Neorealismo e neomelodico. Realtà sceneggiata (nel napoletano) e finzione più vera del vero s’intrecciano: "Il cratere" segna l'esordio di una coppia di documentaristi, Luca Bellino e Silvia Luzi - L'approfondimento

Neorealismo e neomelodico. Realtà sceneggiata (nel napoletano) e finzione più vera del vero s’intrecciano, senza soluzione di continuità. Fuoco (terra dei fuochi, inferno) e sfocato (soffocato, interno). Con-fusione di pazzia pigmalionica e pupazzi per padri padroni. Povertà (di mezzi) e ribellione (di stile). Pedinamento ravvicinato alla Dardenne e occhio robotico alla Kubrick. Echi di americhe d’Amelio e realities di Garrone, in cui immaginario massificato e fantasie di emancipazione si scontrano con la durezza della realtà. Uno sguardo allo specchio: dichiarazioni teoriche e messa in pratica (e in questione) di Verga e di Flaubert.

Il cratere (che è anche, si potrebbe dire, il cantiere e la creatura) contiene, etimologicamente e dunque profondamente, l’idea di mescolare, e si apre a numerose piste significanti: è il vaso dove si miscelavano, appunto, vino e acqua, è la bocca minacciosa del vulcano pronta a sputare materia magmatica, l’impronta lasciata dal meteorite, un segno sul volto della luna, la traccia di vuoto prodotta da una bomba. Ma è pure, nell’arco voltaico, si legge sulla Treccani, “la zona in cui si ha la massima brillanza e temperatura” e in astronomia, una piccola costellazione a sud dello Zodiaco.

il cratere

Le stelle assolute di questo film, Sharon e Rosario Caroccia (padre e figlia), nucleo luminescente, solido e pervicace come suggerisce il loro cognome (vero), ritagliati da una famiglia di dieci della periferia di Napoli e del mondo, sono stati scelti dalla coppia di documentaristi Luca Bellino e Silvia Luzi per raccontare una storia vera d’invenzione, di prigionia e di rivolta, claustrofobia e desiderio d’evasione, guscio ed effrazione: così, con attenzione, pazienza, sospensione di giudizio, eppure con curiosità, affetto, e talvolta una certa ricerca dell’effetto, sono penetrati nella casa affollatissima dei loro (non) attori, guardando queste creature aliene (e alienate) con la distanza amorosa dell’osservazione partecipante e quella demiurgica della messa in scena. Sono andati dietro e dentro alla bancarella di peluche con cui davvero la famiglia sbarca il lunario in veste di lotteria, e hanno saputo raccontare i sogni di liberazione e lucciccanza, riscatto e lustrini che le meteore neomelodiche, attraversano tv private e feste di paese, provano a perseguire. Hanno catturato la storia di un padre e una figlia, del gioco/giogo di desideri e aspirazioni, delirio demiurgico e volontà di rivalsa di una famiglia e di un mondo.

Sfumando il contesto, fino a lasciarlo paradossalmente fuori campo, gli autori hanno tagliato fuori stereotipi e folklore, ma non rinunciato a raccontare la società e l’uomo. Alla profondità di campo, hanno prediletto sondare la profondità di Campania e la profondità di canto. Stando addosso ai loro protagonisti con una costanza senza tregua (il film è girato nell’ordine solo cronologico del racconto) hanno saputo catturare, attraverso immagini affollate, sporche, precisamente imperfette, quel gesto di ribellione che apre l’esito di questa microstoria di (de)formazione. Un’apertura e senso di liberazione che attraverso gli occhi attoniti di un padre, viene trasmesso anche a un pubblico che, costretto visivamente in uno spazio angusto, sente sulla sua pelle tutto il, senso di reclusione e dunque la promessa di altrove. La musica, promessa di purezza e pienezza di sentimenti e di espressione in un mondo piuttosto crudele di fatica e privazione, come quel fuori campo finale, oltre la porta, fuori dal circuito della sorveglianza, ci lascia lo spazio (illusorio?) di un altrove, acusmatico, visionario, forse utopico.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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