"Per chi fa il mio lavoro il primo pensiero non deve essere il mercato, altrimenti si fanno scelte sbagliate. La prima preoccupazione deve essere quella di pubblicare bei libri, che possibilmente restino sugli scaffali delle librerie più di cinque settimane...". Giovanni Francesio parla con ilLibraio.it del suo nuovo incarico e ricorda il suo percorso nell'editoria

Il telefono di Giovanni Francesio, mantovano classe ’70, squilla di continuo. È inevitabile: da poche ore è ufficiale la sua nomina a responsabile della narrativa italiana della Mondadori (a riporto del direttore editoriale Francesco Anzelmo; qui i dettagli, ndr).

Per sostituire Carlo Carabba, passato ad HarperCollins Italia, a Segrate hanno fatto una scelta che ha colto di sorpresa non solo il mondo dell’editoria, ma anche il diretto interessato: “Non me l’aspettavo“, ammette Francesio intervistato da ilLibraio.it. E subito aggiunge: “Posso solo dire di essere lusingato e onorato, e non è una frase di circostanza, ma la verità”.

In effetti, quello di responsabile della narrativa italiana di una casa editrice come la Mondadori è un ruolo delicato. A Segrate hanno puntato su un professionista legato all’azienda dal 2004: “Prima di arrivare in Piemme, allora appena acquisita dal gruppo Mondadori, avevo prima collaborato con il Club degli editori, e avevo poi lavorato nell’editoria turistica, per il Touring Club“, ricorda Francesio, che nel 1994 si era laureato in lettere moderne, a Bologna.

Come ha raccontato nell’aprile 2016 in un intervento autobiografico scritto per ilLibraio.it (che dice molto del personaggio), a dare una svolta alla sua vita professionale è stato l’incontro con American Tabloid di James Ellroy: “Nel 1995 avevo appena finito il servizio militare (artiglieria: ‘gente che non fa niente, che non ha voglia di lavorar…’), e passavo il tempo dando qualche supplenza qua e là e studiando per il dottorato di ricerca su Leopardi e Tasso”. Francesio iniziò in quel periodo a collaborare con il Club degli editori: “Leggevo i romanzi che loro avevano deciso di ri-pubblicare e proporre ai loro soci, e scrivevo i testi per il libretto che tutti quanti abbiamo ricevuto, almeno una volta…”. In quel periodo pensava a un futuro nel mondo accademico, non nell’editoria. Poi la svolta: “(…) Mi dissero ‘leggi questo’ e fai la scheda. ‘Questo’ era la prima edizione italiana (Mondadori 1995, copertina quella della fotografia allegata) di American Tabloid. Ricordo distintamente il brivido già durante la lettura della prima pagina (‘L’America non è mai stata innocente…’), e ancor più nitidamente ricordo che, alla fine del libro, pensai che – con tutto l’amore per Leopardi, peraltro ancora vivo – io di quello volevo occuparmi. Di scrittori come James Ellroy, di romanzi come American Tabloid…”.

Ma lasciamo da parte la gavetta e torniamo al percorso di Francesio a Segrate: nel gruppo Mondadori ha infatti svolto diversi incarichi, compreso quello di direttore editoriale di Sperling & Kupfer e Piemme, mentre dal 2014 è stato impegnato nel rilancio dello storico marchio Frassinelli. Un’esperienza importante, quest’ultima, come fa notare lui stesso: “Nel nuovo ruolo avrò la possibilità di mettere a frutto le diverse competenze acquisite nel corso della mia carriera. Se da direttore di Sperling & Kupfer e Piemme mi sono occupato di narrativa italiana, di narrativa straniera, come pure di saggistica e di varia, negli ultimi anni in Frassinelli ho fatto soprattutto l’editor, a stretto contatto con gli autori”.

Per Francesio, che per Sperling ha anche pubblicato due libri (Tifare contro – Una storia degli ultras italiani e A porte chiuse. Gli ultimi giorni del calcio italiano, quest’ultimo scritto con Lorenzo Contucci) è presto per parlare dei progetti legati alla narrativa italiana Mondadori. Una cosa, però, ci tiene a dirla: “Per chi fa il mio lavoro il primo pensiero non deve essere il mercato, altrimenti si fanno scelte sbagliate. La prima preoccupazione deve essere quella di pubblicare bei libri, che possibilmente restino sugli scaffali delle librerie più di cinque settimane… Al centro del lavoro ci deve essere la ricerca di autori di prospettiva, oltre che la valorizzazione di quelli che da tempo pubblicano con la casa editrice”. Insomma, prima la qualità, poi le vendite? “Quello che ho imparato in questi anni è che è vero che i bei libri trovano quasi sempre la loro strada”.

 

 

 

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