Nel 2014 Jacques Testard ha fondato a Londra una piccola e raffinata casa editrice, Fitzcarraldo (che ha già in catalogo due Nobel, Svetlana Alexievich e Olga Tokarczuk). L'editor, che si dichiara amante dei libri insoliti, quelli "che nessun altro vuole pubblicare", in un'intervista a ilLibraio.it parla del conservatorismo di molti editori britannici, dell'impatto della Brexit sul settore ("renderà più costoso comprare i diritti di autori europei") e del potere di Amazon. Quanto alla linea editoriale del suo marchio, spiega di essere interessato a pubblicare testi "che corrono dei rischi sul piano formale, ibridano i generi, che fanno qualcosa di nuovo con lo stile", e anticipa che "'La straniera' di Claudia Durastanti sarà il primo libro italiano in catalogo” - L'intervista

Di origini francesi e trapiantato in Inghilterra, Jacques Testard, è il fondatore di Fitzcarraldo Editions, piccola casa editrice nata a Londra nel 2014 che, a soli cinque anni dalla nascita, vanta un catalogo niente male: non capita tutti i giorni che un giovane editore si ritrovi ad aver pubblicato due autrici Premio Nobel, come Svetlana Alexievich e Olga Tokarczuck, oltre a scrittori riconosciuti nel panorama internazionale, come Annie Ernaux e Ben Lerner. Quando succede, la curiosità sorge spontanea: quale intuito, quale personalità, cosa si nasconde dietro questo progetto?

Testard, trentacinquenne, che aveva lavorato come editor e come freelance, voleva che la sua casa editrice continuasse l’opera intrapresa dalla rivista letteraria The White Review, specializzata in letteratura contemporanea, di cui Fitzcarraldo è l’erede naturale.

Jacques Testard Fitzcarraldo Editions Jacques Testard Fitzcarraldo Editions

Con una predilezione per la sperimentazione stilistica e formale, la Fitzcarraldo Editions pubblica libri curati sia nel contenuto sia nella forma: i volumi si distinguono grazie a un veste grafica lineare ed elegante, disegnata in collaborazione con Ray O’Meara, cui si deve anche il font Fitzcarraldo, come ha raccontato l’editore in un’intervista a Rivista Studio. Ne risulta un aspetto estetico vagamente biblico, caratterizzato dall’uso monolitico del bianco e del Blu Klein, lo stesso scelto da Kanye West per realizzare il suo ultimo vinile, Jesus Is King, per intenderci.

Fitzcarraldo Editions Jacques Testard Kanye West

La casa editrice prende il nome dal film del 1982 del regista tedesco Werner Herzog, il cui protagonista, Fitzcarraldo, vuole aprire un teatro d’opera in mezzo alla giungla; la scelta, ha spiegato Testard a LitHub, “è una metafora non molto sottile della stupidità di voler fondare una casa editrice – è come trascinare una barca a vapore di 320 tonnellate oltre una collina fangosa dell’Amazzonia”.

ilLibraio.it ha incontrato Jacques Testard a Milano in occasione di Studio in Triennale, il festival di Rivista Studio che ha invitato l’editore a parlare della Fitzcarraldo Editions, in un incontro dal titolo “Come un editore indipendente può arrivare, in cinque anni, a pubblicare due premi Nobel (e delle copertine bellissime)”.

Testard, Fitzcarraldo Editions è nata cinque anni fa, oggi nel vostro catalogo ci sono Svetlana Alexievich e Olga Tokarczuk, due autrici premio Nobel, oltre a figure del calibro di Annie Ernaux e Ben Lerner. Quando ha letto le loro opere per la prima volta, avrebbe mai immaginato tanto?
“Non ne avevo idea. Credo che se gli editor avessero quel dono allora gli editori sarebbero ricchi, quindi no (sorride). Sono stato fortunato ad aprire una casa editrice al momento giusto: la cultura editoriale britannica è conservatrice rispetto ai rischi che gli editori si assumono nella scelta degli autori e dei libri da pubblicare, che percepiscono come troppo difficili per il mercato; io sono francese e ho sempre letto quella che possiamo definire ‘letteratura seria’, ma è stata pura fortuna leggere Svetlana Alexievich in francese quando avevamo appena aperto Fitzcarraldo, così com’è stata fortuna il fatto che non avesse ancora un editore in inglese e che nessun altro fosse interessato a pubblicarla; lo stesso è accaduto con Olga Tokarczuck. Nel caso di Ben Lerner le cose sono andate diversamente, i suoi romanzi erano già stati pubblicati, ma il suo editore non era interessato a Odiare la poesia (Sellerio, traduzione di Martina Testa, ndr)”

