mi convinceva con parole e battiti di ciglia ad affittare un appartamento nuovo, in qualche remota caverna del mio cervello un mangiadischi arancione si attivava, e quel 45 giri di Sergio Endrigo che ascoltavo di continuo da bambino tornava a suonare. Ma in modo un po’ particolare. Cioè, le parole erano quelle che conoscevo, Era una casa / molto carina / senza soffitto / senza cucina eccetera, ma cantate da un coro di bambini fantasma, quasi senza musica, come una ninna nanna infernale. Questo avrebbe dovuto allarmarmi sul passo che stavo per compiere, cioè, iniziare una convivenza, firmare un contratto d’affitto, quelle cose lì. Purtroppo, soggiogato da caratteristiche tipo tacchi, gonne, scollature, derubricavo a fantasia minore quella versione da sabba di Era bella / bella davvero / in via dei Matti / numero zero.

E poi, mi dicevo: va bene, sei andato a vivere con Elena in quell’assurda casa che sembrava una comune, col tipografo potenziale serial killer e la padrona di casa priva di memoria breve e il suo amante barbuto che viveva in roulotte, ma da quell’esperienza ci hai ricavato Cicatrici, no? Tutto, si fa, per un romanzo.

E poi, va bene, Linda ha sbagliato la prima scelta, quando mi ha convinto a prendere quella villa infestata con strani suoni di palla nel corridoio e la vista sui cipressi, ma ci ho ricavato Chi non muore, no? Tutto, si fa, per un romanzo.

In più, al secondo tentativo, Linda sembrava averci azzeccato: quella che stavamo visitando era una graziosa mansarda, luminosa, accogliente, appena fuori dai viali, con tutti i vantaggi del parcheggio oltre le mura di Bologna ma a poca distanza dal centro. A dieci minuti a piedi da Via del Pratello e il suo uragano di locali, a un quarto d’ora dalle Due Torri e da tutte le librerie e i cinema d’essai che ci piacevano.

Il padrone di casa si chiamava Carlo Morsi. Era un simpatico e sorridente signore grassoccio e completamente calvo che ci aveva mostrato i vari spazi della cucina, della camera da letto, dell’ampio salone. E poi aveva aggiunto: per qualunque necessità, comunque, io abito al primo piano, suonate o bussate se avete bisogno di me.

Carlo Morsi. Quello era l’uomo al quale avrei versato seicentocinquanta euro ogni primo del mese, spese condominiali a parte. Io, di quella sistemazione, avevo visto solo i lati positivi: una massiccia libreria già in dotazione, il grande letto matrimoniale, la già nominata collocazione che, tra l’altro, mi avrebbe consentito di andare allo stadio con una passeggiata di venti minuti.

La palazzina aveva tre piani senza ascensore, due appartamenti per piano. Noi eravamo al terzo, e quasi subito ci eravamo imbattuti nei dirimpettai: un’altra coppia, lei marchigiana, lui veneto. Avremmo potuto fare amicizia, pensavamo, organizzare cene.

Le Cose Inquietanti avevano iniziato a manifestarsi poco dopo.

Per esempio, il giorno in cui avevo inserito la targhetta con il mio cognome e quello di Linda nell’apposito spazio accanto al nostro campanello. E avevo dato un’occhiata ai nomi degli altri inquilini.

Accanto alla nostra targhetta c’era quella di BRESSAN-CAPORALETTI, e loro, senza dubbio, erano la giovane coppia.

Il secondo piano vedeva affiancati MORSI L. e BIANCHI-MORSI.

Al primo c’era il nostro padrone di casa MORSI C., insieme a un ING. MORSI senza l’iniziale del nome, ma qualificato per professione.

In pratica, come avevo detto a Linda, noi affittuari vivevamo sopra un’intera famiglia. Nel regno dei Morsi, avevo aggiunto. Lei aveva riso.

Aveva riso meno quand’era stata rimproverata per essere rientrata alle due di notte con i tacchi. Quando aveva iniziato a guardare la tv con le cuffie, timorosa di disturbare i coniugi Bianchi-Morsi, sensibilissimi al rumore. Quando la dirimpettaia era rimasta incinta e i nostri vicini di pianerottolo si erano trasferiti in un appartamento più grande, costringendoci a vivere muro a muro con un’altra erede della dinastia dei Morsi subito arrivata a occupare lo spazio vuoto. Erede neoseparata con tanto di figlio piccolo, al quale era consentito giocare al karaoke alle sei di mattina, o far rimbalzare la palla per diciotto ore di fila contro la parete in comune, o urlare genericamente. Il serafico Carlo Morsi, alle nostre pacate osservazioni, aveva replicato: Eh, che volete farci, è un bambino. E dopo quel momento di rimostranze, avevamo colto sguardi di disapprovazione e odio per le scale, dietro le porte blindate, dietro gli spioncini, mentre scendevamo o salivamo per quei tre piani di forche caudine. Prigionieri del Regno dei Morsi.

Ci scriverò un romanzo, avevo detto, mentre la mia storia con Linda finiva tra le bollette e le beghe di quella mansarda opprimente, bassa e chiassosa e dalle luci sbagliate. Gli Annientatori.

Tutto, si fa, per un romanzo.

Gianluca Morozzi foto di Donata Cucchi
Gianluca Morozzi – foto di Donata Cucchi

L’AUTORE – Gianluca Morozzi è nato nel 1971 a Bologna, dove vive. Musicista, conduttore radiofonico, tiene corsi di scrittura creativa ed è direttore editoriale di Fernandel. Autore di saggi, racconti, graphic novel, tra i suoi numerosi romanzi ricordiamo Blackout, L’era del porco, Chi non muore, Radiomorte, L’Emilia o la dura legge della musica, Lo specchio nero.

In equilibrio tra reale e surreale, ne Gli Annientatori (Tea) Morozzi accompagna i lettori lungo una storia avvincente in cui, a poco a poco, dalle piccole crepe che si aprono in una situazione comune, filtra l’oscurità inquietante che si nasconde dietro la “normalità”.

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