Intervista ad Andrea Vitali autore di Almeno il cappello ISBN:9788811686064

Almeno il cappello ci riporta nel cuore della Bellano degli anni Venti, tra le atmosfere, i personaggi, le trame e i pettegolezzi che i suoi lettori hanno imparato ad amare. Come altri suoi romanzi, anche questo ruota intorno a una ambizione, o forse a un sogno. Nella Figlia del podestà c’era il progetto di collegare la cittadina a Como e Lugano attraverso una regolare linea di idrovolanti; nella Modista l’idea che una boutique potesse portare alla rispettabilità e alla scalata sociale. Questa volta l’eroe della vicenda è il ragionier Onorato Geminazzi, che vuol trasformare la scalcagnata fanfaretta che accoglie i viaggiatori che sbarcano sul molo dal traghetto in una vera banda, un corpo musicale degno di questo nome. Dovrà però districarsi nelle trame e nelle inerzie della politica e della burocrazia, e metter d’accordo il podestà Parpaiola, il segretario comunale Fainetti, il segretario della locale sezione del partito Bongioanni, il parroco e tutti i notabili della zona. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

D. Almeno il cappello: un’altra storia con venature di giallo?

R. No, assolutamente. Magari qualche segreto e magari legato al cappello citato nel titolo ma di giallo non c’è niente. Si tratta piuttosto di un – per me – felice ritorno al fondale degli anni Trenta e di una “indagine“ all’interno di un ambiente molto stimolante della provincia italiana. Quello dei corpi musicali.

D. Quindi è un romanzo in musica ?

R. Sì, una musica un po’ stonata all’inizio ma che mi ha via via avvinto poiché il micromondo delle bande è affascinante, vive in un universo a se stante e riproduce, nel suo piccolo, complicità che sembrano appartenere soltanto a quell’altro mondo, quello che sembra tanto grande.

D. Nella storia c’è autobiografia oppure no?

R. Autobiografia vera e propria no, non avverto la tentazione di biografarmi. Però devo confessare che nella mia vita c’è stata una parentesi “bandistica” che evidentemente ha lasciato il segno. Ero molto giovane, frequentare la scuola di musica era anche un modo per evadere dall’ambiente domestico e accumulare un’esperienza che adesso è risultata utile.

D. Con lo strumento come se la cavava?

R. Malissimo direi. Tanto che la mia vita musicale fu breve, un anno appena, dopodiché appesi lo strumento al chiodo e diedi addio alle mie ambizioni di musicista.

D. Per curiosità, che strumento suonava?

R. Il trombone. E forse era un segno del destino.

D. Le donne come al solito la fanno da protagoniste?

R. Direi di sì e in questa storia più che nelle altre. In Almeno il cappello ci sono tre figure femminili forti, la Noemi, l’Armellina e l’Estenuata che, seguendo diverse strategie, orientano il destino della propria vita e delle rispettive famiglie. Gli uomini, pur non restando sullo fondo, si limitano a recitare un ruolo più o meno istituzionale.

D. Lo scenario, il fondale è sempre lo stesso?

R. Sostanzialmente sì. Con qualche breve escursione sulla riva occidentale del lago di Como per esigenze narrative.

D. Il futuro come si prospetta?

R. Per intanto tengo ancora le dita incrociate e sto a vedere quanta vita avrà Almeno il cappello. I progetti però non mancano, anzi: due hanno trovato una loro forma più o meno definitiva proprio in questi ultimi mesi. Due storie di cui una ha sempre il fondo storico degli anni Trenta, l’altra invece si cala in pieno Ottocento e prende spunto da un fatto realmente accaduto, il naufragio nelle acque prospicienti Bellano di due giovani di buona famiglia

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