Incontro con Alain De Botton autore di L’arte di viaggiare ISBN:8882462900

Siamo alle Maldive, all’inizio di quella vacanza che siamo riusciti finalmente a regalarci dopo tanto tempo (e tanti risparmi)… il sole, l’oceano, la sabbia bianca… tutto perfetto, eppure qualcosa non torna: lo splendido tramonto da cartolina che vediamo filtrare attraverso le foglie dei banani non ci colpisce come previsto, il sapore del mango e della papaya, in fondo, assomigliano a quelli già gustati altre volte, a casa… Che cosa si nasconde veramente dietro il desiderio di viaggiare e il mito dei viaggi esotici? Esiste il viaggio ideale? Meglio andare lontano o tanto vicino che quasi non serve togliersi le pantofolei? In L’arte di viaggiare Alain De Botton passa in rassegna i tanti (spesso del tutto ignorati) aspetti che ci spingono alla scelta di un viaggio: la cosa insolita che emerge dal resoconto delle sue peripezie di viaggiatore con lo zaino e di viaggiatore nelle “terre interiori” (il percorso narrativo del libro spazia dai Caraibi alla Provenza passando dal District Lake inglese e l’Egitto dei Faraoni, accompagnati, tra gli altri, dalle poesie di Wordsworth, dai quadri di Whistler e Van Gogh, dalle massime filosofiche di Burke), sembra essere che, dopo tanto girare in lungo e in largo alla ricerca di avventure tropicali, il viaggio migliore, più importante, è proprio quello vicino a noi, molto più vicino di quanto avessimo mai pensato…

D. In L’arte di viaggiare Lei scrive che “i viaggi sono le levatrici del pensiero”: a che forma particolare di pensiero si riferisce? Forse a una sorta di filosofia dei luoghi di passaggio… una forma di pensiero poetico?

R. In generale credo sia difficile e anche controproducente forzare la nascita dei pensieri; talvolta, invece, può essere d’aiuto trovarsi affaccendati in altre cose o magari semplicemente non fare nulla, come guardare fuori dalla finestra o stare a mollo nella vasca da bagno: i pensieri “poetici”, appunto, sono quelli che nascono in tali circostanze, liberamente, non a comando.

D. Terzo millennio: ormai sappiamo che viaggiare significa avere a che fare con il “turismo globalizzato”; che cosa ne pensa?

R. Andare sempre a scegliersi mete esotiche, come Tahiti, la Thailandia… la Luna dimostra una grande mancanza d’immaginazione. La vera sfida è andare non troppo lontano da casa e scoprire che cosa ci sia di bello e affascinante nei luoghi che frequentiamo sempre ma che non abbiamo mai il tempo o la voglia di conoscere meglio, a causa della pigrizia e delle abitudini della quotidianità.

D. Il sublime, l’emozione che di solito proviamo in presenza di fenomeni straordinari della Natura, occupa un posto fondamentale nel suo libro. Generalmente reputato come il “sentimento dell’infinito”, il sublime suscita emozioni forti e contraddittorie, caratterizzate dalla presenza contemporanea di piacere e dolore: è questo il motivo, secondo lei, per cui il sublime è tanto ricercato non soltanto dagli artisti ma anche dai viaggiatori?

R. Penso che il sublime sia la traduzione emotiva — il sentimento quindi — di un’impressione molto forte e importante, quella della nostra piccolezza rispetto a tutte le grandi cose che possiamo incontrare al mondo, dagli iceberg, alla malattia, al tempo, alla morte… I luoghi sublimi particolarmente dotati di fascino, inoltre, sono in grado di tradurre questo messaggio (di per sé nullificante) in un’emozione piacevole, poetica, e quindi molto ricercata dagli artisti ma anche dalle persone comuni.

D. Nell‘Arte di viaggiare lo ripete diverse volte: l’arte figurativa gioca un ruolo essenziale nella scelta delle nostre mete di viaggio. I quadri di Van Gogh, per esempio, ci spingono in Provenza, a caccia di campi di grano infiammati dalla luce del sole: andando oltre, pensa che le nostre scelte di vita dipendano interamente dalle impressioni che ricaviamo dall’arte?

R. Il potere dell’arte è indubbiamente eccezionale nel farci scegliere una meta. Oscar Wilde, per esempio, scherzava dicendo che a Londra non c’era la nebbia prima che l’avesse dipinta Whistler. È ovvio che la nebbia c’era anche prima, ma è grazie al suo straordinario modo di dipingerla che la gente ha cominciato a “sentirla”, ad accorgersi veramente della sua presenza. La grande arte, in fondo, non fa che segnalarci cose (magari apparentemente ordinarie come la nebbia) di cui prima ignoravamo l’esistenza: da sola è in grado di rendere il mondo più interessante.

D. Nel quadro del suo discorso ci è sembrata importante questa buffa sentenza tratta da Ruskin: “Un uomo nasce artista così come un ippopotamo nasce ippopotamo”; questo vale anche per l’arte del viaggio? Bruce Chatwin si nasce o lo si può diventare?

R. Ruskin aveva capito che nessuno può diventare un vero grande artista semplicemente lavorando duramente, ciò nonostante è possibile diventare buoni artisti con il tempo, il lavoro e l’esperienza. Credo che questa massima possa valere anche per il viaggio: magari non diventeremo dei Chatwin, ma di certo l’arte di viaggiare può essere appresa e affinata nel tempo, nei viaggi.

D. Domanda delicata: i suoi libri, alla fine, sembrano toccare sempre lo stesso soggetto: come possiamo confrontarci con l’Albertine e la “Madeleine” di Proust, con l’ostentata serenità di Epicuro, con le “folgori” visive di Van Gogh, o con gli splendidi e impareggiabili racconti dei grandi viaggiatori, senza esserne distrutti. Non ha mai pensato di recitare un po’ la parte dello psicologo della cultura post-moderna, invece che quello del semplice scrittore?

R. Non ho mai cercato di essere uno psicologo, avendo da sempre voluto fare lo scrittore. Però è vero che sono uno scrittore “psicologico”, e che sono molto interessato alle grandi questioni della vita. Soprattutto mi interessa sapere come possiamo arrivare alla felicità, o, almeno, qual è la via per essere meno infelici.

D. Si dice che molti scrittori amino lavorare in spazi neutri, come per esempio le stanze d’albergo: quali sono le sue abitudini di lavoro? Può raccontarci qualcosa del suo prossimo libro?

R. Anche a me piace lavorare in ambienti neutri: il mio studio, infatti, è bianco, e lì passo tutta la mia giornata. Per quanto riguarda il nuovo libro, l’ho appena cominciato e non voglio parlarne ancora, è troppo presto.

[Intervista a cura di Michele Weiss]

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