"Letto durante l'adolescenza, 'La casa in collina' di Cesare Pavese, in un modo che solo le opere d’arte sanno fare, è un testo che cresce con te, che diventa adulto con il passare degli anni...". Con l'intervento di Demetrio Paolin dedicato alla "più veritiera riflessione su quello che furono i mesi dall’8 settembre del 1943 al 25 aprile 1945", torna la rubrica #LettureIndimenticabili

“Già in altri temi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia”. Quando hai sedici anni e sei seduto sul crinale di una vigna, il tuo corpo cambia; sei solo con la bici abbandonata poco più sotto e sei scappato da tutti, e inizi a leggere queste righe e di colpo capisci che qualcuno sta parlando di te, che la letteratura e i libri sono una “roba” diversa da quello che senti a scuola: incidono la tua carne, colloquiano con te prima che tu fossi anche solo pensato e il grembo di tua madre ne fosse pieno.

Questo è capitato a me quando lessi la prima volta La casa in collina di Cesare Pavese, mi è sembrato allora e mi sembra tutt’ora ­­­– che non ho idea di quante volte l’ho riletto e di quante ne ho parlato in giro per le classi delle scuole superiori – che quel libro parli di me, mi parli di qualcosa che mi appartiene. Attenzione: non è questo un libro dell’adolescenza, ma in un modo che solo le opere d’arte sanno fare è un testo che cresce con te, che diventa adulto con il passare degli anni.

C’è una serie di cose che rendono questo libro di Pavese il mio libro: da un lato appunto questa epifania, questo riconoscersi reciproco dell’incipit, e poi alcuni luoghi come il Santuario di Serralunga di Crea (luogo che tra l’altro ritorna in un altro romanzo che ho amato, il Bastardo di Gina Lagorio), che è stato uno dei luoghi della mia infanzia. La domenica si partiva con mamma, papà e sorella e si andava nel pomeriggio, se faceva bello, lungo i sentieri del santuario a piedi o con la bici, si facevano pochi passi si era nel bosco della collina; saliva uno straduzzo ingemmato da piccole cappelle votive fino a giungere a quella del Paradiso.

Lo so, non debbo perdermi in discorsi malinconici, la rubrica si occupa di libri e non delle mie noiose domeniche d’infanzia. E sia.

La casa in collina è il romanzo in cui Pavese spinge all’estremo il suo sentirsi escluso da alcune logiche legate all’impegno civile e politico, o forse meglio è il romanzo in cui più lucidamente di altri e quasi profeticamente egli vede ciò che sarebbe diventata con il tempo la narrazione, il racconto della guerra partigiana. Stupisce questa nitore interpretativo perché il testo è pubblicato nel 1948. La trama è presto detta. L’io narrante del romanzo, Corrado, è un giovane intellettuale che si ritira in campagna non tanto per sfuggire le bombe, quanto per la difficoltà di dare seguito concreto al suo antifascismo più teorico che pratico.

Si veda un dialogo tra i tanti possibili.

Tu, che dici? Che cosa faresti – chiese Cate, seria.

Tacquero tutti, e mi guardavano.

Ammazzare, – dissi – levargli la voglia. Continuare la guerra qui in casa. […]-

Tu lo faresti? – disse Cate.

No, – risposi. – Ci sono negato.

Ecco questa idea di essere negato per la vita attiva e per la lotta fa sì che Corrado si senta umiliato e si vergogni della sua vigliaccheria: Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. Di quei ragazzi che gli tocca una disgrazia, gli manca qualcosa, ma loro non vogliono che sia detta, che si sappia che soffrono. Per questo fai pena. Quando parli con gli altri sei sempre cattivo, maligno. Tu hai paura Corrado. Ma nell’esilio forzato di Serralunga pare che le pene interiori trovino una sorta di requie. La guerra, però, non lascia scampo e coinvolge tutti i protagonisti del libro, tranne Corrado che continua a chiamarsi fuori da tutto, anche se significherà vedere i propri amici morire e sacrificarsi.

Paradossalmente è proprio nell’estremo momento di crisi, di perdita e di dolore che la lucidità di Corrado esplode e La casa in collina diventa forse la prima, e più veritiera, riflessione su quello che furono i mesi dall’8 settembre del 1943 al 25 aprile 1945.

Lontano dall’epica delle battaglie, dalle imboscate, dalle uccisioni brutali e dalle rappresaglie, da questo cantuccio di Monferrato, dove la Langa prende le sue spigolosità, e diventa una collina diversa, Pavese scrive le parole forse definitive sulla guerra partigiana, sul fascismo e sulla nostra eredità (la citazione è lunga ma necessaria): Ma io ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certe morti è umiliante. […]. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Vorrei prendere spunto da questo pezzo per fare due ragionamenti.

