Dalla Francia all'Italia, da Milano a Roma e a Napoli: i quartieri periferici collassano. E c'è un paradosso: "i dimenticati stanno rendendo la vita facile a chi li ha dimenticati..." - Su IlLibraio.it l'intervento dello scrittore Stefano Piedimonte

Certi servizi televisivi sulla periferia romana mandati in onda in questi giorni fanno tremare i polsi. La prima cosa che ti viene da dire è: “Il Pleistocene è oggi”. Senti gente berciare: “Che ci possiamo fare noi se Dio se li è scordati nel forno e li ha fatti uscire bruciati?”, mentre altra – in numero assai minoritario – grida con le sclere iniettate di sangue: “Italiani di merda! Ci avete rotto!”. E non c’entra niente il luogo, e neppure il colore politico: quello che sta accadendo a Tor Sapienza è già accaduto in molte altre città italiane, e fatalmente accadrà ancora. Si parte da una situazione di forte disagio sociale, abitativo, si issano le bandiere del malcontento e della protesta, per poi finire in strada a gridare “negri di merda“.

Da napoletano provo profonda vergogna quando quattro fessi, fra i miei concittadini, intervistati dalle telecamere inneggiano alla camorra e a questa sorta di Stato parallelo che avrebbe il merito di tappare le falle lasciate dallo Stato principale (avvelenando tutto il Paese, bisognerebbe ricordare). Provo vergogna perché, appunto, sono quattro fessi, ma messa così sembra che sia Napoli a parlare. Allo stesso modo, suppongo che ai romani vengano i conati di vomito quando un manipolo di razzisti esce dalle proprie caverne e fa sfoggio di una enorme inadeguatezza alla vita civile.

Il copione, questa tragedia della cattiveria disperata che tracima nelle strade come un fiume di fango, non cambia mai. Assistiamo a uno scontro fra periferie, da intendersi non soltanto in un senso geografico. Dalla Francia all’Italia, da Milano a Roma e a Napoli: i quartieri periferici collassano, si fanno la guerra fra loro; gli italiani poveri aggrediscono gli stranieri poveri, gli assegnatari di alloggi popolari fanno la guerra agli straccioni che quegli alloggi se li sono rubati occupandoli, i giovani disoccupati fanno la guerra ai vecchi pensionati cercando di riprendersi quelle briciole che i governi lasciano cadere come mangime dato ai piccioni. Chi sta nel mezzo – delle città, o della propria vita anagrafica – di solito campicchia. Riesce a sfangarla, in qualche modo. Almeno, se la passa un po’ meglio – o meno peggio – degli altri.

Le periferie delle città, e delle esistenze, nel frattempo si accartocciano.

Varrebbe la pena immaginare, al di là di ogni moralismo spicciolo, quanta forza e quale impatto produrrebbe questa massa di gente (“bianchi” e “neri”, se ancora siamo a questo punto), assegnatari e occupanti abusivi, giovani disoccupati e vecchi pensionati, se invece di farsi la guerra fra loro inondassero le strade e le piazze senza lasciare scampo ai nostri politicanti distratti; se le periferie delle città, e delle esistenze, reclamassero in buona sostanza il proprio diritto alla centralità, costringendo il paese a guardarle non più come riserve di caccia da depredare poco prima delle elezioni, ma come una parte della città, del paese, e del percorso umano.

Per ora, il messaggio che i nostri politici stanno ricevendo è questo: se ci trascurate, ci facciamo la guerra fra noi. Un rischio per loro affrontabile, evidentemente. E’ un paradosso: i dimenticati stanno rendendo la vita facile a chi li ha dimenticati.

 

*Stefano Piedimonte, scrittore e giornalista di cronaca nera, è nato a Napoli nel 1980. Il suo ultimo romanzo è il noir “L’assassino non sa scrivere” (Guanda). Qui la video-intervista de IlLibraio.it

Commenti