Intervista ad Alfio Caruso autore di Italiani dovete morire ISBN:8830418439

1. Com’è nata l’idea di Italiani dovete morire, il libro in cui lei ricostruisce il massacro della divisione Acqui avvenuto a Cefalonia nel settembre ’43? Un tragico evento di cui in questi giorni si discute moltissimo.

Da una lettura nell’antologia di quinta ginnasio. Un brano raccontava la fucilazione di un colonnello, del quale non veniva specificato il nome. Mi colpì l’impassibilità di quest’ufficiale di fronte al plotone di escuzione. TirÌ fuori la pipa, l’accese con calma, spense il cerino, lo lasciò cadere in terra e poi con un cenno del capo fece intendere che era pronto.

2. Ha poi scoperto l’identità del colonnello?

Mario Romagnoli, il comandante del 33mo artiglieria, uno degli eroi più fulgidi della Acqui.

3. E dopo questa prima lettura del ginnasio?

Nel ’67 trovai in libreria il bel romanzo di Marcello Venturi, Bandiera bianca a Cefalonia. Servì a farmi capire grosso modo che cosa fosse accaduto nell’isola ionica. Da quel giorno la Acqui si è installata in un angolino della mia mente. Ho letto quel poco che trovavo. La mia curiosità veniva stimolata da questa modestia d’informazioni e dal silenzio della storia ufficiale. Nel suo avvicente libro sulla Resistenza mi pare che Giorgio Bocca citi la Acqui di sfuggita, per spiegare che era falso il comunicato della Wermacht con cui veniva annunciato al mondo che l’intero esercito italiano si era arreso.

4. Il suo libro quando è maturato?

Nel gennaio ’99. Avevo appena consegnato alla Longanesi ‘Da Cosa nasce Cosa’. L’indimenticabile Mario Spagnol mi chiese un altro libro sulla mafia, io gli feci sapere che desideravo invece dedicarmi alla Acqui. Mi attirava questa divisione che proveniva da due anni e mezzo di dolcissima occupazione, tutti gli italiani erano fidanzati in casa e avevano perso persino il ricordo della guerra. Era stata l’unica unità italiana a non voler cedere le armi ai tedeschi, e su di essa era caduto una sorta di embargo.

5. La sua tesi che sia stata la sinistra a decretare il silenzio sul sacrificio della Acqui ha scatenato dure polemiche.

Ma è la verità. A Cefalonia, nel nome dell’Italia che li ha abbandonati, e che in seguito li avrebbe cancellati, sono morti a braccetto moltissimi monarchici e alcuni comunisti, moltissimi uomini stanchi del fascismo e alcuni fascisti. Cefalonia non appartiene ad alcuna ideologia politica, appartiene a tutti noi. Mi sembra che l’abbia capito appieno quell’onorevole di Alleanza Nazionale, che, sull’onda della raccolta di firme avviata ad Acqui, ha chiesto al Governo di compiere un passo ufficiale per ottenere dalla Germania l’ammissione della strage (secondo la Wermacht a Cefalonia furono fucilati un generale e quattro ufficiali) e le scuse ai parenti delle vittime. Mi auguro che il presidente Ciampi, massimo difensore dell’onor patrio, si faccia sentire da Amato. Se è vero che il sentimento della Patria morto l’8 settembre, è altrettanto vero che a Cefalonia è risorto.

6. Allora ha ragione chi accusa Louis De Bernières di aver macchiettizzato gli italiani con il suo romanzo Il mandolino del capitano Corelli.

Non credo. A me il romanzo è piaciuto, appartiene al filone d’amore e d’avventura di sapore ottocentesco. Ci tratta con simpatia e l’ho trovato preciso nei suoi riferimenti cronistici. D’altronde durante il mio soggiorno a Cefalonia ho incontrato chi ancora ricordava De Bernières in biblioteca intento a sfogliare volumi. Sono convinto che quando il libro sarà ripubblicato (tra poco, mi risulta) questa prevenzione nei suoi riguardi verrà a cadere. Poi ci penserá l’annunciato film a completare l’operazione simpatia.

7. Due libri di successo, un film: scoppierà in Italia la Cefalonia-mania?

L’importante è che vengano ricordati i magnifici uomini della Acqui, il loro sacrificio. Erano tanti piccoli italiani che non pensavano neppure alla lontana di doversi comportare da eroi. Furono le circostanze a metterli davanti alla drammatica alternativa: la resa o la morte, e loro scelsero quest’ultima per non mancare al giuramento. Con un referendum strapparono il diritto di morire da soldati e da uomini. Se l’Italia non fosse un Paese privo di memoria non avrebbe atteso quasi sessant’anni per accorgersi di questi suoi straordinari figli.

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