Più che "Grandi Romanzi Americani" – e di quelli Roth ne ha scritti parecchi – i suoi libri sono "Grandi Racconti della Personalità". Su ilLibraio.it Ilenia Zodiaco ricorda il grande scrittore, morto a 85 anni, capace di mettere in luce nella sua opera tutte le ambiguità della società

Certi scrittori incutono timore. Philip Roth è uno di quelli. Sì, è, non era. Perché lo scrittore vivrà ancora, oltre l’uomo.

Come accade con alcune figure mitiche della letteratura, il suo nome – dappertutto letto, dappertutto udito – diventa una sagoma ben distinta, riesci subito a raffigurartelo: una giacca di lana cotta, modello coloniale, le sopracciglia aggrottate, propenso verso il lettore ignaro, come un grosso rapace. E il suo sguardo lo sentirai per sempre addosso perché Roth non è uno di quegli autori che “scompare” nelle pagine dei suoi libri, ma è uno di quei grandi narcisi che non può fare a meno di ritrarsi attraverso alter ego – il suo è uno scrittore di nome Zuckerman – in una continua operazione di svelamento e occultamento della propria identità.

 

Più che Grandi Romanzi Americani – e di quelli Roth ne ha scritti parecchi – i suoi libri sono Grandi Racconti della Personalità. Generalmente si tratta di protagonisti formidabili, muniti di una retorica sfavillante, ma anche recalcitranti ed egoisti, ridicoli ed eccezionali al tempo stesso. Individui dalla natura paradossale che si scontrano con quel monstre della società americana di cui Roth mette in luce tutte le ambiguità: una collettività ipocrita, ora progressista ora puritana, spesso benevola con i mediocri e, al contrario moralista, e repressiva contro tutto ciò che devia dalla norma.

In effetti tutta l’opera dell’autore si gioca su questo crudele tiro alla fune. L’agone si tiene tra l’audace individualismo, l’autoaffermazione del sé al di là di qualsiasi vincolo sociale (persino familiare!) e dall’altro lato i dispositivi della società – il meccanismo del decoro, brutta bestia per Roth – che tentano di ricondurre lo scandaloso fluire della vita in fredde categorie, rigide convenzioni, etichette restrittive.

Roth è lo scrittore del desiderio, dell’erotismo, a furia di risultare scandaloso, anzi, arrogandosi quel titolo. Siamo “bestie carnali” immerse in un’esistenza da cui è impossibile esimersi. Il sesso è una delle poche forze incontrollabili e tumultuose che si può opporre al tentativo disciplinante della società. Oltre alla scrittura, che è l’ennesimo gioco di seduzione, in fondo. Quella di Roth è ammaliante: ricca di aggettivi, di monologhi straripanti di parole e volute retoriche, tirannica.

Il suo è un punto di vista totalizzante sulla realtà. Sei nella testa di un maniaco nella maggior parte dei libri che ha scritto, uno che pensa ossessivamente e ti trascina con sé nell’inferno della sua mente. O si ama questo approccio o si odia. Può sembrare limitante ma in realtà – e questo è lampante in Pastorale Americana– Roth riesce sempre a restituire una prospettiva multifocale delle storie che racconta. Infatti, tutto questo spiegare incessantemente fin nel più piccolo dettaglio ogni svolta del labirinto della mente dei personaggi ci porta a rilevarne ogni mancanza e insignificanza. Quelli di Roth sono caratteri straordinari e inetti, dittatori e reietti. La scrittura è il mezzo di rappresentazione del sé meno indulgente e più spietato. “La verità sul proprio conto non è conosciuta da nessuno e spesso meno di tutti da se stessi”.

Su tutto, per altro, domina una vena d’umorismo, da giocoliere relativista che salta continuamente tra il sacro e il profano. Per quanto siano alte le aspirazioni dei protagonisti rothiani e per quanto basse siano le loro pulsioni, tutti loro (e tutti noi), ne usciremo sempre sconfitti dalla Storia. L’individuo contro la società ha pochi margini d’azione ed è per questo che i suoi libri sono tragedie postmoderne, libertine e indecorose.

Ci hanno provato in tutti i modi i suoi Zuckerman a “forzare la serratura del meccanismo”, ma alla fine non puoi essere capito e amato da tutti. Non è un caso che la citazione più celebre di questo gigante della letteratura sia: “capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di avere ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati”.

 

L’AUTRICE – Qui tutti gli articoli e le recensioni di Ilenia Zodiaco per ilLibraio.it

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