Il Progetto Testori è una chicca, da seguire con attenzione al Teatro Franco Parenti di Milano (spettacoli, speculazioni e specchi dedicati al maestro di Novate) e inaugura da con la (sua, di Giovanni) monaca di Monza, adattamento per tre voci di Valter Malosti (che firma anche la regia) dal testo del 1967, incarnato sul palco (fino al 3 marzo) da Federica Fracassi... - L'approfondimento

Il Progetto Testori è una chicca, da seguire con attenzione appassionata al Teatro Franco Parenti di Milano (spettacoli, speculazioni e specchi dedicati al maestro di Novate) e inaugura da con la (sua, di Giovanni) monaca di Monza, adattamento per tre voci di Valter Malosti (che firma anche la regia) dal testo del 1967, incarnato sul palco (fino al 3 marzo) da Federica Fracassi.

Te(a)tro di clausura. Trittico sotto vetrina. L’o-scena esibisce il corpo in gabbia: loculi vampireschi (bi-sogno di sangue), confessionali patibolari (in braccio della morte), spazio serrato di una crocifissione microfonata, amplificata e distorta. Contemporanea e visionaria.

Cantatrice del Calvario, la sventurata rispose, ri-espose e, forse, risorse. In una danza macabra e grottesca, come una disco-teca rotta, ripetuta all’inferno: rock e horror, pietra dello scandalo e dannazione a porte chiuse, le confessioni cubiste della “malmonacata”, nella versione di Malosti, sono verbo che si (dis)fa carne, sregolata e dilaniata, corpo senza pace che, revenant, racconta una passione lacerante, corpo desiderante e non desiderato, che si scopre rinchiuso, usato e abbandonato. Ma è il corpo stesso che pare rinchiudere, che muove in fondo la dann-azione drammatica nella quale la Mon(a)ca svela gradualmente ogni sua mancanza.

 LA MONACA DI MONZA - foto di Noemi Ardesi
 foto di Noemi Ardesi

E lo fa, in primis, costretta nello spazio, attraverso il suono della libera voce. Nella messa in scena essenziale e tripartita, come in un quadro di Francis Bacon, fra vezzo e vizio di un dis-umano deus ex slot-machine, da qualche parte fra Amsterdam e il Golgota, prostituzione e istituzione, sulle rive malate del Lambro come un novello Stige, si esprime, potentissima e posseduta, la voce di Fracassi, puntellata dal contrappunto necessario di Vincenzo Giordano e Giulia Mazzarino. Ma è lei vera architrave drammaturgica di questo confidarsi dannato, sfida alla Regola e paradossale ricerca di Salvezza, preghiera blasfema di una messa in rabbia che possiede la dimensione simbolica di una sfida giobbesca e la sacralità dell’esperienza rituale.

È la forza ferma della protagonista, la sua presenza dolorante e viva, che oltrepassa la cella trasparente, come effrazione invisibile, arrivando a scuotere, in un paesaggio sonoro disturbato e disturbante, le viscere dello spettatore (inchiodandolo, verrebbe da dire), come avveniva già prepotentemente nella lingua-corpo di Erodiàs, prova ineguagliabile di Federica, andando anche al di là della testa e del testo di Testori, per colpire al cuore. Ecco che un dramma ad alto tasso teorico, e teologico, si fa umana esperienza, che non si può del tutto raccontare e spiegare facilmente, ma solo incontrare. Solo a teatro, dove gli sche(r)mi che c’imprigionano si spezzano.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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