di Simone Regazzoni Cosa ricordare e come ricordare, quando un grande muore? Jacques Le Goff, scomparso lunedì, 31 marzo 2014, a Parigi, all’età di novant’anni, amava il cinema; e mentre frequentava, poco più che ventenne, l’École Normale Supérieure animò un cineclub. Negli anni Ottanta, poi, partecipò, come consulente, alla trasposizione cinematografica de Il nome della […]

di Simone Regazzoni

Cosa ricordare e come ricordare, quando un grande muore?
Jacques Le Goff, scomparso lunedì, 31 marzo 2014, a Parigi, all’età di novant’anni, amava il cinema; e mentre frequentava, poco più che ventenne, l’École Normale Supérieure animò un cineclub. Negli anni Ottanta, poi, partecipò, come consulente, alla trasposizione cinematografica de Il nome della rosa di Umberto Eco. Dettagli all’apparenza inessenziali, se non fuori luogo, per ricordare la figura del grande “medievista” francese, che amava pensarsi come storico a tutto tondo. E tuttavia, se nei dettagli all’apparenza insignificanti si possono nascondere indizi essenziali per accedere alla verità del tutto, il dettaglio della passione cinematografica di Le Goff può aiutarci a penetrare il mondo del grande storico francese.
Certo, Le Goff vuol dire “École des Annales”: rottura con la “storia evenemenziale” fatta di grandi battaglie, sovrani, leader politici, e creazione di una nuova storia fatta di problemi, affrontati nella loro struttura complessa, stratificata, che comprende mentalità costumi, immaginario e richiede, allo storico, competenze interdisciplinari.
Ma Le Goff vuol dire anche scrittura storica come montaggio cinematografico. Nel corso di un’intervista disse: “Un grande cineasta è l’equivalente di un grande poeta, di un grande romanziere il cinema è davvero un’arte à part entière […]. Io credo che la scrittura dello storico sia più vicina al montaggio di un film di quanto non lo sia, per esempio, al récit di un romanzo”.
Ed eccoci, allora, al ritratto dello storico come regista che eccelle nell’arte del montaggio e che in qualche modo, dunque, ri-crea, inevitabilmente, la storia che racconta. In questo senso, ai miei occhi, L’invenzione del Purgatorio è un film mirabile.
Ma ri-creazione come montaggio significa scrittura della storia. Chiunque abbia letto i suoi libri lo sa: Le Goff è anche grande scrittore, storico che non sacrifica lo stile al feticcio dell’oggettività. Le Goff lavora la storia nella scrittura, si preoccupa dello stile, della retorica, sa coinvolgere e appassionare il lettore alla ricostruzione di un mondo nella sua totalità. In questo senso l’intera opera del grande storico francese potrebbe forse essere riassunta nel titolo fittizio di un libro, o di un film, mai scritto da Le Goff: L’invenzione del Medioevo.
Ora, in questa invenzione del Medioevo come scrittura di montaggio, la dimensione cinematografica è presente anche in altro modo: meno esplicito, ma altrettanto significativo. Essa si manifesta come attenzione alla potenza dell’immaginario o, per dirla con Le Goff, alla sua dimensione “poetica” nel senso originario del termine, ossia “produttiva”.
Esemplare, a questo proposito, è il libro L’immaginario medievale. Con immaginario si intendono le immagini che popolano la vita degli uomini: durante la veglia ma anche durante il sonno. Ebbene, queste immagini cui lo storico deve guardare non aiutano, semplicemente, a comprendere un’epoca storica, ma sono uno dei suoi elementi essenziali. Scrive Le Goff: “L’immaginario nutre e fa agire l’uomo. È un fenomeno collettivo, sociale, storico. Una storia senza l’immaginario è una storia mutilata, disincarnata”.

Simone Regazzoni, filosofo genovese, classe 1975, è allievo di Jacques Derrida, ha insegnato presso le università di Parigi VIII, Cattolica (Milano) e Pavia. Autore di diversi volumi per Ponte alle Grazie, a maggio 2014 farà il suo esordio nella narrativa di avventura con il libro Abyss (Longanesi) che ha come protagonista Michael Price, giovane professore di filosofia antica.

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