Bompiani sta meritoriamente ripubblicando le opere dello scrittore e regista torinese Mario Soldati (1906-1999). Tra queste anche "Le due città", libro del 1964, che all'uscita fu accolto dalla critica tiepidamente, per non dire con contrarietà. Un romanzo di costume sulla prima metà del Novecento che, forse, possiamo apprezzare più oggi di ieri. Ecco perché... - L'approfondimento

Quando uscì nel 1964, Le due città fu accolto dalla critica tiepidamente, per non dire con contrarietà: erano gli anni in cui imperversavano le sperimentazioni del Gruppo 63, facevano la loro comparsa opere eversive come La cognizione del dolore di Gadda o Letteratura come menzogna di Manganelli e, sul versante opposto, si faceva ammirare la composta e apparente semplicità di opere come Lessico famigliare di Ginzburg o Marcovaldo di Calvino. Ecco una delle possibili ragioni per cui un romanzo così strutturalmente tradizionale come Le due città abbia suscitato commenti più o meno negativi.

E dunque, perché leggere oggi quest’opera, la più lunga (oltre seicento pagine) e tra le meno innovative della produzione di Mario Soldati (1906-1999)? La scelta da parte di Bompiani di ripubblicare anche questo titolo, a distanza di anni, insieme alle altre opere dello scrittore e regista torinese, offre l’occasione per imbattersi in un romanzo di costume sulla prima metà del Novecento che forse possiamo apprezzare più oggi di ieri.

Le due città di Mario Soldati

Diviso in quattro parti – la prima concentrata sull’infanzia, la seconda sull’adolescenza e la giovinezza e le ultime due sull’età adulta –, Le due città si fonda su un “dualismo primario, biblico”, per dirla con Piero Gelli (Introduzione, p. 10), già a partire dal titolo, che contrappone la Torino dell’infanzia alla Roma dell’età adulta.

La città torinese, insieme a Rivoli, dove la famiglia di Emilio Viotti è solita trascorrere l’estate, è un’isola felice, un luogo primigenio in cui il piccolo protagonista può illudersi della ricchezza della sua famiglia, del suo essere privilegiato rispetto alla famiglia proletaria di Piero Giraudo. Eppure Emilio fa di tutto per diventare amico di Piero, a dispetto (o forse anche a causa) della disapprovazione dei suoi genitori: Piero è vitale, fa lunghe escursioni in bicicletta portando con sé il minimo indispensabile e sognando una svolta. Emilio si fa insegnare ad andare in bicicletta e segue l’amico in lunghe scampagnate: “Pierino era rimasto, nell’adolescenza di Emilio, una isola meravigliosa, incantata, ma quasi esclusa dalla realtà e perciò senza importanza” (p. 93).

Neanche la guerra e le diverse scelte di vita (Piero arruolato, Emilio in università) sembrano intaccare questo rapporto.

In fatto d’amore, i due sono invece molto diversi, ed Emilio, a lungo sepolto tra i libri, sembra lasciarsi andare con la bella Veve solo per attrazione fisica. Se la ragazza, figlia del popolo, si abbandona totalmente all’amore per Emilio e, più scaltra ed esperta di lui, gli fa scoprire il piacere, presto Emilio si sente invece soffocare dalle attenzioni della ragazza e pensa a come liberarsene. Ecco perché coglie l’occasione di trascorrere un periodo a Roma per fare ricerche d’archivio per la tesi: si tratta di un distacco accettato con rassegnazione da Veve e visto come una svolta da Emilio.

Roma, tuttavia, non è rassicurante come la ben nota Torino e fa vacillare le antiche certezze: è il luogo del caos, una città viziosa e corrotta, sboccata (e non a caso, nel corso del romanzo, le frasi dei dialoghi in torinese sono ricondotte alla lingua degli affetti, mentre il romanesco è sempre mal sopportato).

Eppure, è anche il luogo dove Emilio può avere il suo riscatto: provare a realizzare le sue aspirazioni di godimento e denaro, binomio profondamente intrecciato. Il sesso a pagamento è infatti l’unica garanzia di liberarsi dai sensi di colpa che derivano, molto probabilmente, dall’educazione cattolica del protagonista.

E la storia intanto gli passa davanti, provocando sdegno, ad esempio nel caso del delitto Matteotti, ma per Emilio lo svelamento del volto reale di Mussolini era “un colpo morto, a cui non si sentiva di reagire, la rivelazione di una realtà che avrebbe dovuto scuoterlo e infuriarlo e che invece lo rattristava confermandolo in una schiavitù”. Tuttavia, nonostante la presa di distanza, Emilio non partecipa mai, resta a margine: perdona l’amico Piero, diventato un fervente fascista, giustificandolo in nome di un’adesione istintiva più che razionale e rimandando all’infinito un confronto. D’altra parte, la storia può anche sconvolgere, ma non importa mai a Emilio tanto quanto i suoi interessi personali. Infatti, la seconda sezione del romanzo si conclude così: “Se si metteva una mano sul cuore, se davvero voleva essere sincero con se stesso, non poteva pretendere che il paese si comportasse molto diversamente da come si comportava lui.

