“Sto diventando cieca. Questa è la fredda, dura verità": come la protagonista del suo romanzo d'esordio, "La distanza tra me e i ciliegi", Paola Peretti soffre di una grave malattia agli occhi - Su ilLibraio.it un estratto

Paola Peretti, nata nel 1986 vicino a Mantova, è cresciuta in provincia di Verona, dove vive. E dove insegna italiano ai bambini immigrati. Come la protagonista del suo romanzo d’esordio, La distanza tra me e il ciliegio (Rizzoli), anche lei soffre di una malattia agli occhi.

Mafalda, la protagonista del libro, ha nove anni, indossa un paio di occhiali spessi e conosce a memoria Il barone rampante di Calvino. È una bambina curiosa e l’idea di rimanere al buio la spaventa: tiene un diario in cui annota le cose che non potrà più fare, come contare le stelle, giocare a calcio insieme ai maschi o arrampicarsi sul ciliegio della scuola, che riesce a vedere sempre meno ogni giorno che passa. Ma presto capisce che un altro modo di vedere esiste. Impara a misurare la distanza dal ciliegio in base al profumo dei fiori e comincia a scrivere un nuovo elenco: quello delle cose a cui tiene e che riesce ancora a fare…

La trama, e la storia di Paola Peretti, che ha voluto scrivere il suo primo romanzo quando ha saputo di avere la malattia agli occhi (“Sto diventando cieca. Questa è la fredda, dura verità. Con i miei occhi castani, un po’ banali, vedo un quinto rispetto a quanto vedono le altre persone. La letteratura è la mia più grande passione. Voglio scrivere. Non posso più aspettare. Ho gli occhi nelle mani, e quando scrivo vedo meglio anche con la testa”, ha spiegato), ha colpito gli editori internazionali ben prima della pubblicazione: La distanza tra me e il ciliegio esce infatti in 20 Paesi, in contemporanea mondiale.

La distanza tra me e i ciliegi Paola Peretti

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

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Mangiare le olive nere. Cantare in una bend

Al teatro della scuola di musica oggi danno il saggio di metà anno, e sono venuta a sentire mio cugino Andrea e i suoi allievi di chitarra. A me la musica piace parecchio, sarà perché non si vede niente. La mamma voleva che io imparassi a suonare uno strumento, ma io non ho mai voluto, soprattutto da quando mi è venuta la nebbiolina negli occhi, perché non riesco a leggere le note: per me sono formiche ferme sopra una riga nera.
Ascoltare però mi piace. Quando spengono le luci del teatro chiudo gli occhi e le canzoni delle chitarre, dei violini e dei pianoforti mi vengono incontro, proprio sulla pelle, e mi fanno sentire come quando si cammina lenti lenti sul bagnasciuga, d’estate, verso le cinque del pomeriggio, che non può succedere niente di male.
«C’è quel bambino che viene a chiacchierare con te nel cortile.»
La mamma sta indicando un punto sul palco. Mi raddrizzo nella poltrona cercando di vedere un po’ meglio.
«Chi? Dov’è?»
«Quello con la bicicletta da donna. È nel gruppo dei piccoli pianisti.»
Filippo? Nei piccoli pianisti? Non può essere lui. Mamma deve avere la nebbiolina come me in questo momento. Applaudiamo e il concerto inizia.
Prima cantano i bambini dell’asilo, che hanno fatto il corso di coro. Poi suonano quelli del violino. Che strazio.
«Eccolo, è lui. Come hai detto che si chiama?»
Vedo una persona che cammina sul palco, si ferma un momento al centro, sotto la luce grande, e poi si siede a un grosso pianoforte nero.
«Filippo.»
«Ah, sì. Ce l’aveva anche scritto sulla giacca.»
Allora è proprio lui.
Nella sala cala il silenzio e Filippo comincia a suonare.
Mi sa che è una canzone difficile, perché dura tanto e vorrei poter vedere come si muovono le sue mani mentre questa musica bellissima mi entra nella testa, mi prende per mano e mi dice di fare una corsa con lei, come se fosse una mia amica. E io corro, corro su una tastiera lunghissima, che diventa una spiaggia, e ogni nota è un’onda, e io ci salto sopra e in mezzo, e divento un delfino, libero. La musica muove tutto il mare, gli fa fare quello che vuole. E dentro questo mare di gocce scintillanti lo vedo, vedo il mio sottomarino, quello che avrei voluto guidare da piccola, quando mi chiedevano che lavoro volevo fare da grande. Quando apro gli occhi ha riempito anche tutta la sala, fino al soffitto, di coloratissimi fiori sottomarini e galleggianti; poi il suono scende come la voce del signore che legge i libri nel mio lettore, a gocce limpidissime, e alla fine diventa piccola e azzurra, una lacrima sulla mia faccia, che cade giù e mi bagna il colletto del vestito.
Quando Filippo smette di suonare si sente un silenzio grande. Si sente proprio. Poi tutti si mettono a battere le mani talmente forte che le poltroncine tremano. Filippo non viene a fare l’inchino sul bordo del palco. Va via subito, anche se qualcuno sta chiedendo il bis. Al suo posto entrano gli allievi delle medie con le loro chitarre e Andrea li fa sistemare sul palco. Ma io ormai ho nella testa solo quella melodia, e non so se essere più stupita perché l’ha suonata Filippo o perché al mondo c’è una cosa così bella che fa perfino piangere.

(continua in libreria…)

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