Sergio Garufi dimostra che alcune letture possono avere un effetto dissuasivo sulle aspirazioni letterarie. Mentre altre...

I libri che mi hanno fatto diventare uno scrittore non sono quelli che ho amato di più. Quelli che ho amato di più, i grandi capolavori della letteratura, mi hanno ispirato ammirazione, ma al contempo avevano un effetto dissuasivo sulle mie aspirazioni letterarie. Erano un invito palese a restare un lettore, che in fondo, come sosteneva Borges, non è un declassamento, anzi, perché “leggere è un’attività più civile e intellettuale che scrivere”.

Ricordo un libro comprato a Lisbona, di António Lobo Antunes, che mi catturò subito per il suo ritratto inquietante sulla quarta di copertina, un faccione gonfio, insciarpato e grifagno e perfettamente asimmetrico (torvo a sinistra e costernato a destra). Lo presi al volo e la lettura fu una rivelazione. Cinque coppie di narratori in reciproco controcanto, una per ogni parte dell’opera. Dieci monologhi interiori di altrettanti personaggi le cui vite si intrecciano o si sfiorano bizzarramente, secondo una virtuosistica partitura polifonica: una ragazza diabetica che dorme, per calcolo economico, con un maturo spasimante a cui vieta di toccarla; il padre di lei, un tempo minatore a Johannesburg, ossessionato dalle gallerie e dal volo sotterraneo; un ex agente segreto in disgrazia che vende corsi di ipnotismo per corrispondenza fino a convincersi egli stesso di volare; e ancora una donna, frutto dell’adulterio materno, segregata in soffitta dalla nascita perché nessuno la veda; e infine un ufficiale rivoluzionario arrestato e torturato dalla polizia politica di Salazar che, nell’approssimarsi della morte, crede di intraprendere un viaggio fantastico alla volta della Cina. Il tutto narrato con una prosa lussureggiante, visionaria, barocca e trasparente allo stesso tempo, piena di fado, di ombre, di rancori, di ferite immedicabili e di remote felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come piazze inondate di luce fra le sagome scure dei palazzi; e grida di uccelli, e presagi di altre vite che non arrivano e neppure vanno ma durano come una febbre di vele nel porto di Lisbona e in tutti i porti del mondo, anche quelli che non esistono, soprattutto quelli, e rapinosa poi e gravida di vertigini, crudele e balsamica, col respiro dell’atlantico che preme alla foce del Tago; calda come il fermento della frutta abbandonata sulla tavola nei pomeriggi d’estate e fresca come le lapidi nei cimiteri di campagna. Come poteva, un libro del genere, indurmi a scrivere? Chi era in grado di tenere il filo di tanti discorsi in punta di penna senza mai imbrogliarli, ma tessendoli e dipanandoli e facendone ordito e rendendo a ciascuno di essi giustizia, com’è nell’ordine naturale delle cose (che poi sarebbe il titolo del libro)?

No, meglio limitarsi a leggere, c’è più gusto. Per esempio Rimbaud, che fece sedere la bellezza sulle ginocchia e la trovò amara. Ma non il riformatore della lirica, il veggente, l’alchimista così precoce e decantato. Piuttosto il Rimbaud fuggiasco di Una stagione all’inferno, il Rimbaud sconfitto e negro, il Rimbaud che ricomincia da zero, perché a me piacciono le nespole che danno il meglio di sé e acquistano le ali cadendo, quelle che maturano nel breve spazio fra il ramo e il suolo, che si staccano acerbe, maturano violentemente nel tempo di un respiro e trasmigrano come anime, lasciando sul terreno una poltiglia silenziosa; appunto il suo rifiuto di continuare a scrivere.

Oppure Vergogna di Coetzee, il finale più bello e straziante della storia della letteratura, in cui il protagonista non fa mai ciò che ci si aspetterebbe da lui, eppure ogni sua scelta appare sensata e ragionevole, come quando lascia sopprimere il cane zoppo che amava tanto, lo abbandona al suo destino subito dopo essersi fatto leccare in faccia.

O ancora Terra matta di Vincenzo Rabito, l’autobiografia di un bracciante semianalfabeta nato nel 1899 in un paese in provincia di Siracusa, che dopo una vita “molto travagliata e desprezata”, trascorsa lottando per sopravvivere e affrancarsi dalla miseria attraverso il mattatoio delle due guerre mondiali, il “miserabile deserto” africano dell’impero coloniale, il lavoro col carbone in Germania, il ritorno in Sicilia col miraggio del benessere negli anni del boom economico, negli ultimi anni si chiude in casa e, battagliando con la lingua e con la macchina da scrivere, cerca di lasciare un ricordo di sé, una testimonianza di tutte le peripezie affrontate in giro per il mondo, perché “se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darraccontare”. Ma lo fa senza alcun compiacimento, con una forza espressiva inusitata e la rabbia di chi ha sempre bestemmiato il suo destino infame, di quello che non è lì per chiosare ma per sporgere querela. E difatti lo stile è quello di una denuncia ai carabinieri, in cui “il sotto scritto” dichiara innanzitutto le sue generalità, la residenza e lo stato civile, per poi additare l’unico vero colpevole di tutte le sue disgrazie, quel “Padreterno, che quelle che voglino vivere onestamente in vece di aiutarle li fa morire”. No, i libri che mi hanno diventare uno scrittore erano altri. Fortunatamente. Perché, come diceva qualcuno, il gusto si forma su mille disgusti.

 

*Lo scrittore Sergio Garufi  è in libreria con il romanzo “Il superlativo di amare” (Ponte alle Grazie) e con “Lui sa perché. Fenomenologia dei ringraziamenti letterari” (Isbn edizioni), scritto con Carolina Cutolo

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