Intervista a Denis Guedj autore di Il meridiano ISBN:8830419060

Un oggetto quasi banale, lo abbiamo in casa tutti, lo usiamo chissà quante volte ogni giorno senza nemmeno accorgercene, il più comune strumento di misurazione: il metro. Da sarto, da falegname, in forma di bindella, di nastro, di decimetro, doppio decimetro, persino sui calendarietti plastificati che portiamo in tasca. Potremmo mai farne a meno? Ci sembra sia sempre esistito, come l’acqua che beviamo o l’aria che respiriamo. Invece non è affatto così. Il metro esiste da poco più di 200 anni: per studiarlo e realizzarlo c’è voluta la straordinaria pulsione della Rivoluzione Francese a creare sistemi unici e “universali”, tutta la grandissima cultura filosofico-scientifica che stava alla base di quel formidabile rinnovamento. Condorcet, Lavoisier, Laplace, tutti gli altri. E ci sono voluti sette anni di misurazioni e calcoli, mentre la Francia passava via via dal Regno alla Repubblica, dal Direttorio al Consolato all’Impero di Napoleone. Sette anni di lavoro durissimo, tra mille difficoltà, rivolgimenti sanguinosi, ghigliottine, guerre, diffidenze ataviche, rischi mortali. E poi c’è voluta un’altra quarantina di anni perché venisse finalmente adottato.

L’affascinante avventura degli scienziati Delambre e Méchain, incaricati dall’Accademia di Francia di realizzare il nuovo strumento universale di misura denominato “metro”, è divenuta romanzo con Denis Guedj, già famoso per il successo del romanzo “giallo-matematico” Il teorema del pappagallo. Atteggiamento sportivo, abbigliamento della massima casualità, spavaldo orecchino rotondo all’orecchio sinistro, Guedj non assomiglia in nulla agli scrittori e scienziati accademici del nostro paese. Oltre ai sessant’anni suonati, mimetizza alla perfezione la sua realtà primaria di docente di Storia delle Scienze all’Università Paris VIII. Ma le sue argomentazioni sono serrate e a tratti addirittura travolgenti.

D. Lei ha dichiarato: “Anche i concetti possono dare emozioni, per questo li racconto”. Il suo è dunque un impegno a fare “narrazione” (in forma di libro e di film) con la scienza? La scienza si fa romanzo, il romanzo si mette al servizio della scienza per esporla?

R. Sì, è senz’altro così, ma aggiungerei una cosa. Il problema fondamentale è cercar di cogliere ciò che nella scienza vi è di “drammaturgico”, di “narrativo”, e di farne “dramma”, “romanzo”. Una vicenda come quella di Delambre e Méchain è stata una vera e propria avventura, che forse nessun romanziere sarebbe stato in grado di inventare con i mezzi tradizionali del romanzo. Raccontandola, si può fare un buon lavoro a livello della narrazione e al tempo stesso della storia della scienza, della sua comprensione. Per esempio, non basta dire “hanno misurato”. Bisogna anche spiegare come hanno fatto, con quali strumenti, spiegare il funzionamento di questi strumenti.

D. Si tratta dunque di gettare (o meglio consolidare) un ponte tra cultura scientifica e umanistica?

R. Si tratta essenzialmente di cogliere e raccontare quanta scienza c’è nel “dramma” e quanto “dramma” nella scienza. Non in termini puramente ideologici, ma nella realtà degli oggetti e degli avvenimenti. Di superare la finta e poco interessante cesura che si postula fra il “rigore” della scienza e l’ “immaginario” della letteratura. Occorre tanta immaginazione anche per i progressi della scienza. E allo stesso titolo occorre tanto rigore per fare buona letteratura.

D. È dunque nato il genere “romanzo scientifico”?

R. Non mi piace parlare di generi. Preferisco parlare di “romanzo” e basta. Io scrivo “romanzi”.

D. D’accordo, tuttavia una certa classificazione, a fini critici, è opportuna. Non necessariamente un romanzo cosiddetto “di genere” è inferiore a un romanzo cosiddetto “di cultura”. Ce ne sono di ottimi in entrambi i campi, una volta che l’attribuzione sia fatta con accuratezza direi quasi scientifica. Possiamo dunque considerare questo presunto “romanzo scientifico” alla stregua di un discendente dei “comte philosophique” di un tempo?

R. Certo, messa così mi piace molto di più. È probabilmente vero. Ma io continuo a pensare che il “romanzo” sia “romanzo” e basta.

D. In ogni caso, i grandi intellettuali del passato erano “pensatori globali”, scienziati, filosofi e scrittori. Mentre adesso sembra trionfare la specializzazione. Gli scrittori sono scrittori, i filosofi sono filosofi, gli scienziati sono scienziati…

R. Lo impone la velocità stessa con cui tutto si sviluppa, e quindi anche le conoscenze. Una velocità che ci rende difficile partecipare del presente in tutti i suoi infiniti aspetti. Ma bisogna saper “resistere al presente”, come ha scritto Deleuze. Essere figli del proprio tempo, certo, è inevitabile, altrimenti si sarebbe anacronistici, ma sapergli resistere, imporre le proprie lentezze (e quindi accuratezze) di studio e analisi.

D. Quale invenzione del prossimo futuro potrebbe avere un’importanza uguale a quella del metro?

R. Come rispondere? Il futuro è davvero imprevedibile. Quindici giorni prima che scoppiasse il maggio francese, nel ’68, il direttore del più importante giornale di Parigi scriveva: “In Francia non succede niente”. Mai previsione poteva essere più sbagliata. Quindi, che cosa può riservarci il futuro? Chissà. In ogni caso credo di poter azzardare che dovrebbe essere qualcosa nell’ambito della misurazione dello spazio, della vera realtà dell’Universo.

D. Che cosa ci riserva, allora, il futuro di Denis Guedj come “romanziere scientifico”?

R. Sto scrivendo un romanzo che si intitolerà La chioma di Berenice. Vi racconto la vicenda di come il greco Eratostene, direttore della Biblioteca di Alessandria, procedette nel terzo secolo avanti Cristo alla misurazione della lunghezza del meridiano terrestre. Fu lui a inventare il termine “geografia”, e sostenne l’ipotesi della sfericità della Terra. La sua vicenda umana e scientifica si intreccia indissolubilmente con la perenne tragedia della famiglia dei Tolomei, in questo caso rappresentata da Tolomeo IV Filopatore, di cui Eratostene era il precettore, e da sua madre Berenice, quella appunto della famosa “Chioma” immortalata da Callimaco. E di nuovo mi si è posto il problema di raccontare gli “strumenti”. Per la sua misurazione della distanza tra Alessandria e Assuan, Eratostene ha dovuto impiegare i “contatori di passi”. A quei tempi le distanze si misuravano con i passi, era una conoscenza indispensabile anzitutto per gli spostamenti degli eserciti. Be’, come lavoravano questi “contatori di passi”? Dovevano compiere passi uguali e di assoluta regolarità. Per ottenere questa precisione, dovevano allenarsi all’interno dello “stadio”, di cui si conosceva alla perfezione la misura. Uno stadio era composto da tanti passi. Come facevano a realizzare questa regolarità? Nessuno storico lo ha mai scritto. Per raccontarlo ho dovuto studiarlo su tutti i documenti possibili. Come del resto ho fatto per il metro misurato e realizzato da Delambre e Méchain in sette anni di vicissitudini romanzesche.

[Intervista a cura di Mario Biondi]

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