"Come tutti gli amori, anche l’amore di una madre può benissimo convivere con altri sentimenti, frustrazioni, contraddizioni e ambivalenze, e con mille minuscole idiosincrasie segrete: che sono, semplicemente, la prova che questo amore è vero, vivo, e non una forma di passiva obbedienza a un precetto, tutto teorico, di devozione...". Su ilLibraio.it la riflessione della scrittrice Ilaria Gaspari

La duchessa Laure d’Abrantès, sulfurea scrittrice che nella Parigi di inizio Ottocento fu tanto scatenata da farsi soprannominare “piccola peste” da nientepopodimeno che l’allora console Napoleone Buonaparte, nelle sue Memorie racconta un aneddoto curioso, che sembra scritto non due secoli fa, ma l’altro ieri.

“Fu mia madre a cominciare un giorno in cui pranzavo a casa sua… ‘Ah! Mio Dio, non ho pensato a domandarti quale era la tua voglia.’ ‘Ma io non ne ho’, le risposi”.

“Tu non hai voglie” disse mia madre… “Tu non hai voglie! Ma questo non s’è mai visto! Tu ti sbagli. È che non ci fai attenzione. Ne parlerò a tua suocera.” Ed ecco le mie due madri che si consultano tra loro. Ed ecco Junot (il marito di Laure) che per paura che io facessi un bambino con la testa di cinghiale mi domandava tutte le mattine: “Laure, di che hai voglia?”. Mia suocera tornando da Versailles aggiunse al coro delle domande, che non si contavano le persone che aveva viste sfigurate a causa di voglie non soddisfatte… Finii per spaventarmi anch’io.”

Andrà a finire che la povera, coccolatissima Laure, incalzata da tutte le parti, suggestionata da voci e superstizioni che evocano casi di bambini deturpati per colpa delle voglie insoddisfatte delle madri, s’inventerà un improbabile desiderio di ananas fuori stagione pur di non deludere le aspettative della sua fin troppo sollecita famiglia. Peccato che, in realtà, l’ananas non le vada affatto: quando finalmente glielo procurano, il solo profumo del frutto le scatena una nausea tremenda. Porte e finestre spalancate non basteranno a vincere il suo disgusto, e alla fine l’unica traccia permanente di questa voglia improbabile si imprimerà non sul bambino, ma su Laure: per tutta la vita, non potrà mai più toccare un ananas senza essere sopraffatta dalla ripugnanza. Questa storia, riportata da Simone de Beauvoir nel Secondo sesso, attraverso l’arguzia sottile delle parole della duchessa d’Abrantès ci dice molto del fardello di pressioni e aspettative che – non da ieri, evidentemente – pesa sulla maternità – con l’inevitabile ma non trascurabile conseguenza di provocare in schiere di gestanti, puerpere e madri sensi di colpa e inadeguatezza di vario genere e grado.

“Ma questo non s’è mai visto! Tu ti sbagli”, dice a Laure sua madre; e con quelle parole, la spossessa del suo corpo, dei suoi desideri, delle sue più piccole percezioni, proprio nel nome di quel corpo che la sta trasformando in una madre. “Tu ti sbagli, ti pentirai”, ripetono schiere di familiari, sconosciuti e conoscenti, alle ragazze e alle donne che dichiarano di non volere figli. “Te ne verrà la voglia quando sarà troppo tardi”, minacciano, nella convinzione incrollabile di poter prevedere tutti gli scatti del leggendario orologio biologico che regolerebbe, con precisione matematica, la vita di una donna. A volte sono consigli solleciti e affettuosi, a volte vengono da altre donne, già madri, magari pure nonne; a volte sono messaggi di natura puramente commerciale, che si insinuano lungo le vie subliminali della comunicazione pubblicitaria: da quando ho compiuto trent’anni, per dire, non riesco a vedere un video su Youtube senza prima sorbirmi qualche pubblicità di test di gravidanza, che comprenda dolci gorgheggi di neonati o gridolini di giubilo all’annuncio della dolce attesa. Segnali sempre più inquietanti (per cui non si fatica a tirar fuori l’aggettivo “distopico”, oltre a sinistri parallelismi fra la realtà e la violenza immaginata in libri e serie tv che proprio di questi tempi conoscono un successo senza precedenti) sembrano oltretutto suggerire ipotesi cupe.  Che, per esempio, alla già forte pressione sociale – naturalmente, ma questo è un altro problema ancora, non controbilanciata da un’adeguata assistenza – si potrebbero aggiungere, in un futuro forse non troppo lontano, indebite minacce al diritto delle donne di scegliere liberamente e in tutta sicurezza se diventare madri oppure no.

Ma anche senza evocare questi scenari foschi, il fatto è che a forza di sentirsi ripetere – per affetto, per convinzione, per sollecitudine (o anche solo per il diffuso e condiviso rispetto cui, per loro natura, sono destinati i tabù) – che ci si pentirà amaramente per non essere state abbastanza attente ai propri stessi desideri, può capitare di convincersi a dar credito ai cori di avvertimenti. Succede: del resto, la vita è un’imprevedibile sequela di aspettative disilluse e illusioni rovesciate, di carte sparigliate ad ogni giro. Qualche volta si cambia idea e ci si scopre a pensare esattamente quel che si contestava ad altri; si diventa vecchi e saggi e si prende a somigliare ad altre persone che fino al giorno prima si vedevano vecchie, e sagge, e tant’è. Succede anche che chi effettivamente ha vissuto di più indovini prima ancora di noi quello che vorremo domani; e non ha senso, poi, tenere una contabilità delle influenze altrui sulle nostre scelte, perché com’è noto, nessun uomo è un’isola.

