Invece di lamentarci di non trovare nessuno che ci ascolta, perché non impariamo a raccontarci meglio? Perché non lavoriamo sulla nostra storia come faremmo con un romanzo? Abbiamo già il protagonista, e probabilmente anche un antagonista... Su ilLibraio.it la riflessione, molto attuale in tempi dominati dalla comunicazione via social, della scrittrice Roberta Marasco

And if you have five seconds to spare, then I’ll tell you the story of my life. Sixteen clumsy and shy, that’s the story of my life.

Sembra scritto apposta per il tempo dei social, questo brano di Half a Person degli Smiths, del 1986. Lo si potrebbe tradurre facilmente in qualcosa come: And if you have one hundred forty characters to spare, then I’ll tell you the story of my life…

Ho sempre amato la canzone e questo passaggio in particolare. C’è dentro molto di quello che dà forma alla narrazione: la volontà e il bisogno di raccontarsi (I’ve spent six years on your trail), la disponibilità ad ascoltare, la malinconia implicita nel racconto, il modo in cui si fa specchio di noi stessi, incide tutte le nostre contraddizioni, anche e soprattutto nella sottrazione, nella negazione e nei vuoti fra una parola e l’altra (lo stesso Morrissey in un’occasione disse che si trattava di un brano autobiografico). Siamo pungolati in continuazione da appelli ad ascoltare di più gli altri. Questi sì, sono atemporali, li ricordo praticamente uguali fin da quando ero ragazza, i social hanno poco a che vedere con la distrazione di cui veniamo accusati. Negli elogi dell’ascolto, però, (non ultimo quello pubblicato sull’Huffington Post, La salvezza d’ogni rapporto. È difficile lasciare chi sa ascoltare, di Heidi Isern) non si accenna quasi mai a un elemento fondamentale nella comunicazione, ossia la capacità di raccontare.


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Ci sono persone a cui riesce bene parlare e altre a cui riesce meglio ascoltare. Se è vero che l’amore è come una tazza di tè e che esistono persone acqua e persone tè, probabilmente le prime preferiscono ascoltare e le seconde parlare (se siete curiosi di scoprire se siete acqua o tè, potete provare con questo test). Ma anche le storie, proprio come il tè, hanno i loro tempi. Ci sono storie che hanno bisogno di ore per essere raccontate, altre a cui in realtà bastano poco più dei cinque minuti resi eterni dagli Smiths. E non sempre le prime sono le più interessanti.

Io sono una persona acqua, non ho dubbi. Amo ascoltare. Per dirla tutta, amo proprio farmi i fatti altrui. In treno, al ristorante, ovunque ci sia una conversazione da origliare. In questo senso vivere in un paesino offre una prospettiva privilegiata, non c’è neanche bisogno di tendere troppo le orecchie, basta andare a comprare il pane per scoprire qualche storia nuova e qualche colpo di scena. Il fatto che ami ascoltare, però, non significa che non sappia distinguere una buona storia da una noiosa. Non significa che mi piaccia ascoltare sempre e comunque. Un po’ come nei battibecchi delle coppie di lunga data. “Non mi ascolti mai”. “Perché parli sempre”. “Parlo sempre perché non mi ascolti mai”.

Invece di lamentarci di non trovare nessuno che ci ascolta, perché non impariamo a raccontarci meglio? Perché non lavoriamo sulla nostra storia come faremmo con un romanzo? Abbiamo già il protagonista, e probabilmente anche un antagonista. Ci resta forse da mettere a fuoco il conflitto. E l’obiettivo finale. Qual è esattamente la posta in gioco? C’è un mistero da scoprire? Quali prove abbiamo dovuto superare? Come siamo cambiati alla fine? Che tipo di percorso abbiamo fatto?

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Delle dodici tappe che Christopher Vogler descrive nel suo Il viaggio dell’eroe, in cui parte dal mito per offrire archetipi e tappe utili a imbastire storie per il cinema e la narrativa, quella che secondo me aiuta meglio a mettere a fuoco la propria trama è la settima: l’avvicinamento alla caverna più recondita. È nella caverna più recondita, infatti, che troviamo quello che vogliamo davvero raccontare, che si svelerà il tema della storia, che prenderà forma il conflitto centrale, di qualunque conflitto si tratti, anche interiore. Tanto che spesso, al cinema, la ritroviamo proprio nel titolo (La stanza del figlio, di Nanni Moretti, è un esempio perfetto).

Ecco, allora forse, prima di decidere che vogliamo qualcuno che ci ascolti, potremmo provare a cercare di individuare la caverna recondita della storia che sentiamo il bisogno di raccontare. Se siamo stati lasciati, forse scopriremo che in quella caverna c’è il bisogno di appartenenza, di autostima, di riconoscimento, di conferma, di protezione, tutto fuorché il bisogno della persona che ci ha lasciati.

Certo, spesso, come si legge anche nel post citato in apertura, a volte vorremmo essere ascoltati proprio perché abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a trovarla, quella caverna, a capire qual è. In quel caso però non stiamo chiedendo ascolto, stiamo chiedendo tempo, attenzione, disponibilità ad aiutare, una dose di empatia non indifferente, un certo grado di intelligenza emotiva. E va benissimo, ovviamente. Purché lo chiediamo alla persona giusta, in grado di darci davvero quello che ci serve. E per farlo dobbiamo sapere che cosa stiamo cercando.

Finché mascheriamo questo nostro bisogno con un più generico desiderio di essere ascoltati, rischiamo di non trovare quello che vogliamo. Se offriamo la nostra storia in pasto al primo malcapitato che troviamo, senza un minimo di struttura e di plot, poi non lamentiamoci se il tapino alla quarta digressione o al secondo flashback sulla nostra infanzia sbadiglia annoiato e cambia discorso. Non dovremmo sottovalutare il potere della suspense, del mistero, della distribuzione corretta delle informazioni. Le storie hanno il potere di curare non solo chi le ascolta, ma prima di tutto chi le racconta.

Ascoltare è un’arte e un talento. Ed è una dote innata. C’è chi è capace di farlo e chi no, tanto vale farsene una ragione. Ma nessuno, proprio nessuno, resiste al potere di una bella storia ben raccontata.

Marasco

IL LIBRO E L’AUTRICELe regole del tè e dell’amore (in libreria per Tre60) è l’ultimo libro di Roberta Marasco. L’amore di Elisa per il tè risale alla sua infanzia. È stata sua madre a insegnarle tutte le regole per preparare questa bevanda e ad associare, come per gioco, ogni persona a una varietà di tè. Daniele, il suo unico grande amore, è tornato dopo tanto tempo. Ma Elisa ha imparato da sua madre a non fidarsi della felicità, a non lasciarsi andare mai, perché il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. Prima di tutto dovrà trovare se stessa, poi potrà capire se Daniele può renderla felice. Quando trova per caso una vecchia scatola di tè con un’etichetta che riporta la scritta ROCCAMORI, il nome di un antico borgo umbro, Elisa ne è certa: si tratta del tè proibito della madre, quello che le fece provare solo una volta e che, lei lo sente, nasconde più di un segreto. Forse proprio lì, in quel borgo antico, Elisa potrà trovare le risposte che cerca e imparare a lasciarsi andare e a fidarsi dell’amore, guidata dall’aroma e dalle regole del tè…

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