In libreria "La pimpinella", il nuovo romanzo di Grégoire Delacourt, che racconta l'amore al tempo dell'adolescenza - Leggi un estratto

Eravamo Victoire e Louis, una promessa bionda che filava via, inseparabile, verso la Marque, il fiume che si srotola sino a Bouvines. E quando, stanchi, ci lasciavamo cadere a terra, io intrecciavo anelli di fili d’erba che lei, ridendo, infilava alle dita sottili. Facevo il conto, sussurrandole all’orecchio, di tutti i bambini che avremmo avuto insieme.
«Ma io non ti sposerò mai » obiettava lei.
Quando le chiedevo il perché, Victoire rispondeva inevitabilmente: perché sarai per sempre, e solo, il mio migliore amico.
Io cercavo di nascondere la mia ferita, protestavo. Eh, sì, certo, e tu credi che resterò qui a fare il tuo migliore amico per tutta la vita? Allora lei abbassava lo sguardo. Quando ci si ama di un amore vero non ci si può perdere e io non voglio perderti, Louis.
Quindi saltava su come un grillo, risaliva in sella e via, l’ultimo che arriva è un pollo. Ed eccomi di nuovo a lottare con la bambina, con l’infanzia che tornava a riprendersela, ricacciandomi in gola le mie voglie adolescenti. Fu allora che cominciai a imparare la pazienza, quel dolore lungo e insopportabile.
Passavamo il pomeriggio nel giardino con piscina di Françoise Dorlélac e Maurice Ronet, che Victoire aveva visto di sfuggita una sola volta, ma le era bastata per trovarlo bello da morire, disperatamente bello.
Toglievo le foglie che galleggiavano nella piscina con un grande retino. Una volta alla settimana controllavo scrupolosamente con un misuratore il pH dell’acqua assicurandomi che il suo valore si attestasse intorno a 7.4, ma soprattutto Victoire e io facevamo dei bellissimi bagni.
Ogni tanto facevamo a gara, sfiancandoci per un buon numero di vasche; Victoire nuotava a dorso meravigliosamente: i movimenti delle sue braccia ricordavano più la grazia di una pattinatrice che la foga di una nuotatrice.
Io mi immergevo, le prendevo i piedi, come lo squalo del film di Spielberg, e lei gridava, rideva, faceva finta di avere paura mentre le sue risate si levavano alte per poi ricadere dolcemente nel mio cuore; la tiravo allora verso di me, in quelle profondità limpide,volevo affondare, affondare con lei – una discesa senza fine, come nel film The Abyss – trovare quel luogo che chiamano paradiso, dove per ogni cosa c’è un perdono. Ma ogni volta ritornavamo su, semiasfissiati, spaventati a morte, ma vivi.

[A volte nell’acqua giocavamo a palla, ma lei, goffa, spesso se la lasciava sfuggire e allora io dovevo uscire dalla piscina e correre in fondo al giardino per recuperarla; lei mi seguiva con lo sguardo, facendo come se niente fosse, e io mi ributtavo in acqua, i piedi coperti di erba appena tagliata, con un tuffo a effetto che facevo apposta per impressionarla. Lei alzava gli occhi al cielo, già spazientita.
Aveva gli occhi rossi, come le donne che piangono, mentre i capelli, ricci e bagnati, le disegnavano una corona sulla fronte.
Era la mia principessa. Era il grande amore della mia vita.
«Un giorno mi potrai baciare » mormorò un pomeriggio, prima di nuotare fino alla scaletta. Nuotava a rana, elegante e leggera, disegnando una striscia di luce.
Lasciavamo che i raggi del sole ci asciugassero, sdraiati l’uno accanto all’altra in quella spiaggia di assi di legno che circondava la piscina. Lei indossava occhiali da sole troppo grandi, alla Audrey Hepburn; un costume a due pezzi; il sopra, intrigante, copriva due dolci rigonfiamenti, e quando se lo toglieva per rimettersi il vestito, mi chiedeva di girarmi dall’altra parte e mi faceva giurare che non l’avrei guardata, altrimenti ti ucciderò, ti odierò per tutta la vita; io ridevo forte, e le mie risate la facevano arrabbiare e allora se ne andava via, lasciandomi solo in quel giardino, il nostro Eden; proprio là dove si nasconde il serpente.]

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