E lui provava, sì, per il delitto, orrore e indignazione; ma il suo pensiero più forte, in quel momento, era che l’indomani, alle ore undici di mattina, in corso Valentino 14, Golzio lo avrebbe ricevuto per assumerlo al suo servizio” (p. 295).

Un matrimonio d’interesse con Elena, una donna che non ama, è la via che permette a Emilio di accedere al mondo del cinema e di fare carriera nello stesso campo del suo caro amico Piero, diventato da qualche anno uno dei più stimati direttori della fotografia in Italia. Eppure c’è nell’atteggiamento di Emilio una cupa rassegnazione: “Era ancora giovane, trentaquattro anni. Non lo ammetteva, ma, nel profondo del suo cuore, aveva perso la speranza di un cambiamento qualsiasi: come del grande cambiamento per l’Italia, la fine del fascismo: così di quello piccolo e privato, per sé, andarsene” (pp. 310-311).

Nostalgico nei confronti del passato idillico dell’infanzia torinese, consapevole un po’ proustianamente di aver stretto tra le sue mani l’amore con Veve e, d’altro canto, di averlo perso per sempre, Emilio si dà a rapporti clandestini, collezionati dentro e fuori le case di piacere, così come sul lavoro, in un carosello di ammirazione, adorazione e successiva noia, che fa pensare ai personaggi moraviani.

A consolare l’avvocato Viotti dei suoi vizi, la convinzione di fare del male solo a sé stesso (“Egoista? Va bene: ma, come aveva ammesso anche Pietro, non faceva del male a nessuno se non a se stesso, e si contentava di poco”, p. 340), ma non è così semplice, specialmente quando tra le sue amanti fa capolino una ragazza molto più giovane di lui, che riaccende in Emilio notevoli sensi di colpa…

Dall’altro lato, un uomo come Piero, che “era soprattutto un uomo innamorato: innamorato, sì, del proprio mestiere: un uomo con uno scopo nella vita!” (p. 383), e che preferisce la dedizione alla famiglia, è destinato a essere punito dalla sorte. Una malattia incurabile fa sì che sia costretto a ritirarsi dal lavoro e quindi a perdere la sua indipendenza, in una dolorosa agonia durata anni. Emilio, da un lato conferma sempre il suo affetto (“Voleva bene a Piero senza calcoli, grazie al Cielo, senza seconde intenzioni”, p. 382), ma dall’altro si sente in colpa per vederlo di rado, e per provare repulsione per l’odore della carne marcescente e degli oli che l’amico si sparge sul corpo per cercare di calmare il prurito insopportabile che lo affligge. Eppure Emilio non viene meno all’affetto per Piero, unico punto fermo nella sua vita costellata invece di maschere e di viavai sentimentali. Ma anche Piero viene tradito: non esiste rettitudine emotiva in Emilio, niente riesce a tenere a bada la sua fame di piacere, il suo individualismo spinto e irrefrenabile.

Sorprende come Mario Soldati riesca a disegnare per tutto il suo lungo romanzo un anti-eroe che non conosce riscatto; Emilio ha un che di flaubertiano e raccoglie l’eredità di molti precedenti inetti (c’è chi vi ha visto lo Zeno di Svevo, chi il Rubé di Borgese…) e al tempo stesso tessere della vita di Soldati, più scoperte (episodi del mondo cinematografico di Roma) o celate. E non c’è da meravigliarsi che Soldati abbia preferito parlare di sé scegliendo la narrazione tradizionale in terza persona: secondo il critico e amico Cesare Garboli, “dire ‘io’ e trattarsi come terza persona è l’arte in cui Soldati è maestro: così maestro che la trasparenza della sua arte ci sembra quasi troppo seduttrice, troppo incantatrice e ingannatrice” (dalla Prefazione a Mario Soldati, Opere: I, Rizzoli, Milano 1991, p. VII). Ma la via dell’autobiografismo è stata fin troppo indagata: è più produttivo, oggigiorno, leggere il mastodontico Le due città lasciandosi avvolgere dalle atmosfere talvolta decadenti, polverose e per questo piuttosto affascinanti descritte con dovizia di particolari. Ci si meraviglierà per lo spavaldo libertinaggio di Emilio, e ancor più per la propensione di Soldati di descrivere le donne, il sesso, la passione con un’eleganza che non rinuncia mai a un realismo un po’ voyeuristico.

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