Ma, proprio come accadde a Laure, a furia di ascoltare lo stesso ritornello – tu ti sbagli, tu non sai cosa vuoi, ti pentirai quando sarà troppo tardipuò anche succedere che altre donne, malgrado tutta la loro intelligenza, la loro forza di carattere, la fondatezza delle loro sensazioni e convinzioni, finiscano per dar credito contro se stesse alle voci martellanti che dichiarano di parlare in nome della biologia e della natura stessa. Il tema della maternità sembra infatti offrire un bizzarro lasciapassare per spostare ogni discorso al livello di verità che si pretendono incontrovertibili, naturali – come se quest’etichetta potesse non essere problematica e, anzi, bastasse a mettere a tacere una serie di problemi filosofici grossi come case. Laure si impone di sentire una voglia che non ha, prevaricando i bisogni del suo stesso corpo per paura di deludere le aspettative che gli altri hanno rispetto alla sua maternità: e, in fondo, lei se la cava con poco, con una semplice ripugnanza per l’ananas che l’accompagnerà vita natural durante. Molto più radicale è lo stigma indagato dalla sociologa Orna Donath nel suo libro Pentirsi di essere madri (uscito in italiano per Bollati Boringhieri nel 2017, nella traduzione di Sabrina Placidi). Che dà voce, attraverso una serie di interviste, a donne che si ritrovano alle prese con il più inconfessabile dei rimpianti. È possibile diventare madri, nella convinzione di accomodare così la propria vita a un modello socialmente ben accetto (o di riuscire a risparmiarsi l’accusa di essere donne egoiste e incomplete), e poi però ritrovarsi come Laure d’Abrantès con il suo ananas: pentite di aver ceduto alle pressioni esterne, di aver ascoltato chi predicava cosa fosse giusto volere. Solo che un figlio non è un ananas.

È possibile, perché quello che siamo soliti chiamare ‘istinto materno’ non è affatto un istinto connaturato nelle donne, ma il risultato di un fortissimo condizionamento culturale che procede in parallelo con l’invenzione dell’infanzia come età “sacra” da proteggere e salvaguardare, come spiega l’antropologa e primatologa Sarah Blaffer Hrdy in un saggio affascinante e sconvolgente come tutti i libri che fanno tremare le fondamenta dei tabù. In  italiano si intitola proprio Istinto materno (Sperling&Kupfer, 2001, traduzione di Silvie Coyaud): la mistificazione che innerva quest’espressione, diffusissima – che con un piccolo gioco di prestigio idiomatico imprime alla natura un certo sentimentalismo di gusto vittoriano – rimane nascosta fra parole di uso comune. Perfettamente speculare all’“istinto materno” è un’altra formula, altrettanto ingannevole, e che altrettanto bene sa celare la forzatura di imporre un modello sociale attraverso un artificioso riferimento alla “natura”: madre snaturata. Ma, come mostra molto bene Blaffer Hrdy, in natura le madri sono molto più libere e imprevedibili di quanto non imponga il paradigma di abnegazione e sacrificio di sé previsto dall’etichetta dell’amore materno.

Eppure, come raccontano le interviste di Orna Donath, quanto è difficile, quanto pare sacrilego, ammettere che l’amore delle madri non è immune all’ambivalenza che normalmente siamo autorizzati ad attribuire a qualsiasi sentimento! Ma è solo a prezzo di una certa fatica che si possono incrinare i tabù, provando magari a dare un’occhiata, attraverso le crepe che gli urti disegnano sulla superficie di questi liscissimi sigilli dell’indicibile, a quello che c’è dall’altra parte. È un esercizio che richiede coraggio, ma potrebbe riservare delle sorprese. Come succede nel nuovo libro di Teresa Ciabatti, una scrittrice che ha il raro pregio di sapersi prendere gioco con serissimo umorismo surreale delle etichette che rimangono appiccicate alle madri e più in generale alle donne; e che, in Matrigna (appena uscito per Solferino) riesce a raccontare con un realismo stranamente preciso benché costruito per schizzi e frammenti di memoria – una vestaglia viola, lo smalto sulle unghie, gambe spiate nello specchio – la storia di una madre infelice e un po’ squallida, prigioniera di una parodia malriuscita di istinto materno fino al momento in cui non è costretta a inventarsi un suo strano modo di recuperare l’amore; e di una figlia poco amata che, in un modo sghembo, poco conciliante e per niente consolatorio, riesce a perdonarla per poter proteggere lei e se stessa.

Perché, come tutti gli amori, anche l’amore di una madre può benissimo convivere con altri sentimenti, frustrazioni, contraddizioni e ambivalenze, e con mille minuscole idiosincrasie segrete: che sono, semplicemente, la prova che questo amore è vero, vivo, e non una forma di passiva obbedienza a un precetto, tutto teorico, di devozione. E non c’è chi possa dire “Ti sbagli”.

 

L’AUTRICE – Ilaria Gasparicollaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ora è la volta di un libro unico nel suo genere, Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia(Sonzogno), in cui Gaspari mette in scena una storia d’amore. Ma non solo. Vuole anche, con l’aiuto di filosofi e romanzieri (da Montaigne a Flaubert, da Freud a Simone Weil), tentare di sciogliere i grandi nodi che fanno sembrare complicata la vita amorosa.

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