"La mia amica Natalia" di Laura Lindstedt è il racconto di una terapia sperimentale su una paziente sopra le righe, che ha come punto di forza la totale fluidità con cui, capitolo dopo capitolo, ogni confine viene abbattuto. Una riflessione libera e prorompente sul piacere, sulla sessualità, sull'identità... - L'approfondimento

Lo studio dell’analista è un centro pulsante di narrazioni: c’è la storia che racconta il paziente, la storia che viene portata alla luce insieme al terapista e la storia che il paziente stesso è pronto ad accettare. Non fanno parte dello scambio, ma nella stanza ci sono anche le storie dell’analista, a cui spetta il compito di discernere.

Non è un caso, quindi, che così spesso nei libri, nei film o nelle serie si ricorra a questo strumento per portare avanti il racconto, per approfondire un personaggio, o come vera e propria struttura del romanzo, come avviene nell’ultima opera della premiata scrittrice finlandese Laura Lindstedt (nella foto di Heini Lehväslaiho, ndr). La mia amica Natalia (Elliot edizioni, traduzione di Irene Sorrentino), il cui titolo è forse un omaggio a Nathalie Sarraute, oggetto della tesi di dottorato dell’autrice, è il racconto di una terapia sperimentale su una paziente sopra le righe, che fin dall’inizio si pone in un modo originale rispetto agli altri frequentatori dello studio.

Natalia si sdraia, invece di sedersi; tiene una sveglia sulla pancia per tenere traccia del tempo; il primo giorno entra nella stanza, indica un quadro molto caro all’analista e dice che era di sua nonna. Nel momento in cui la donna, spiegando i motivi che l’hanno portata lì, scoppia in lacrime, l’analista prova una sensazione del tutto nuova, “un’esperienza di armonia improvvisa e fuori luogo”.

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Il problema di Natalia è che pensa costantemente al sesso, o meglio, la sua testa è piena di amanti, tanto da renderle difficile qualsiasi attività quotidiana. È una ragazza istruita, dal temperamento creativo e l’analista si frega le mani: è la paziente perfetta su cui testare il metodo che ha messo a punto nella tesi di dottorato. A ogni seduta le assegnerà dei compiti: parole chiave da usare come spunto per un racconto, opere artistiche, citazioni colte.

Attraverso le storie di sua invenzione, o dei ricordi che spontaneamente sceglie di utilizzare, piano piano il passato di Natalia e la radice della sua sofferenza cominceranno ad emergere. Eppure, questa paziente così reattiva a sua volta tira i fili della narrazione, portandola a svolte inaspettate. La persona di Natalia si sdoppia, si ingrandisce, inizia a condurre il gioco, spingendosi oltre i limiti consentiti dalla terapia, fino a giungere all’apice dell’autofiction, disorientando – ma affascinando – l’analista e chi legge.

La mia amica Natalia Laura Lindstedt

Se la ricerca della verità, delle molteplici verità bisognerebbe dire, può appassionare il lettore come un giallo, la forza del romanzo di Laura Lindstedt è la totale fluidità con cui, capitolo dopo capitolo, ogni confine viene abbattuto. Nel seguire con perizia il percorso letterario e artistico con cui l’analista spera di guidare Natalia dentro se stessa si finisce per perdersi in un labirinto di specchi dove l’immaginario diventa realtà, e viceversa. Ne scaturisce una riflessione libera e prorompente sul piacere, sulla sessualità, sull’identità, passando per gli stessi riferimenti che conducono la donna a scavare nei suoi ricordi e a fare libere associazioni. Da Sartre, a Beauvoir, a Butler, a Ensler, senza dimenticare Philip Roth e Foucault, la bibliografia che accompagna il libro è elemento fondante e fondamentale dello stesso, un coro polisinfonico che commenta le azioni ricordate sulla scena.

Se Natalia è fortemente caratterizzata, dell’analista non c’è nessuna descrizione. Suo è il punto di vista che riunisce e commenta le varie sedute, sue sono talvolta le manipolazioni della storia che la paziente porta nella studio: eppure, di “doc” non si sa altro, nemmeno se, a ragionare in termini binari, sia un uomo o una donna. La grammatica finlandese permette la totale assenza di genere: non è propriamente un neutro, è semplicemente un vuoto che non è necessario colmare, ed è su questa felice possibilità che Lindstedt costruisce il personaggio dell’analista. La traduzione italiana di Irene Sorrentino riesce a mantenerne l’assoluta non connotazione sessuale e di genere, lasciando così a chi legge la libertà di interpretare a proprio piacere – o scegliere a sua volta di non cercare un’interpretazione.

Già nella sua opera precedente, Oneiron, sempre uscita per Elliot e vincitrice del Finlandia Prize, Lindstedt indagava i corpi delle donne e i traumi che li accompagnano; qui continua la conversazione, arricchendola ulteriormente, riportando l’attenzione sul significato del piacere femminile, sulla pornografia, sui rapporti che si instaurano tra le generazioni e sul tipo di sessualità che viene a sua volta tramandata, con le sue concessioni e le sue condanne.

Centrale nel romanzo è un dipinto, quello che passa dalla casa della nonna di Natalia alla parete sopra il divano dell’analista, intitolato Bouche-oreille. Firmato da una pittrice di grandissimo talento e altrettanto misteriosa, rappresenta una bocca e un orecchio: ci si parla e ci si ascolta da soli, sigillati nel dolore, e la vita corre come su un binario chiuso tra questi due buchi, finché non interviene un qualcosa che spezza questo circolo e lascia fuoriuscire il discorso personale. Per l’analista, e forse per la stessa Lindstedt, questo qualcosa è la scrittura, che irrora con la sua forza il mondo esterno, libera chi soffre e, più di tutto, stabilisce l’ultima parola sulla propria storia; tra tutte le narrazioni che nascono dentro uno studio, per quanto fittizio, è questa l’unica che si può definire vera.

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