"Prima e durante la rivoluzione ho riflettuto molto sui fattori che ci definiscono. In particolare, mi preoccupava il silenzio, spesso acquisito come tratto distintivo. Dal silenzio, in un regime, dipende la sopravvivenza, ma esso è anche sintomo di complicità", racconta a ilLibraio.it la scrittrice egiziana Yasmine El Rashidi. Nel suo romanzo, "Cronaca di un'ultima estate", ripercorre la storia recente del suo paese e una vita (che potrebbe essere la sua) attraverso il racconto di tre momenti salienti. E sul futuro spiega: "Ogni rivoluzione richiede decenni e la nostra non è un'eccezione. Non credo che questa sia la fine"

Tre estati che hanno definito la storia dell’Egitto sono al centro del romanzo della scrittrice Yasmine El Rashidi (nella foto di Brigitte Lacombe, ndr), Cronaca di un’ultima estate (Bollati Boringhieri, traduzione di Costanza Prinetti Castelletti).

Nel 1984 la protagonista – un alter ego della scrittrice, o proprio lei stessa – è ancora una bambina, frequenta una scuola inglese e vive con la madre nella casa di famiglia, costruzione che ha visto tempi migliori e sta iniziando a sfaldarsi con il tempo. Proprio come la loro famiglia: il padre, infatti, è assente, e il motivo della sua scomparsa è un segreto che la madre non confesserebbe mai alla figlia.

Un salto temporale ci conduce nell’estate 1998: la protagonista è studentessa di cinema all’università. Sta lavorando a un documentario sulla vita nelle strade della sua città, Il Cairo. Intanto, intorno a lei, scompaiono edifici, ma anche persone.

Il 2014, l’ultima estate raccontata nell’opera, è l’epilogo di una disfatta preannunciata. Le sparizioni sono all’ordine del giorno, il cugino della protagonista è in carcere, ma almeno suo padre, ormai anziano, è tornato.

In centocinquanta pagine Yasmine El Rashidi riesce a condensare una vita, ma anche la contraddittoria storia recente del suo un paese, l’Egitto, dal futuro ancora incerto.

Come è nata l’idea di scrivere un romanzo ambientato in tre anni diversi, ma sempre durante l’estate?
“Mi interessa quello che è contenuto in un momento che si ripete nel tempo, a distanza di mesi o di anni, e che in qualche modo diventa duraturo. Come si modificano i nostri comportamenti, come cambiano le nostre vite. La sconfitta dell’Egitto durante la guerra dei sei giorni è uno di quelli, viste le conseguenze sulla psiche della nazione e l’influenza sulla letteratura. Mi è tornato in mente il documentario Cronache di un’estate di Jean Rouch ed Edgar Morin, un progetto che nel 2011 mi sarebbe piaciuto replicare al Cairo. All’inizio pensavo di ambientare il romanzo in due estati, quelle del 1984 e del 2014″.

Poi però ha inserito anche gli anni ’90…
“Mi sono resa conto di aver bisogno di un altro momento. Gli anni ’90 sono stati un punto di svolta nella creazione dell’identità nazionale, ma anche per la città e la popolazione. Un periodo di tensione politica, che ha influenzato fortemente la cultura e la società in Egitto”.

La protagonista cresce sotto un regime che diventa sempre più repressivo: questo come influenza la sua personalità?
“Prima e durante la rivoluzione ho riflettuto molto sui fattori che ci definiscono, sia a livello individuale sia a un livello più ampio, quello della cultura di un paese. In particolare, mi preoccupava il silenzio, spesso acquisito come tratto distintivo. Dal silenzio, in un regime, dipende la sopravvivenza, ma esso è anche sintomo di complicità”.

In che modo?
“Il silenzio entra nelle case, la repressione del regime ci spinge a un continuo autocontrollo e perfino all’autocensura. La protagonista è a cavallo di più mondi e il suo silenzio è un continuo mettersi in discussione, giudicarsi, ma è anche una ricerca per capire la relazione tra se stessa e il luogo in cui vive”.

La famiglia della protagonista è principalmente costituita da donne, poiché gli uomini vanno e vengono in cerca di un luogo sicuro o in nome di una battaglia politica da portare avanti. Come definirebbe la condizione femminile in Egitto negli ultimi trent’anni?
“Gli eventi, nel momento in cui hanno luogo, sono complessi da definire, ma col tempo diventano più semplici. Lo stesso sta accadendo agli eventi del 2011. Questa premessa è necessaria perché la condizione delle donne e il loro ruolo sono sempre stati difficili da definire. Molto dipende da fattori come l’educazione, lo status economico, le esperienze di vita: elementi che variano in base alla persona. Ci sono donne incredibili che si battono per la libertà e i diritti, tanto oggi quanto negli anni e nei decenni passati. Oggi, però, la crescita della popolazione e la drammaticità della situazione economica per la prima volta hanno reso necessario che anche le donne uscissero di casa per lavorare. E questo è un cambiamento anche politico”.

Com’è il clima dopo la rivoluzione?
“Si respira tristezza, visto come si è evoluta la situazione, ma non credo basti questo per negare tutto ciò che abbiamo vissuto e che abbiamo ottenuto semplicemente scendendo in strada e facendo ascoltare la nostra voce come popolo, ma anche come individui. Ogni rivoluzione richiede decenni e la nostra non è un’eccezione. Non credo che questa sia la fine”.

Ci sono altri autori che scrivono della situazione attuale dell’Egitto che si sente di consigliare?
“Uno dei miei preferiti tra i giovani autori egiziani – e che ritengo anche uno dei meno considerati tra coloro che si occupano dell’Egitto oggi -, è Youssef Rakha. Ha davvero un talento incredibile”.

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