Incontro con Wilbur Smith autore di Alle fonti del Nilo ISBN:9788830420960

È ancora una volta l’Egitto dei Faraoni lo scenario scelto da Wilbur Smith per l’ultimo romanzo, Alle fonti del Nilo. Il mago Taita e l’amico Meren, reduci da un lungo viaggio in terre remote, sono pronti per una nuova avventura. Il rientro in patria non è dei più felici: una pestilenza ha messo in ginocchio la popolazione; un culto immondo si sta diffondendo anche presso i membri della famiglia reale; mentre il Nilo, venerato come un Dio, è ridotto a un misero e maleodorante pantano. Quale terribile maledizione si è abbattuta sul suolo egiziano? Spetterà a Taita e a un manipolo di coraggiosi guerrieri risalire l’intero corso del fiume – tra imboscate, animali feroci e insidie di ogni genere – per venire a capo del mistero. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

D. La magia è uno dei tratti essenziali della cultura africana e dei suoi libri, tuttavia in quest’ultimo romanzo i motivi fantastici ed esoterici sembrano avere un rilievo del tutto particolare. È d’accordo?

R. Ho sempre fatto ricorso ad elementi soprannaturali. Il titolo originale di uno dei romanzi del ciclo egizio, Figli del Nilo, era non a caso Warlock, che significa appunto stregone. Nelle storie di Taita si assiste a un lento, ma costante sviluppo delle sue arti magiche. In questo episodio l’incontro con una potente sciamana produrrà l’apertura del terzo occhio. Alle fonti del Nilo è il libro della piena consapevolezza di Taita, che dispone ormai di poteri immensi. L’accentuazione della dimensione magica va di pari passo con i suoi progressi.

D. Fin dalle prime pagine di Alle fonti del Nilo è facile scegliere per chi parteggiare: tutti seguono con simpatia le gesta di Taita e nessuno prende a cuore le sorti dei seguaci di Eos, che simboleggia la magia nera. Secondo Lei le scelte sono così semplici anche nella vita di tutti i giorni?

R. Tutti noi disponiamo di una capacità di giudizio – chiamiamola pure coscienza – che ci permette di distinguere il bene dal male. Le persone malvagie ignorano del tutto i dettami della coscienza e quando le si incontra non è difficile riconoscerle: Hitler, Stalin o Amin sono l’incarnazione stessa del male. Vi sono poi casi in cui la malvagità non si esprime attraverso uomini di potere, ma con azioni crudeli compiute da gente spinta dalla necessità o dalle circostanze. C’è poi una terza categoria di persone, nella quale rientrano serial killer e pedofili, mosse da gravi disturbi psichici e da impulsi aberranti. Penso che l’uomo medio abbia tutti gli strumenti per valutare se un determinato comportamento è positivo o può giovare soltanto a chi lo mette in atto a discapito di terzi.

D. Il romanzo si apre con una scena che produce subito uno shock: Taita, per raggiungere uno stadio di coscienza superiore, accetta di sottoporsi a una spaventosa tortura. Qual è il suo stato d’animo quando descrive riti tanto crudeli, quasi inaccettabili agli occhi dei lettori moderni?

R. C’è una forte dose di empatia: cerco sempre di immedesimarmi nei miei personaggi. È parte integrante del mio mestiere di scrittore e quando mi sembra di aver ottenuto l’effetto sperato mi sento inebriato, euforico. Se capisco di aver fatto centro e mi rendo conto che un passaggio del libro suscita particolari emozioni, allora è davvero una grande soddisfazione.

D. Il viaggio di Taita e Meren è motivato da una minaccia che incombe sul Nilo, sempre più agonizzante e povero d’acqua. L’emergenza idrica è un tema di scottante attualità: proprio in questi giorni in Italia si è discusso sulle misure da adottare per razionalizzare i consumi in vista di un’estate che si profila torrida. È possibile leggere le sue storie come metafore della nostra epoca o queste interpretazioni a posteriori la disturbano?

R. Quando l’idea del romanzo ha preso forma nella mia mente, ho cominciato a riflettere sulle catastrofi peggiori che possano colpire una nazione. Subito ho pensato ai flagelli biblici, alle piaghe d’Egitto, a quelle calamità capaci di distruggere una civiltà. Il fiume Nilo era la risorsa principale del Paese, il fulcro dell’esistenza di quel popolo. Era logico partire da lì. Credo sia sempre possibile istituire parallelismi tra fiction e realtà. Se un libro è costruito attorno a una catastrofe, il lettore è autorizzato a proiettare la storia in un futuro prossimo o remoto. Io però non ho mai voluto ergermi a predicatore o lanciare moniti. Oggi siamo consapevoli della fragilità del nostro pianeta e di quanto siano limitato le risorse, soprattutto nel caso di combustibili fossili e acqua. Sappiamo che il mondo – così come lo conosciamo – potrebbe scomparire per eccesso di consumi e che la nostra civiltà è in grado di divorare se stessa.

D. Accanto a personaggi noti ai lettori italiani come Taita e l’inseparabile amico Meren, troviamo nuove figure; ad esempio Fenn, una ragazzina intelligente e coraggiosa, che si presenta come la reincarnazione della regina Lostris. Come nasce questo personaggio? Forse dal rimpianto per la dipartita di Lostris in un precedente romanzo?

R. Fenn è un dono del fato, il mantenimento di una vecchia promessa. A Taita era stato profetizzato il ritorno della sua compagna e Lostris torna davvero con le sembianze di una giovinetta piena di vigore e di energia. Forse è soltanto una coincidenza che io abbia trovato da poco una donna non tanto dissimile da Fenn; un caso oppure no: è anche possibile che pensassi un po’ a mia moglie mentre davo vita alla nuova compagna di Taita.

D. Quali insegnamenti può trarre l’uomo di oggi da una civiltà così antica?

R. Abbiamo già ricavato parecchie lezioni utili dalla civiltà egizia. E continuiamo a farlo, più o meno consapevolmente. Possiamo senz’altro considerare gli antichi egizi come i nostri veri antenati; sono stati loro i primi a offrire un contributo fondamentale allo sviluppo dell’umanità; basti pensare alla scrittura, all’arte, alla religione; alle prime forme di governo e ai codici sociali di comportamento; senza dimenticare lo slancio dato alle scienze, alla medicina, alla matematica, all’architettura. In quell’epoca sono state gettate le basi per la moderna civiltà.

D. Abbiamo parlato della componente esoterica, ma nel suo libro vi è una grande attenzione anche per la fisicità dei personaggi. Lei descrive corpi avvinghiati di amanti, corpi di soldati feriti, corpi piegati da malattie e indigenza. Come si rapportavano gli antichi egizi al corpo?

R. Certo erano più vicini alla natura di noi. Se osserviamo gli affreschi delle tombe, incontreremo spesso giovinette seminude. Bisogna anche considerare che la religione che professavano era di tipo animistico. Vedevano Dio dappertutto: nel sole, nella luna, nelle stelle, in ogni manifestazione naturale. Oggi gli islamici considerano il corpo come una vergogna da coprire; sappiamo come le donne vengano coperte da capo a piedi. D’altra parte anche nel nostro mondo occidentale il corpo è un tabù: non vediamo mai – e lo dico con vivo dispiacere – donne che camminano a seno nudo per Via Veneto. Secondo me è un male: mi farebbe molto piacere, forse perché sono più vicino all’antico Egitto che alla nostra Chiesa.

Intervista a cura di Marco Marangon

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