Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli, torna in libreria con "L’impresa riformista - Lavoro, innovazione, benessere, inclusione": su ilLibraio.it il capitolo "Contro la finanza speculativa serve rileggere Zola"

Antonio Calabrò, classe ’50, è l’attuale direttore della Fondazione Pirelli, oltre che vicepresidente di Assolombarda e membro dei board di numerose istituzioni e società. Ma è stato a lungo giornalista (ha lavorato a L’Ora, Il Mondo, la Repubblica, è stato direttore editoriale del gruppo Il Sole24Ore e ha diretto La Lettera finanziaria e l’agenzia di stampa ApCom) ed è autore di diversi libri (tra questi, Orgoglio industriale, Cuore di cactus, La morale del tornio e I mille morti di Palermo).

Calabrò torna ora in libreria con L’impresa riformista – Lavoro, innovazione, benessere, inclusione (Egea). Un libro, pensato per questi tempi di crisi, viste le difficili sfide dell’industria italiana per la produttività e la competizione sui mercati internazionali.

L’impresa, strumento di crescita economica e di sviluppo, è per l’autore anche luogo dell’identità e dell’appartenenza, agente essenziale di trasformazione sociale e civile. Un attore consapevole dei processi di innovazione che dall’economia si allargano alla società. Una risorsa, in tempi di tensioni, rancori, ascensore sociale bloccato e disuguaglianze.

Per Calabrò, in una stagione di crisi delle democrazie liberali e delle relazioni tra democrazia e cultura di mercato, sarebbe riduttivo pensare all’impresa esclusivamente come a una macchina che genera profitto. Ecco perché diventa rilevante parlare di “impresa riformista”, ovvero l’impresa come soggetto “politico” attivo. “Politico” non certo nel senso delle politics, gli atti concreti di governo e di attuazione di riforme, ma in quello della policy, i progetti, le strategie economiche, sociali, culturali. Non “un partito delle imprese”, ma l’impresa come soggetto che vive nella società e che contribuisce a determinarne le trasformazioni. Da ascoltare e non ostacolare, nei suoi processi di costruzione di lavoro e sviluppo.

Per l’autore del saggio sta infatti crescendo in Italia un diffuso clima anti-imprese, che trova alimento in ambienti di governo. Un clima sbagliato, a suo avviso, in contrasto con gli interessi di fondo dell’Italia, nel contesto di una grande riforma necessaria dell’Europa. La via è quella di una scelta di cultura e di pratica d’impresa che va oltre l’orizzonte del pur indispensabile fare profitti e lega, al valore per gli azionisti, l’impegno su un sistema di valori d’innovazione positiva, attenzione ambientale, solidarietà, responsabilità sociale.

L'impresa riformista Antonio Calabrò

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un capitolo:

Contro la finanza speculativa serve rileggere Zola

La finanza speculativa. E l’economia reale, l’industria, i servizi. La «scienza triste» tutta costruita sulla dinamica dei «profitti», sempre e a ogni costo. E l’impresa, invece, come motore dell’attività della creatività, dello sviluppo. II denaro, con le sue ossessioni. E la fabbrica, luogo che crea ricchezza, certo, ma anche lavoro e, in molti casi, coesione sociale. Economia d’impresa, insomma, come comunità, secondo la lezione, tutta italiana, dei suoi migliori imprenditori, dalla Ivrea di Camillo e Adriano Olivetti (in tanti, tornano a studiarne attività e scritti e le Edizioni di Comunità ne stanno ripubblicando le opere) alla Milano d’industria, finanza e cultura ancora rappresentata dalla Pirelli. La discussione economica gira da tempo attorno a queste diverse concezioni. Non antinomie, naturalmente, anche se spesso vissute come tali. Ma polarità animate da spirito e da valori diversi. Su cui riscoprire e costruire originali convergenze.

Papa Francesco, come abbiamo appena ricordato, ne è molto sensibile. Come conferma anche il discorso, su economia e etica, pronunciato proprio di fronte a una fabbrica, un’acciaieria a Cornigliano, Genova, in gran parte in disuso: «Una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. Lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù chiama mercenario. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli creano alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, mangia persone e mezzi per il suo profitto». Sono parole forti. Ma non improvvise né inusuali (ne abbiamo appena visto i riferimenti della Evangelii gaudium).

Il Papa è uomo di sofisticata cultura e di solida esperienza sociale, vissuta anche in territori di controverso andamento economico, come l’America Latina. Sa cogliere le sfide economiche e morali dei tempi difficili che tutti viviamo. E infatti alla denuncia contro «lo speculatore» accompagna riflessioni acute sulla responsabilità dell’imprenditore, consapevole che «non c’è buona economia senza buoni imprenditori». Ricorda Luigi Einaudi, pensatore liberale, banchiere e politico di gran livello: «Milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante ciò che si fa per ostacolarli. Costituiscono una molla di progresso potente. Ci sono imprenditori che investono ingenti capitali ottenendo utili più modesti di quelli che potrebbero ottenere con la speculazione». E insiste sulla «dignità del lavoro ben fatto». Cita l’articolo 1 della Costituzione italiana (il fondamento della Repubblica appunto sul lavoro). E ribadisce che «la dignità del lavoro viene prima del reddito». Temi sociali e morali, dunque. Su cui, proprio in tempi di crisi e radicali modifiche degli assetti economici e sociali, vale la pena fermarsi a riflettere e discutere. Studiare. Cercare risposte politiche e culturali non banali né facili.

Leggere, aiuta. I classici della letteratura. Uno scrittore come Émile Zola, per esempio. «II denaro, il letame da cui nasceva l’umanità di domani» è «avvelenatore e distruttore, fermento di ogni vegetazione sociale». Sono le ultime pagine de Il denaro, un poderoso romanzo del 1891 che ha una straordinaria forza d’attualità. Perché il suo protagonista, Aristide Saccard, speculatore finanziario, è un abile e cinico avventuriero ma anche un visionario imprenditore. E le tensioni per l’accumulazione di ricchezza si legano, ieri come oggi, a una controversa ma potente passione per costruire mondi nuovi. Anime torbide. E occhi avidi di futuro. Quel denaro è catena. E motore. Zola ne sa mettere appunto in scena tutte le ambivalenze, descrivendo con grande realismo gli ambienti finanziari della Parigi del Secondo Impero, seconda metà dell’Ottocento, sotto il dominio di Napoleone III, «il piccolo». Affari, speculazioni, argent. Denaro appunto. Da accumulare e consumare, con vitalismo esagerato. L’idea di Saccard è di creare una Banque Universelle. E di lanciarsi nel finanziamento delle ferrovie collegate all’appena costruito Canale di Suez. L’odore dei soldi attira partner spregiudicati. E anima un mondo che ruota attorno a Palazzo Brongniart, la Borsa parigina, affollato da banchieri, parlamentari corrotti, giornalisti di pochi scrupoli, donne ambiziose in cerca di amanti ricchi, rivoluzionari da salotto. Tutto un giro che si ritroverà, con caratteristiche analoghe, nella Wall Street di un secolo dopo e in altre città in cui il «fare soldi per mezzo di soldi» corromperà mercati e anime. Finanza rapace. Nel racconto di una vera e propria giungla morale, Zola è maestro. E, come i veri scrittori, si rivela assolutamente contemporaneo.

Rileggerlo è dunque utile in tempi di crescente riflessione critica sugli assetti economici, sui rapporti di potere tra finanza e politica, sulle ideologie ma anche sulle regole e sulle pratiche dell’economia di mercato.

(continua in libreria…)

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