"L.O.V.E." di Giancarlo Liviano D'Arcangelo è il racconto disperato e senza scampo di un sistema economico totalizzante, che è diventato mondo e ha plasmato a sua immagine e somiglianza uomini, gesti, pensieri e affetti. Un'immersione nel cuore vuoto dell'epoca del neoliberismo selvaggio - L'approfondimento

Il denaro è l‘equivalente assoluto, la sostanza immateriale nella quale tutto può convertirsi indefinitamente. Il fluido onnipotente, capace di appropriarsi di ogni entità astratta o concreta, l’esperanto il cui alfabeto è in grado di tradurre ogni lingua del mondo. Averne o non averne, questo è il problema. Cos’è più liberatorio? Averne, non c’è alcun dubbio: sono le parole di Giordano, il protagonista di L.O.V.E. (il Saggiatore, in libreria dal 27 febbraio), un romanzo allegoria della natura proteiforme e inarrestabile del capitalismo contemporaneo. Dove il mezzo del possesso si è fatto fine, per diventare esso stesso possessore.

Non c’è modo di sfuggire alla logica del dominio, della sopraffazione, a un sistema che ha colonizzato le anime e i luoghi del mondo fino a diventarne l’unica verità segreta. Una verità vuota, come vuoto è il movimento infinito di flussi di soldi e guadagni che si accumulano instancabilmente, scavando dall’interno il mondo e governando azioni, pensieri, emozioni solo per garantire il mantenimento delle proprie stesse condizioni di esistenza, in un movimento folle e autistico.

Giordano Giordano, un uomo che già nella ripetizione del cognome nel nome evoca narcisismo totalizzante e ansia del pieno possesso, è il rampollo secondogenito della ricca famiglia Giordano, un piccolo impero economico costruito dal padre Italo. Forgiati nel capitalismo corsaro e ruspante di chi, da venditore di chincaglieria e contrabbandiere, è diventato industriale e proprietario di centri commerciali, i Giordano sono prossimi all’ingresso definitivo nel regno etereo della speculazione finanziaria e dei soldi che generano altri soldi. Italo è il patriarca, l’incarnazione del self made man divorato dal demone della predazione, portatore dell’unica energia che muove il mondo nell’epoca del neoliberismo sfrenato. Segue le sue orme il figlio Isacco, primogenito ed erede designato, che affila i denti aspettando il suo momento. Giordano invece è un uomo inerte, segnato dall’obesità, che resta nell’ombra. Parassita abulico e vigliacco, privo del sangue vorace del padre e del fratello, ma incapace di non godere della ricchezza prodotta dal regno di sfruttamento e ingiustizia di cui, dal suo isolamento, vede con lucidità ogni aspetto ripugnante senza per questo potersene mai distaccare.

L.O.V.E. di Giancarlo Liviano D'Arcangelo

La morte inattesa del fratello e poi del padre proietta Giordano, con la sua figura irrisolta, sul trono del regno di famiglia. E lì sperimenterà la sua ricerca affannosa di un rapporto con un mondo che ha distrutto legami e realtà di ogni avvenimento umano, per immetterlo in un circolo incessante di permutazione, guadagno, massimizzazione del profitto. Provare a riformare il sistema, inasprirlo fino al parossismo, disinteressarsene, distruggerlo: nessuna scelta vale, perché alla fine di ogni strada Giordano trova se stesso e gli altri intorno a lui fatti della stessa materia inorganica di cui ormai è intessuto tutto il mondo: denaro e possesso sono il vero banco truccato, che vince sempre. E no, l’inetto e complessato Giordano non odia questo sistema. Non vuole cambiarlo. L’attitudine al dominio prende tutt’al più in lui forme tortuose e dolenti, e si svela all’improvviso dietro ogni suo gesto.

L.O.V.E. riproduce un viaggio sfolgorante e allucinato nella realtà di un sistema economico che si è trasformato in unica logica emotiva ed educazione sentimentale. Il Vangelo di Italo Giordano, le cui massime punteggiano la narrazione, sono i precetti del capitalismo fattosi culto. Il flusso del profitto percorre i posti più diversi e intimamente devastati: la guerra in Iraq e il suo scenario desolante di miseria e morte, lo stadio della squadra di calcio di famiglia dove l’imprenditore può sentirsi incoronato dalla folla adorante, una fabbrica in Cina dalle condizioni di lavoro disumane o un mattatoio argentino in cui gli animali sono esseri allevati in una non-vita al puro scopo di diventare carne commestibile e mercificabile.

Ogni luogo è uguale all’altro, perfettamente scambiabile. L’equivalente assoluto provvede a livellarli e a portarli sul piano incolore delle voci di guadagno e di spesa, occasioni di lucro e rischi di perdita. Se c’è spazio per l’amore, anch’esso deve assumere la forma distorta del possesso: le ossessioni masochiste di Giordano, che è uno schiavo devoto ma manipolatore, riflettono l’ambiguità fondamentale dei rapporto col denaro. Chi comanda, chi viene comandato?

Non c’è morale. È amorale la furia divoratrice di Italo e Isacco tanto quanto sono in realtà privi di morale le titubanze e le angosce di Giordano. Forse vede la sofferenza e l’iniquità che lui e la sua famiglia generano e alimentano, di certo non può sentirla, se non in uno spazio autoreferenziale come quello dei propri sogni. E, soprattutto, non c’è salvezza, perché il sistema ha divorato ogni altrove. A Giordano non resta che esplorare inerte e frenetico ogni angolo del labirinto del profitto per ritrovare davanti a sé sempre e solo uno specchio.

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