"Griffintown", il romanzo di Marie Hèléne Poitras, è ambientato in una cittadina del far west nord-americano, luogo di saloon e moderni cowboy... - Su ilLibraio.it un capitolo

Canadese di Ottawa ma residente a Montreal, Marie Hèléne Poitras arriva in libreria con il suo nuovo romanzo, il primo a essere tradotto in Italia, Griffintown (La Nuova Frontiera, traduzione di Ilaria Piperno), che le è valso il premio France-Québec.

Griffintown Marie Hélène Poitras

Il romanzo si ambienta nella cittadina di Griffintown, ultima estremità del far west nord-americano, luogo di saloon e cavalli che vanno a costituire una caricatura per turisti, pallida imitazione di quello che, una volta, era il lontano ovest della corsa all’oro. Eppure, a Griffintown, oltre alle attrazioni turistiche, resistono gli ultimi esemplari di una specie umana in via di estinzione: gli ultimi cowboys.

In questo scenario, Billy, lo stalliere, deve controllare quanti cavalli siano sopravvissuti all’inverno e giunti a primavera quando, all’improvviso, il proprietario della scuderia, sparisce nel nulla, lasciando alla mafia campo libero per il controllo del territorio. Nel frattempo Marie, ragazza di provincia amante dei cavalli, si trasferisce in città per cercare lavoro, mentre, in un grande grattacielo di vetro, si parla di abbattere il vecchio quartiere, per farne un un centro abitato di lusso.

Marie Hélène Poitras, giornalista e autrice di Soudain le Minotaure (inedito in Italia, ma è valso all’autrice il premio Anne Hébert), intreccia una storia di moderni cowboy e giovani amori, mafia e mistero, in uno scenario di cavalli e saloon.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto del romanzo:

Nel suo ufficio attiguo alla scuderia, Paul rovista tra le scartoffie imprecando. Dalla città hanno lasciato di nuovo parecchi messaggi, avanzando nuovamente l’offerta di riscattare le loro licenze. L’età dell’oro è finita, lo sanno tutti. Anche se l’attività non è più così redditizia come un tempo, Paul non intende cedere alle pressioni. I nuovi proprietari dei loft e dei condomini di lusso non amano la compagnia dei cocchieri, gli odori che si lasciano dietro, le macchie di urina di cavallo impresse sull’asfalto, i resti di avena che scricchiolano sotto i tacchi delle scarpe tirate a lucido. Ma gli uomini dei cavalli riescono ancora a riempirsi le tasche con i matrimoni. È così che Paul rimpingua le casse mentre i cocchieri se la prendono con i tempi di magra, le fluttuazioni del dollaro americano o con i lavori stradali che complicano le visite guidate e spaventano i cavalli. Guidare un cavallo per il centro storico di Montréal è un’impresa rischiosa.

Un giorno – e questo giorno si avvicina – questa tradizione e ogni lascito di conoscenze dei cocchieri che l’accompagnano scompariranno. La stalla, il mestiere, l’uso dei cavalli da tiro e gli abbeveratoi in città per farli dissetare, i vecchi finimenti, l’arte del tiro: finirà tutto in un museo. Nel frattempo, la leggenda continua sulle cartoline sbiadiate con i passeggeri dall’aria sorpresa, il cocchiere entusiasta vestito con una polo color pesca, i capelli cotonati, una maglia annodata sulle spalle. “Stiamo diventando dei fossili”, pensa Paul mentre infila la corrispondenza tra le lame del tritacarta per ridurla
a brandelli.

Subito dopo lo scioglimento delle nevi, il padrone della proprietà riprende contatto con gli uomini dei cavalli per informarsi su chi torna. Può fare affidamento su una piccola squadra di cocchieri che, anno dopo anno, riesce sempre a tirare avanti fino al termine della stagione morta. Ogni inverno, qualcuno perde la battaglia contro se stesso. Non si chiede mai dov’è finito il Signor Tale, uomo o cavallo. Si prende semplicemente atto che non è più possibile rintracciare l’uno al telefono cellulare o che un nuovo occupante si è impossessato del box dell’altro. A Griffintown non si parla mai dell’inverno, spietato con coloro la cui ombra non apparirà più in lontananza, il cui calpestio di stivali e zoccoli non si udirà più. Non c’è salvezza lontano dalla carrozza.

La fraternità burbera che unisce i cocchieri dura tutta la stagione, per scomparire non appena cadono le prima foglie. Allora la logica del “ciascuno per sé”, del “ciascuno contro di sé” torna a regnare. Nessuno sa cosa ne sarà dei cocchieri oltre i confini della zona, durante la notte, sotto la neve. Stagione crudele e senza pietà, l’inverno dilania loro il corpo, lasciandoli allo sbando, ad arrancare nel fango, tossendo e sputando catarro in attesa che con la primavera torni la speranza. Non si parla degli assenti nel piccolo mondo degli uomini dei cavalli, si auspica il loro ritorno. Poi, la speranza svanisce. Fissano per un attimo la punta degli stivali e poi sollevano il capo con gli occhi socchiusi. E si lasciano accecare dal sole.

(Continua in libreria…)

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