La narrazione del nuovo film di Valeria Bruni Tedeschi, “I villeggianti”, si dispiega nella perenne attesa di un ritorno dell’amato, fra talking e stalkling, nelle trame amorose e nelle rese dei conti di una famiglia allargata piena di dialettiche servi padroni, descrivendo lo spazio sospeso e isolato di una lussuosa villa in Costa Azzurra, in cui vengono fuori le reminiscenze delle villeggiature teatrali (da Goldoni a Gorkij, sotto il nume tutelare di Cechov) e si danno appuntamento tantissimi spettri autobiografici… - L'approfondimento

Una citazione del drammaturgo Botho Strauss, maestro di solitudini e indagatore dell’incomunicabilità, sul peso traumatico del divorzio, fra i trapassi concreti e simbolici di un’esistenza, compare in esergo. Uno straordinario e nevrotico prologo a Parigi si apre con la battuta “Ho l’ansia!”, e racconta (appunto) la fine (forse) di una storia d’amore e l’inizio di un’altra storia (questo film), con la regista/attrice che, appena abbandonata, fra negazione e angoscia, prova a spiegare, interrotta da accessi di pianto, alla commissione finanziatrice del film (con il documentarista Frederick Wiseman fra gli altri a giudicarla) la vicenda e il senso di questo soggetto sfocato e rapsodico in tre atti, che si dipanerà a breve davanti ai nostri occhi.

E poi la villeggiatura, che è insieme il corpo film e la scrittura stessa del film (la sceneggiatura e il suo farsi), concepimento e svolgimento, l’impasse di cui è prigioniero. Così la narrazione si dispiega, nella perenne attesa di un ritorno dell’amato, fra talking e stalkling, nelle trame amorose e nelle rese dei conti di una famiglia allargata piena di dialettiche servi padroni, descrivendo, nello stesso tempo, sempre e comunque, lo spazio sospeso e isolato della creazione (sul tavolo originario dei compiti dell’infanzia): una lussuosa villa in Costa Azzurra, in cui vengono fuori le reminiscenze delle villeggiature teatrali (da Goldoni a Gorkij, sotto il nume tutelare di Cechov) e si danno appuntamento tantissimi spettri autobiografici (il fratello morto che le ingiunge di “non girare un film su di lui”, i parenti veri – mamma e zia – che interpretano loro stessi sul set, la necessità continua e ribadita di vampirizzare quello che si conosce da vicino, con tutte le conseguenze e i risentimenti del caso: la rottura con Louis Garrel, la figlia adottiva, vera e nera, la coppia leggermente translata Scamarcio-Golino, la vita privilegiata e smarrita dell’alta borghesia da cui la Bruni Tedeschi viene, e alla quale vuole bene pur non risparmiando uno sguardo ferocemente auto-critico).

E il tutto è attraversato esplicitamente dai modelli cinematografici evidenti quanto ambiziosi: sopra tutti il Renoir di La regola del gioco e, nell’epilogo, una nebbia felliniana che avvolge tutto e tutti in  uno spazio di smarrimento, già visto eppure invisibile.

Ma la presenza ingombrante dei modelli, forse compensata e ribilanciata dall’autobiografismo altrettanto straripante, produce non solo un dramma (o una commedia: come suggerisce la cosceneggiatrice stessa, è solo una questione di quando si taglia la narrazione) sull’isolamento e della solitudine di questa comunità eletta e persa, fuori dal mondo (i cinghiali, il terrorismo, i migranti, le istanze sociali bussano alla porta, cancello o TV, servitù o vicinato, in maniera inattesa), eppure costituisce un ritratto onesto e impietoso della psiche umana, e di una classe sociale, delle sue meschinerie e rivelazioni, e un affresco che, scegliendo di raccontare il mondo che conosce, finisce per essere molto più politico e meno ombelicale di quello che può sembrare in prima battuta.

Sì, perché nell’ansia e nella mancanza di prospettiva nella quale questa élite non sa neppure affogare, ritrae un universo in cui nessuno vuole o riesce ad avere figli (“c’è ancora qualcuno con le mestruazioni in questa casa?”), una comunità (?) atomizzata e sterile, che lavora in vacanza, che non vuole distinguere più destra e sinistra, che non è più toccata dal dolore del mondo, che si diverte con canzoni e citazioni, ma vive in un’illusoria bolla ginfiata di atmosfere nichilistiche.

Ecco, in questo mondo fuori dal mondo, sotto uno sfarzo marcescente, in questo paradisiaco inferno, non è difficile rispecchiare la coscienza evaporante e avvolta da una coltre che la rende sperduta e cieca, in cui l’Occidente non dovrebbe esitare a riconoscere se stesso e il suo divorzio dalla realtà, con una risata amara.

 

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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