"Esistono persone totalmente soddisfatte, realizzate, senza rimorsi e senza rimpianti?". Se lo chiede su ilLibraio.it Anna Talò (che cita, tra gli altri, Schopenhauer, Hannibal Lecter, David Bowie e Alice nel paese delle meraviglie...). La scrittrice suggerisce: "Basta invidiare l’esistenza di chi ti pare più sereno, amato, accolto. Perché..."

di Anna Talò*

«La mia vita è eroica e non si può valutare con una misura proporzionata alla gente comune. Per questo non devo turbarmi se penso a quanto mi manchi ciò che fa parte della regolare vita dell’individuo: ufficio, casa, vita sociale, moglie e prole», scriveva Arthur Schopenhauer. Perché puoi pure esserti votato a un obiettivo nobile, aver raggiunto obiettivi importanti e, magari, passare alla storia, com’è stato per il filosofo tedesco, ma non è detto che sarai immune dalla sensazione di portarti dietro qualche clamorosa falla, trovandoti a invidiare l’esistenza di chi ti pare più sereno, amato, accolto.

Ecco, quando mi prende la sensazione di aver mancato almeno l’ottanta per cento dei traguardi che mi ero posta da ragazzina, e mi sento uno straccio, mi domando quanto ciò dipenda da una necessità reale e profonda che non ha avuto risposta, e quanto invece dal paragone con chi mi circonda.
Aveva ragione Hannibal Lecter: «Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno»; naufragata su un’isola deserta, senza neppure Venerdì a tenermi compagnia, i miei problemi non sarebbero gli stessi.

Il fatto è che la nostra identità si definisce anche attraverso gli occhi degli altri, posizionandoci in questo o in quel gruppo di appartenenza, e ce ne sono alcuni dei quali si deve far parte, se si vuole rientrare in un qualche parametro di normalità. Appena ce ne discostiamo, per scelta o per destino, c’è subito qualcuno che ci riporta all’ordine: «Quando ti sposi? Quando fai un figlio? Quand’è che cresci e ti trovi un posto fisso?», fino al giorno in cui smette perché ormai pensa sia troppo tardi, infilandoti d’ufficio in un altro club, quello dei casi disperati (mia cugina, a un compleanno di qualche anno fa: «Auguri!! –trillò. Seguì una pausa a effetto e poi -. Ormai puoi solo tirare i remi in barca.»).

Non ha aiutato neppure l’enorme pubblicistica sul pensiero positivo, sulla Legge d’Attrazione o le interviste alle star, certe che «se vuoi puoi», per cui se non sei sano, bello, ricco, amato, eternamente giovane e di successo è tutta colpa tua, che pensi sbagliato e, in realtà, sotto sotto, vuoi sentirti miserabile. Ti guardi allo specchio e, ancora una volta, vedi l’etichetta “Incapace” incollata sulla fronte: non sei nemmeno in grado di desiderare come si deve.

A complicare ulteriormente le cose ci sono due paradossi. Il primo: vorremmo essere come gli altri, per sentirci tutelati, accettati, approvati, ma allo stesso tempo adoriamo gli originali, chi spicca, chi ha il coraggio di osare.

David Bowie, per dirne uno, era un esploratore: «Non cambio per confondere le persone. Sto solo cercando. Questo causa i miei cambiamenti. Sto solo cercando me stesso». In una totale fluidità identitaria e artistica, si è fatto amare da milioni di fan. Ma se non fosse stato un musicista di successo planetario, bensì un impiegato delle poste? Avrebbe avuto lo stesso diritto di cercare se stesso, ma siamo onesti: l’avrebbero guardato tutti storto, con i suoi capelli rossi, la benda sull’occhio e gli stivali con la zeppa, e gli avrebbero chiesto: «Quando metti la testa a posto?»

Il secondo paradosso è che misuriamo la nostra vita su quella altrui, però ne conosciamo solo la copertina. Ricordo con una fitta d’affetto Philip Seymour Hoffman, attore straordinario, morto per overdose, ammettere (ed era già celebre, venerato, aveva una compagna e figli piccoli): «Mi piacerebbe tanto che qualcuno mi dicesse che sono carino».

Mia nonna ripeteva spesso: «Come la fai, la fai e la sbagli», ed è così comune, questa sensazione di non rientrare nel giusto canone, talmente distruttiva e talmente assurda, in un tempo in cui, in teoria, dovremmo essere liberi di esprimerci, scegliere, muoverci, essere, che lo slogan di un sito d’incontri, per attirare iscritti, è: «Se non ami le tue imperfezioni, qualcuno lo farà», nonostante anche il Bianconiglio spiegasse ad Alice che «ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa». È una resa all’ovvio: siccome saremo sempre insoddisfatti di noi stessi, dato che ci propongono modelli irraggiungibili (e falsi), la speranza che ci rimane è che qualcuno ci ami malgrado le nostre magagne, come se già non fosse questo l’amore.

Esistono persone totalmente soddisfatte, realizzate, senza rimorsi e senza rimpianti? Voglio pensare di sì. Però se la maggior parte di noi si sente rimasto indietro, in qualche modo, se si tratta di una sorte comune, perché non la smettiamo di fustigarci, da soli e l’un l’altro, e non prendiamo le cose così come vengono? (Facile a dirsi. Ma, temo, ci siamo talmente abituati che è difficile smettere).

*L’AUTRICE – Anna Talò è autrice, giornalista, traduttrice. Ha scritto per Corbaccio Le vere signore non parlano di soldi e Meditazioni per donne sempre di corsa. Volevo solo una vita tranquilla! è il suo primo romanzo. Qui il suo sito.


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