Incontro con Santiago Gamboa autore di Vita Felice del giovane Esteban ISBN:8882463656

“Mi ricordo di quando abbiamo avuto notizia del Nobel a Gabriel Garçia Marquez. Stavamo facendo colazione, avevo 16 o 17 anni, mio padre seduto a tavola con le lacrime agli occhi mi disse: ‘Guarda’, mostrandomi le prime pagine del giornale. ‘È qualcosa che non potrò mai dimenticare, perché è la storia del mio paese, ma è anche la mia storia’ ”. Di passi come questo è ricco Vita Felice del giovane Esteban, nuovo romanzo dello scrittore colombiano Santiago Gamboa, e in questo spirito va letta la storia che lo stesso protagonista ci racconta. È la storia di Esteban, un giovane di Bogotà appassionato di letteratura e con una vocazione per la scrittura, che finalmente comincia a scrivere. E lo fa a Parigi. Esteban Hinestroza nasce a Bogotà nel 1965 e in prima persona ci racconta trent’anni vissuti a cavallo tra l’America Latina e l’Europa, sempre con una valigia piena di libri in mano. Ci racconta della sua infanzia, del suo diventare adulto nelle tante vicissitudini vissute dalla sua famiglia, in un mosaico di incontri, di amori, di consapevolezze e di impegno civile. E nelle pagine sfilano, evocati a raccontare se stessi, i volti della sua memoria e della sua vita. Ed è nel piacere di raccontare una storia, che è anche la sua storia, che il protagonista, giunto ormai alle ultime pagine del romanzo, si riscopre finalmente felice. Abbiamo parlato di questo libro con l’autore.

D. Il suo precedente romanzo, Perdere è una questione di metodo, rientra in quella che si definisce letteratura di genere, in quel caso il “giallo”, con Vita Felice del giovane Esteban lei ha invece voluto scrivere una storia autobiografica?

R. Non si tratta di un romanzo autobiografico. Certamente ci sono echi della storia del mio paese, ma direi che è piuttosto la storia di un personaggio per il quale ho utilizzato materia della mia stessa vita. Direi che è l’autobiografia del protagonista che è anche l’io narrante. D’altra parte ci sono stati eventi nel mio paese che non solo mi hanno coinvolto come cittadino, ma hanno inciso fortemente sulla mia formazione e personalità.

D. Il suo libro ha nel titolo stesso la parola felicità. E così la storia narrata dal protagonista dà una certa idea di ciò che in spagnolo si chiama tranquilidad, una sorta di normalità, di quotidianità che apparentemente contrasta con l’immagine convulsa che il suo paese presenta agli occhi del mondo.

R. Vivere in Colombia in quegli anni voleva dire vivere momenti di grande tensione politica, sociale, che ha coinvolto gli individui, le famiglie, l’intera collettività. Tuttavia anche nella guerra ci sono momenti di tranquilidad, e con questo intendo che comunque la vita finisce sempre per imporsi, magari in un quotidiano precario, ma è pur sempre vita.

D. Nel suo romanzo ci sono pagine molto belle, quando il protagonista bambino ricorda le conversazioni dei grandi, la storia di Gambadilegno narrata da mamma o papà a Esteban e Pablo la sera prima di addormentarsi, che magicamente conduce i due bambini alla realtà dei loro sogni. Così le riflessioni di Tono, le lettere di Delia alla cugina, il dolore di Ismael, l’imbarazzo alla vista di Silvia. Esteban è come una spugna che si imbeve degli altri.

R. Il giovane Esteban è un osservatore attento fin da bambino, si nutre delle conversazioni dei genitori, dei colori delle diverse città in cui vive, delle persone e dell’anima di queste stesse che incontra nel corso della vita.

D. Il protagonista è uno studioso di letteratura. Lei ritiene necessario studiare letteratura per poi scrivere?

R. Chi ha studiato letteratura tende a credere che non esista niente di diverso da ciò che ha studiato, tende a vedere soltanto simboli. Ho molti amici che si apprestano a scrivere sapendo già prima che cosa scriveranno, come lo scriveranno, tanto sono imbevuti di teoria. Per questi scrittori è incomprensibile il fatto che qualcuno, nel momento stesso in cui si mette a scrivere, metta da parte la teoria. A me non interessa il “nouveau roman”, a me piace leggere una storia, e mi metto a scrivere quando ne ho una da raccontare.

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