Quindi nel mondo editoriale britannico c’è una certa chiusura?
“È come se ci fosse una sorta di mono cultura, una tendenza a guardarsi l’ombelico: El Paìs, in Spagna, ha pubblicato una lista dei ventuno migliori libri del ventunesimo secolo, tutti incredibili, Carrère, Sebald, Alexievic, Bolaño; se si guarda alle liste pubblicate dai giornali inglesi, l’85%, anche il 90% degli autori scrivono in inglese. È una questione culturale”.

Quale impatto crede che avrà la Brexit sull’editoria e sul mercato del libro in Inghilterra?
“Immagino che renderà più costoso comprare i diritti di autori europei, anche solo per il fatto che la sterlina colerà a picco e l’economia pure. Noi certo non paghiamo enormi anticipi, ma renderà tutto un po’ più difficile. In termini di viaggi e spostamenti non sappiamo quali leggi entreranno in vigore per regolare l’accesso al Regno Unito, quindi, per esempio, non posso sapere se, volendo pubblicare uno scrittore russo dopo la Brexit, sarei capace di invitarlo per un tour di presentazione del libro. Potrebbe non ottenere il visto. Il contesto cambierà e sarà più complesso, ma è impossibile fare previsioni esatte in questo momento”.

Cambieranno anche le modalità di vendita dei libri inglesi all’estero?
“Sì, di nuovo, è difficile prevedere cosa succederà, è probabile che la vendita di libri all’estero diventi più costosa, di sicuro ci saranno dei cambiamenti nell’editoria in lingua inglese, ma non necessariamente per via della Brexit”.

Cioè?
“Ad oggi l’editoria in lingua inglese è divisa: ci sono gli Stati Uniti, l’Inghilterra, l’Australia è un mercato periferico, come anche il Sud Africa e l’India, ma sono tutti territori separati; per esempio, Ben Lerner ha un editore americano, uno britannico e uno australiano. Però credo che ci stiamo avviando verso un modello dove esiste un unico editore in lingua inglese per tutto il territorio, principalmente per via di Amazon, che non si interessa né della proprietà intellettuale né delle diverse giurisdizioni”.

Quindi Amazon sta cambiando l’editoria in lingua inglese?
“Almeno in parte sì: passiamo molto tempo a spiegare ad Amazon che non può vendere un libro americano nel nostro paese, allora viene ritirato dal sito ma la settimana seguente ricompare, e così via. Questo naturalmente non ha nulla a che fare con la Brexit, il cui impatto culturale ha diviso l’Inghilterra in due, una spaccatura terribile, con una forte nascita di sentimenti pro europeisti dopo il referendum; ma questo fa sì che sia un buon momento per pubblicare libri in traduzione, perché le persone considerano la letteratura come un modo per mantenere viva una connessione con l’Europa, di cui sentono di fare parte”.

Che cosa cerca in un libro? Quali caratteristiche stilistiche e strutturali deve avere un’opera perché la voglia pubblicare?
“Quando, ormai anni fa, ho fondato The White Review, volevo pubblicare scrittori contemporanei ambiziosi, sapendo che saremmo rimasti fuori dalle pressioni di mercato, perché una rivista letteraria ha necessariamente un pubblico ristretto, quindi si è liberi di pubblicare ciò che si ritiene più interessante. Dopo essermi dedicato a quello per cinque anni, quando ho fondato Fitzcarraldo volevo continuare con quel tipo di scrittura, libri che corrono dei rischi sul piano formale, ibridano i generi, che fanno qualcosa di nuovo con lo stile; inoltre, volevo pubblicare solo autori contemporanei, che fanno parte del mondo in cui viviamo”.

