Nell'esordio di Michele della Rocca un’epica avventurosa, nutrita di fantascienza e horror, incontra una metafora politica... - Su ilLibraio.it un estratto

Michele della Rocca, romano, ha trascorso gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza tra Africa e America Latina, dove il padre, architetto, lavorava per la cooperazione allo sviluppo e in compagnia della madre. La fuga degli Insonni (Enrico Damiani Editore, in libreria dal 30 agosto) è il suo primo romanzo. La trama ci porta nell’Italia del 2043: la maggioranza della popolazione (punta dalle micidiali mosche Kisser) è ridotta allo stato di Larve, mentre il corrotto Dipartimento Emergenze escogita soluzioni apocalittiche (nascoste in alcuni file).

Un gruppo sgangherato di sopravvissuti, braccati da militari ferocissimi dotati di armi micidiali, tenta la fuga verso il mare e la libertà. Dopo l’evasione dalla clinica e dopo aver rubato un camion-frigorifero comincia il viaggio picaresco dal centro di Roma, per arrivare al Porto di Civitavecchia e imbarcarsi per la Sardegna, ancora incontaminata.

Nell’esordio di della Rocca un’epica avventurosa, nutrita di fantascienza e horror, incontra una metafora politica. Uno sguardo satirico sul presente, quello dell’autore.

La fuga degli insonni_copertina

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

  1. COME INIZIA

Roma, 19 settembre 2043, ore 06.34

Nik osservava il cielo dalla sua stanza.
Con il braccio destro appoggiato alla finestra, la fronte contro il vetro, espirava con forza per vedere il vetro appannarsi, fissando un punto imprecisato dell’orizzonte.
Aspettava l’alba.
Sapeva che avrebbe visto spuntare il sole esattamente tra l’antenna satellitare ingiallita dal tempo e la cupola attorcigliata di Sant’Ivo alla Sapienza.
In cuor suo sperava che il sole quel giorno non sorgesse.
Un altro inutile, lungo giorno lo aspettava, e un’altra notte insonne.
Mosse le labbra mormorando una preghiera.
Stai lì. Non sorgere. Stupiscimi.
Ma il sole lo deluse ancora una volta, spuntando esattamente tra la parabola e la cupola di Sant’Ivo.
Che noia.
Chiuse gli occhi.
E poiché sapeva che il silenzio assoluto non esiste, si mise ad ascoltare.
In un primo momento, niente.
Poi, lentamente, ecco il rumore del proprio respiro.
Poi il rumore del battito cardiaco.
Infine, in lontananza, il sibilo tenue delle bombole di Tripanoskill collegate al sistema di aerazione della clinica.
Istintivamente passò l’indice sulla sigillatura della finestra.
Percorse con il dito tutto il bordo, fino ad arrivare alla targhetta posta nell’angolo in basso a sinistra.
Sigillatura ermetica in pasta di silicone particellato. Data sigillatura: 20 giugno 2043”. Con il timbro del Ministero della Sanità. Dipartimento Epidemie e Malattie Infettive.
Non ci avevano capito un beneamato fico secco fin dall’inizio, pensò.
E nei successivi tre mesi ci avevano capito ancora meno.
Il sole, quel maledetto crumiro, era ormai arrivato oltre la cupola di Sant’Ivo.
L’alba. Ancora una volta.
Nessuna sorpresa, nessuna novità.
E sì che negli ultimi tre mesi ce n’erano state di novità.
Roba seria. Roba da film anni Settanta di serie b, per non dire di peggio. Un horror a basso budget e tante scene splatter.
20 giugno 2043… l’ultimo giorno in cui quella finestra era stata aperta.
In cui tutte le finestre della clinica erano state aperte.
E le porte. Si entrava, si usciva, si andava e si tornava.
Si andava al parco. Si andava al bar. Si beveva l’aperitivo.
Si guardavano le ragazze. Si guardavano le signore e si facevano commenti. Si rideva e ci si arrabbiava, si scherzava e si parlava seriamente.
Ma poi si moriva.
“Magari” pensò. “La morte sarebbe stata mille volte meglio”.
I suoi pensieri furono interrotti dal clic dell’interruttore della luce. Come ogni mattina era arrivato Fifì e stava chiamando gli ospiti della clinica per la colazione.
Colazione si fa per dire. Erano le porzioni distribuite dal Ministero prima dell’evacuazione generale. In quanto clinica convenzionata la dotazione di cibo liofilizzato ricevuta era stata straordinariamente abbondante.
E si erano pure sbizzarriti, giù al Ministero: tre tipi di colazione, tre tipi di pranzo, tre tipi di cena. Peccato che il cibo non sapeva di un cazzo, solo questo. Ma la fame, almeno quella, non l’avevano sofferta.
«Ti aspettiamo in sala da pranzo» gli disse Fifì affacciandosi dalla porta.
«Arrivo subito» rispose Nik in tono automatico.
Aveva ancora la fronte appoggiata alla finestra, e il suo sguardo cominciò a vagare tra le strade deserte del centro di Roma.
“Dall’ultima volta che ho visto qualcuno in strada saranno passati almeno due mesi…”.
E per qualcuno intendeva qualcuno di cosciente, qualcuno che stava facendo “cose”. Non Larve, insomma. Vedere le Larve lo deprimeva. E vedere le squadre dei Pro-Ci che le prelevavano dalle strade e le caricavano ancora dormienti sui loro furgoni lo deprimeva ancora di più.
Si girò verso la stanza.
Il letto sfatto, il comodino in disordine. Libri, fazzoletti, portacenere, il tabacco da pipa… La pipa era caduta per terra.
Il classico disordine di chi ha passato la notte insonne.
L’ennesima.
Continuò a guardarsi intorno. Raccolse i pantaloni buttati sulla poltrona e li indossò. Si sfilò la maglietta sgualcita e a petto nudo andò in bagno. Rimase a specchiarsi qualche secondo più del necessario. Guardò la propria immagine riflessa e si fece schifo. Vecchio, trasandato e segnato in viso dagli eventi della vita.
Se ne fece una colpa.
Per come era arrivato a ridursi in quel modo.
Poteva essere meglio di così, se solo lo avesse voluto.
Lo sapeva. E se lo stava quietamente gridando in faccia.
Si sciacquò il viso, l’acqua era talmente fredda che gli fece male. Pettinò i capelli all’indietro e decise di non radersi. Si limitò ad aggiustare la barba in modo da non sembrare un clochard, bensì un elegante playboy sessantenne. Aveva sessantanove anni. Settanta a novembre.
“Forse”.
Istintivamente tornò a guardare fuori dalla finestra.

(Continua in libreria…)

 

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