Intervista a Simone Perotti autore di Stojan Decu, l’altro uomo ISBN:8845233626

Stojan Decu, l’altro uomo, romanzo d’esordio di Simone Perotti, è il mistero di un uomo che sembra aver avuto mille identità e cento patrie. Il rompicapo della sua vicenda di bambino – che combatte una guerra ingenua e surreale contro gli eserciti degli adulti – e di giovane, che cerca di fare fortuna nell’America spietata degli anni Venti. Il segreto di un essere senza volto, senza nazionalità, inafferrabile e ubiquo. La disperata ricerca di uno studioso che tenta l’immane impresa di definire la sua fisionomia e di scoprire la chiave dell’enigma. Accanto a lui una donna… E poi l’intero secolo Ventesimo. Sullo sfondo, un alter ego incomprensibile, muto, impalpabile, destinato a mescolare ancora le carte… Un’infinità di tracce che si perdono per poi ricomporsi… Di questo singolare romanzo abbiamo parlato con l’autore.

D. La prima cosa riuscita di questo libro sembra essere… la copertina. Merito di chi?

R. Di Elisabetta Sgarbi, mio direttore editoriale, e del settore grafico della casa editrice. Un’autentica folgorazione. Elisabetta mi ha chiamato un giorno e mi ha detto “L’ho trovata”. Ed era vero. Aveva davanti a sé una tela di Leonor Fini del 1954 che ritrae un principe arabo come sospeso su una steppa acquitrinosa, irreale. Il settore grafico ha saputo trattare l’immagine creando una copertina che trasmette tutta l’incertezza, la sensualità e la decisione di Stojan, il suo imbarazzo, la spiritualità, eppure anche la fredda determinazione ad agire.

D. Un vagabondo furbo, un astuto imbroglione, un personaggio ambiguo, un uomo senza una fotografia per tutta la vita. Chi è Stojan Decu?

R. Un’anima girovaga e apolide con qualche elemento picaresco e perfino clownesco. Ma il cuore del personaggio non risiede in una forma definita. I suoi volti non costruiscono uno specchio ma un prisma. Non posso rispondere a questa domanda in modo definito. Il personaggio me lo impedisce. Stojan Decu è principalmente un grande mistero. La sua immagine non riflette, non restituisce indicazioni delineate. Piuttosto rifrange, scompone, rende possibile l’analisi ma rende vana l’interpretazione…

D. Come mai un romanzo di formazione? Che cosa le interessa del tempo e della storia?

R. Io non volevo scrivere un romanzo storico. Cosa che, infatti, Stojan Decu, l’altro uomo non è. Avevo bisogno di un tono narrativo e di una struttura per raccontare un personaggio, misto di identità e metafora dell’umanità. Stojan doveva essere calato in una storia del recente passato, essere profondamente radicato in essa, perché doveva poter sembrare un personaggio reale, vissuto in un’epoca capace di inviare seduzioni e sfumature a noi che l’abbiamo in parte respirata. Ecco perché il Novecento. Soltanto così l’emozione del lettore sarebbe potuta essere autentica.

D. Questo romanzo tende a contrapporre culture diverse. Quella occidentale, dialettica, antitetica, e quella orientale, capace di concepire e non risolvere l’antitesi in una diversa coesistenza armonica degli opposti.

R. Io non ho la titolarità per sostenere un’argomentazione come questa. Non sono né un saggio né un professore di chiara fama (e neppure di fama oscura). Diciamo che Stojan Decu è il primo uomo a rompere gli schemi del principio di non contraddizione, e a vivere tutte le vite a sua disposizione, senza il senso di colpa, con energia e orgoglio, nel bene e nel male. Così facendo rompe d’un colpo i presupposti della cultura cattolica e di quella politica, filosofica, dell’Occidente. Il personaggio mi piace proprio per questo, perché è un eroe di base, uno come me, come noi tutti, che però tenta la sortita, tenta di farla grossa alla storia e alla cultura dominanti.

D. Esistono parole chiave del romanzo, concetti intorno a cui l’intera vicenda viene cucita e si articola?

R. L’autenticità vera, per Stojan Decu, è la molteplicità, ovvero l’accettazione del diverso che è in noi, della faccia scura della luna, delle sfumature che pensiamo o siamo certi di avere nel cuore. Ma per viverla occorre tanta, tantissima energia e un grande coraggio. Stojan Decu è soprattutto un uomo coraggioso. Dunque le parole chiave sono: molteplicità, energia, coraggio.

D. Coraggio ed energia. Stojan Decu sembra sempre pronto ad affrontare mille avventure. È un vincente, dunque?

R. Stojan ha enormi debolezze. Viene sconfitto moltissime volte, e a sconfiggerlo è la sua creatività, la sua energia. Stojan Decu crede nella comunicazione con l’altro, e da questa fiducia non può che uscire spesso perdente. Stojan Decu è fragile perché pensa di barattare la sua creatività e la sua generosità con l’amore degli altri. Ma i grandi doni che può offrire vengono accolti, recepiti, senza produrre molto in cambio. Qualcosa che assomiglia alla vita vera, direi. Forse era proprio la vita vera che volevo tentare di rappresentare. La vita nella sua veste maggiormente diseconomica per un uomo generoso e dotato. Questo aspetto mi pare importantissimo. Quando Stojan Decu perde una partita, non è un vinto che perde, ma un uomo di grandissime doti.

D. Quando si cerca per molti anni qualcosa, si arriva a desiderare di non trovarlo. Una strana contraddizione in questo passo finale del romanzo. Perché?

R. Mi è parso di notare che spesso dichiariamo tutti una grande missione, una grande propensione, e poi speriamo sotto sotto di non compierla, perché finirebbe tutto. Una prospettiva che trovo agghiacciante. Il sogno è essenziale per la mia vita. Ma il sogno da avverare, non quello vano. Realizzare un sogno significa poterne avere un altro. E godere di quello che la sorte ci ha consentito di vivere.

D. Un’altra frase fa da epigrafe e da dichiarazione d’intenti del romanzo: “Una sola vita non basta”. Che cosa vuol dire?

R. In treno, qualche giorno fa, ho appoggiato il libro con la quarta di copertina verso l’alto. Due ragazze, giovani manager rampanti, stavano alacremente discutendo, telefonando, dando ordini perentori ai loro collaboratori. Una di loro guarda la copertina, legge la frase e dice alla collega: “Figurati, a me una vita pare pure troppo!”. Ecco, forse il mondo si divide in due: da un lato quelli che concepiscono la molteplicità e si sentono chiamati a tante vite. Dall’altro chi ritiene che una vita sia già più che abbastanza. A me pare che le cose siano più complesse e ricche e belle di come ritiene quella ragazza del treno. Forse per lei la vita è un manuale d’istruzioni. A me pare invece che assomigli a un’enciclopedia geografica in cento volumi.

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