È il suo gusto personale?
“Credo che il mio gusto sia molto vario, da un lato c’è Svetlana Alexievich, dall’altro si trovano molti libri più convenzionali, realismo, saggi, memoirs, non-fiction, un po’ di tutto. Ho sempre pensato che i libri abbiano bisogno – almeno nella mia mente – di una certa coerenza intellettuale, una connessione tra loro; poi, circa tre anni fa, ho letto L’impronta dell’editore (Adelphi, ndr), di Roberto Calasso, e ho scoperto che aveva avuto la stessa idea molto prima di me, la esprime anche meglio, ma in sostanza sostiene che ogni libro nel catalogo di una casa editrice è come un piccolo tassello in un’opera d’arte più grande. Un altro modo di vederla è che il catalogo sia una costellazione e ogni libro una stella: insieme vanno a formare una galassia di libri”.

Quindi l’identità della casa editrice va a formarsi col tempo?
“Sì, più cresce il catalogo più diventa facile comprenderne l’identità: a volte, leggendo un manoscritto vi trovo l’eco di un altro libro che abbiamo pubblicato, ed è questo che mi attira. Penso anche ai manoscritti nei termini di un altro editore: a volte, se un altro editore è interessato a pubblicarlo allora non c’è bisogno che lo facciamo noi, perché verrà pubblicato lo stesso. Voglio essere il tipo di editore che corre dei rischi con libri insoliti, quelli che nessun altro vuole pubblicare”.

In una precedente intervista ha detto di voler essere il tipo editore che pubblica autori, non libri, che continua a pubblicare un autore anche se i suoi libri non vendono bene, così che casa editrice e autore possano crescere insieme. È per questo che ha scelto di pubblicare solo scrittori contemporanei?
“In parte, e mi piace molto lavorare con gli autori, anche perché circa la metà degli scrittori e delle scrittrici che pubblichiamo scrive in inglese, quindi posso lavorare sul testo originale e questo permette di creare un rapporto più profondo con l’autore. Però non è per quello. Mi piacerebbe cominciare a pubblicare classici a un certo punto, è un progetto di cui parlo spesso, ma servono i soldi. Ho una lista (sorride)”.

E chi c’è sulla lista?
“Vorrei che il punto di partenza fossero i nostri autori contemporanei, per risalire all’indietro e cercare chi li ha influenzati, mantenendo delle connessioni tra il catalogo contemporaneo e quello classico. Per esempio, Mathias Enaud è l’autore di Zone, il primo libro che abbiamo pubblicato, un romanzo scritto in omaggio a La modification di Michel Butor, che quindi sarebbe perfetto per cominciare. Sono questo genere di connessioni a interessarmi”.

Cosa cambia quando si tratta di acquisire un libro che non può leggere in lingua originale e deve leggere in traduzione?
“All’inizio ero molto riluttante ad acquisire i diritti di un libro che non potevo leggere per intero in lingua originale; leggo inglese, francese e spagnolo, ma su tutto il resto ero molto cauto. Poi, col tempo, cominci a frequentare le fiere, Francoforte, Londra, incontri editor e persone del settore, dei cui gusti ti fidi, traduttori: ad oggi ci sono circa cinque o sei traduttori che conosco, che lavorano su lingue diverse e, se mi dicono ‘questo è un libro Fitzcarraldo’, oppure ‘fai attenzione a questo’, li ascolto”.

Come un network di consulenti.
“E sono molto utili. Fa comunque un po’ paura, a volte compri un libro del quale hai letto solo dieci pagine in inglese o francese, commissioni la traduzione e soltanto allora lo leggi per la prima volta. Puoi solo sperare di averci preso. Per ora mi è andata bene, ma sono sicuro che prima o poi una andrà storta”.

Ci sono autori o editori del panorama italiano che la interessano particolarmente?
“Eccome. Adelphi, ovviamente, credo che uno dei libri più importanti per me sia il catalogo in volume che pubblicano per l’anniversario, non vedo l’ora che arrivi. Ma seguo diverse case editrici italiane, ad esempio il Saggiatore, Nottetempo, Sur, Minimum Fax; ho incontrato Elisabetta Sgarbi per la prima volta a Francoforte ed è stato interessante, infatti pubblicheremo La straniera di Claudia Durastanti, sarà il primo libro italiano nel nostro catalogo”.

Un paio di anni fa lei ha detto che la Fitzcarraldo Editions era una “profit desiring company” e che fare l’editore è come cercare di trascinare una barca a vapore sopra una collina. La pensa ancora così?
“(Ride) Sì, direi di sì, forse meno di allora, ma sostanzialmente sì. Voglio dire, guardi le mie borse! (sembrano piuttosto pesanti)”.

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