Secondo Ismail Kadarè autore di La figlia di Agamennone ISBN:9788830424043

La figlia di Agamennone, scritto agli inizi degli anni Ottanta, è una storia sulla crudeltà del potere. Assistiamo alla sfilata del 1° Maggio a Tirana: in una delle tribune delle autorità un invitato, l’io narrante, ha all’improvviso l’impressione di scorgere il volto dell’antico comandante greco Agamennone. Allucinazione? O piuttosto effetto del dolore di un uomo appena abbandonato dalla donna amata, Suzanna, figlia di un alto dirigente di partito destinato a una rapida carriera? La figura mitologica del comandante disposto a sacrificare gli affetti familiari per la ragione di stato è la chiave di lettura di una storia d’amore sacrificata alle ragioni del potere. E il sacrificio di Suzanna diventa la giustificazione dei sacrifici cui andrà incontro l’Albania. Ismail Kadarè ha voluto condividere con noi alcune riflessioni sul totalitarismo e sulla missione dello scrittore.

Il totalitarismo è un fenomeno universale. Noi siamo ossessionati da totalitarismi come il nazismo e il comunismo, ma ancora prima, nella storia dell’umanità, ce ne sono stati parecchi altri e non è escluso che in futuro ce ne siano di nuovi. Oggi ad esempio si parla di dittatura dei soldi, di tirannia e di arroganza del denaro. E sicuramente anche questo è una specie di totalitarismo altrettanto pericoloso. Io sono uno scrittore: non ha senso essere etichettato come uno scrittore balcanico o uno scrittore albanese. Sono uno scrittore e non uno scrittore politico; e anche se, senza dubbio, i miei romanzi sono ambientati in una realtà geografica precisa, mi sono sempre occupato di temi di interesse universale. Certamente il potere non è sempre una forma di oppressione e violenza, ma in Albania ho potuto conoscere solo e soprattutto il potere oppressivo. La figlia di Agamennone è stato scritto nei primi anni Ottanta, quando in Albania c’era ancora il regime instaurato da Hoxha, che ha avuto termine nel 1990-1991; allora il destino degli albanesi si riassumeva spesso nella semplice alternativa tra cadere e non cadere, nel senso che gli uomini cadevano in disgrazia, sparivano senza conoscerne le ragioni, dato che la forza di un regime totalitario sta anche nell’arbitrio assoluto. Inoltre tutti i miei romanzi sono ambientati nel presente, fatta eccezione di Tamburi della Pioggia, e parlano della vita quotidiana albanese. Tempo dopo aver scritto La figlia di Agamennone cominciai a scrivere La Piramide: era il 1988, il periodo in cui a Tirana si cominciava a costruire il faraonico mausoleo a Enver Hoxha. Il mito di Agamennone mi ha offerto la possibilità di raccontare il sacrificio di una storia d’amore in nome della politica così come l’edificazione della piramide per me rappresenta la metafora dell’edificazione di qualsiasi potere assoluto, basato sull’oppressione e sulla morte. Quelli erano ancora gli anni del terrore sistematico, quotidiano, monotono, ben peggiore della violenza spettacolare. Il terrore comunista era molto più discreto, silenzioso e mascherato di quello fascista. Nei paesi come il mio, il primo compito di uno scrittore era quello di difendere la vita, battersi per la propria identità spirituale, per la propria cultura all’interno del proprio destino. Difendere la propria cultura significava impedire che tutto ciò che costituiva la nostra particolarità sparisse, pur considerando che, sotto il potere tirannico, lo scrittore, è un po’ come quegli alberi che vengono marchiati prima di essere abbattuti. Ma uno scrittore ha solo il proprio mestiere e l’unico indicatore affidabile resta la letteratura che ha prodotto. Essa testimonia la sua sottomissione o il suo trionfo. Nella storia della cultura esistono i poeti cortigiani e quelli che si oppongono al potere. E poi ci sono anche i poeti, come Goethe e Cervantes, che si disinteressano del potere. Negli anni sono riuscito a creare una sorta di controletteratura opposta alla letteratura ufficiale. Anche quando erano vietati, i miei libri lavoravano giorno e notte contro il regime perché clandestinamente erano presenti in tutte le case albanesi. Quando ho iniziato a scrivere non pensavo assolutamente di poter cambiare la società. Non sapevo neppure cosa fosse la società. Poi ho scoperto la forza della letteratura, una ricchezza che ciascuno utilizza come meglio crede, indipendentemente dalle intenzioni dello scrittore. I libri infatti vivono di vita propria, trovano la loro strada attraverso le epoche. Quando ero piccolo ad esempio non mi accorgevo di vivere in un paese non libero. L’ho scoperto solo leggendo dei libri. Leggendo ho scoperto che c’era un altro mondo che la letteratura aiutava a capire; e lo continua a fare, anche se oggi subisce la concorrenza disonesta di una cultura mediocre veicolata in tutto il mondo dalla televisione. Mentre per dare il meglio di sé il romanzo dovrebbe rivaleggiare con la tragedia e l’epica. In ambito letterario tra reale e fantastico non c’è soluzione di continuità. Le due dimensioni possono essere utilizzate contemporaneamente senza problemi. Naturalmente alcuni temi si prestano meglio di altri per essere affrontati attraverso le modalità del fantastico, il quale talvolta risulta più vero del reale. La geografia e la storia ad esempio non devono essere vincolanti. Una storia ambientata nel passato e in un paese lontano può benissimo dar luogo a un libro perfettamente in sintonia con la realtà contemporanea. Il mondo è in fondo un unico grande quartiere e la storia non è altro che un’unica lunga giornata. Inoltre, senza voler essere considerato troppo pessimista, in letteratura gli aspetti negativi della realtà sono quelli più interessanti, quelli che danno migliori risultati: la letteratura nasce nella violenza e nel terrore. Anche la tragedia e il teatro, che nell’antichità segnano l’origine della letteratura, non nascono dalle feste dionisiache, come si dice sempre, ma dalla morte e dai riti funebri. D’altra parte la morte tocca da vicino tutti gli uomini, è la situazione che più li sconvolge. E da sempre la letteratura è un modo per cercare di superare l’irreversibile, di ritrovare ciò che non c’è più. Mentre la mia visione dell’intellettuale è corale, si rivolge alla collaborazione, alla liberazione dall’odio. È lo stesso punto di vista della gente semplice, del popolo albanese, che non pensa alla politica, ma vuole vivere, costruirsi quotidianamente un avvenire, che ha sete di vita. Quando scrivo, escludo l’odio. Quando si ha una libertà interiore, l’arte trova sempre la sua strada perché la letteratura è molto più forte, mentre la condizione umana è caratterizzata dall’impossibilità di esprimere compiutamente ciò che gli uomini vivono e provano. Della grande storia del mondo sappiamo pochissimo. Del grande oceano umano, solo pochi frammenti giungono fino a noi. Di fronte a questa situazione, lo scrittore è colui che talvolta riesce a dare voce a ciò che altrimenti andrebbe perso. È questa la sua missione.

Ismail Kadarè

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