Il primo è sulle scelte lessicali e in questo caso del termine sangue. Chiunque abbia letto Pavese sa che parole come terra, sangue e morte sono tra le più usate. Cosa hanno di speciale queste parole? Perché si ferma la mia attenzione su di esse? Beh, esse sono le parole chiave della retorica guerresca nazifascista. Di più: sono le parole d’ordine, le parole grimaldello che venivano usate ogni volta che si poteva, in modo tale che chiunque le leggesse o le udisse potesse avere ben chiaro quale sarebbe stato il discorso.

Quale è lo sforzo e il lascito civile e sociale di Pavese rispetto a tutto questo? In che modo lui, come intellettuale, si è opposto al fascismo? Semplicemente facendo un lavoro sulla lingua, cercando di riportare quei termini al loro statuto originario, cosicché chiunque le usasse non sentisse più sulla lingua il saporaccio brutto del regime.

È anche questa una battaglia, forse meno eroica di quella che alcuni nostri nonni hanno combattuto, ma non meno decisiva. Noi siamo la nostra lingua e il lavoro di Pavese nel rendere utilizzabili concetti e idee, che altrimenti avrebbero perduto ogni ragione d’essere perché compressi con il regime, è un lascito molto più duraturo e profondo di quello che possiamo immaginare. Perché la libertà di parlare, scrivere ed esprimersi ha un senso se c’è una lingua che veicoli espressioni, scrittura e parole.

Questa riflessione sul tornare all’origine della parola, alla sua scaturigine, tocca il mio secondo e ultimo ragionamento, che prende spunto dalla parola nemico. Sulla riflessione di cosa/come è un nemico credo che si giochi una buona parte della nostra possibile comprensione della guerra partigiana. Il nemico è altro, il nemico è un altro, è una creatura: non è semplicemente qualcosa da eliminare, qualcosa che sparirà non appena premuto il grilletto, ma anzi ci mette a disagio, ci umilia e ci responsabilizza. Noi potremmo essere lui, noi avremmo potuto benissimo essere il nemico. Il sangue del nemico deve essere placato, e deve essere giustificato chi lo ha versato. Cosa significa questo? Non si adombra in questa frase un germe di possibile revisionismo? Non apre questa frase alle narrazioni farsesche di Pansa?

La risposta è semplice: no.

Placare il sangue del nemico è legato alla giustificazione di chi lo ha sparso: significa riconoscere da un lato che il nemico morendo diventa una creatura come tutti, “anche morto il nemico è qualcuno”, e proprio perché diventa creatura bisogna giustificare chi si è preso la briga di uccidere il nemico, di fare questo gesto di violenza e di salvezza. Pavese è lontano dalle retoriche che saranno di moda molti anni dopo, penso alle scempiaggini di Violante sui ragazzi di Salò, perché la sua non è una visione pacificata né una visione che mette sullo stesso piano scelte, che pur nel rispetto di ognuno, non hanno lo stesso peso. Pavese dice: il nemico è nemico, abbiamo dovuto ucciderlo, perché era un atto necessario, quel sangue versato però non è meno terribile ai nostri occhi, perché benché utile è pur sempre sangue di uomo e di questo la nostra coscienza ci chiede ragione, e la nostra vergogna sarà il peso di questa scelta.

Si capisce, quindi, perché Pavese rispetto alla vulgata della guerra partigiana rimanga sempre in disparte.  Le sue parole suonerebbero decisamente poco consone e disturbanti, come lo sarebbero quelle di un ragazzo di 17 anni che guarda le colline diventare un mare.

La casa in collina Cesare Pavese

LA RUBRICA – Letture impossibili da dimenticare, rivelatrici, appassionanti.Libri che giocano un ruolo importante nelle nostre vite, letti durante l’adolescenza, o da adulti. Romanzi, saggi, raccolte di poesie, classici, anche testi poco conosciuti, in cui ci si è imbattuti a un certo punto dell’esistenza, magari per caso. Letture che, perché no, ci hanno fatto scoprire un’autrice o un autore, di ieri o di oggi.

Ispirandoci a una rubrica estiva del Guardian, A book that changed me, rifacendosi anche al volume curato da Romano Montroni per Longanesi, I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, e dopo il successo dell’iniziativa proposta recentemente sui social da ilLibraio.it, #ilLibroPerMe, in occasione della presentazione della ricerca sul rapporto tra lettura e benessere, abbiamo pensato di proporre a scrittori, saggisti, editori, editor, traduttori, librai, bibliotecari, critici letterari, ma anche a personaggi della cultura, della scienza, dello spettacolo, dell’arte, dell’economia, della scuola, di raccontare un libro a cui sono particolarmente legati. Un’occasione per condividere con altri lettori un momento speciale.

L’AUTORE – Demetrio Paolin (1974) vive e lavora a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il mio nome è Legione (2009), i saggi Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (2008) e Non fate troppi pettegolezzi (2014) e diversi studi critici su Primo Levi. Conforme alla gloria, il suo secondo romanzo, esce a sette anni di distanza dal primo, ed è stato candidato al premio Strega.

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