"Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati" di Francesco Guglieri è un'antologia personale di testi d'ispirazione scientifica capaci di "rendere visibile l'invisibile" e di ispirare nel lettore - qualsiasi lettore, anche quello meno avvezzo alla saggistica - il nuovo sublime, una sensazione che "trascende la finitezza umana e ci strappa dalla dimensione quotidiana" - I particolari e un estratto su Kip Thorne (Premio Nobel per la fisica)

I libri che raccontano frammenti di realtà attraverso lo sguardo delle scienze sono legati alla letteratura più di quanto si creda: Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati (Laterza) di Francesco Guglieri, (editor della narrativa straniera Einaudi e autore di articoli per diverse testate) attraverso un personale racconto di diciannove testi di matrice scientifica, ci mostra come le riflessioni sull’universo ispirino osservazioni molto lontane dall’essere fredde ed emotivamente sterili.

Anche la letteratura scientifica è capace di dare quel piacere che può sembrare che solo narrativa e poesia possano darci: spingersi ai limiti della conoscenza e dirigersi alla ricerca di nuove scoperte significa anche contaminare (e farsi contaminare) dallo stesso mondo immaginativo e dalle stesse riflessioni filosofiche che fondano le storie d’invenzione.

Leggere la terra e il cielo - Francesco Guglieri

I capolavori di narrativa e la letteratura scientifica, più o meno divulgativa, sono accomunate dal loro interrogarsi sul senso delle cose, anche se attraverso metodologie differenti: “C’è qualcosa nel cervello umano, nel suo modo di concepire la causalità, che ci fa collegare l’origine delle cose con la direzione che esse prendono nel tempo: insomma con il senso”, scrive Guglieri. Non a caso, sia i romanzi sia la scienza si basano su racconti che hanno un’inizio e una fine, una causa e un effetto.

È per questo che I primi tre minuti di Steven Weinberg può essere letto come un libro giallo in cui l’Universo è un delitto perfetto da risolvere, Il gene egoista di Richard Dawkins come un fanta-techno-thriller in cui replicanti diffusi sulla terra (gli umani) si scontrano per garantire la sopravvivenza del pilota che li guida (il gene egoista, appunto), e La vita meravigliosa di Stephen J. Gould, nel quale sono descritte le creature veramente esistite nel Cambriano, come un horror di ispirazione Lovecraftiana.

La sensazione che questi saggi sono capaci di lasciare al lettore, è definita da Guglieri nuovo sublime, una simultaneità di meraviglia e sopraffazione, di vertigine e di annientamento che ricorda quella provata dagli artisti ottocenteschi di fronte alla grandezza della natura, portata però a un nuovo livello dall’immensità dell’universo e dalla nostra limitata capacità di comprensione della realtà: “il 95% dell’energia e della materia dell’universo ci è completamente sconosciuto”. Una sensazione così stravolgente che poco importa se poi, dei testi che ci raccontano questa grandezza, non comprendiamo poi tutto.

Leggere la terra e il cielo è un libro sui libri, un’antologia di letture vissute con entusiasmo dall’autore; è anche un racconto ad episodi, consultabile se si vuole in ordine sparso, in cui ogni puntata ci immerge all’interno della storia di alcune tra le idee che dal Novecento a oggi più hanno cambiato la nostra concezione del reale.

Tempospazio, realtà, origini, storia, malattia sono alcuni dei macro temi fondamentali esplorati dai saggi consigliati, concetti ritrovabili anche nei classici della letteratura. Sono celebri i casi in cui grandi innovazioni tecniche e scientifiche sono state ispirate dalle letture dei loro creatori, ma spesso è accaduto anche il contrario: per esempio come quella volta che, sia Italo Calvino sia Primo Levi rimasero affascinati dal trattato di Kip Thorne Buchi neri e salti temporali e ne trassero ispirazione…

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto del libro:

Nell’aprile del 1975 la rivista «Le Scienze» pubblicò un articolo dal titolo La ricerca dei buchi neri. L’autore era un trentacinquenne Kip Thorne, già allora uno dei maggiori esperti al mondo di buchi neri, gravità e relatività generale.

All’epoca «Le Scienze» era molto seguita in Italia, e tra i lettori che rimasero affascinati dall’articolo di Thorne ci furono Primo Levi e Italo Calvino. Quest’ultimo ne scrisse sul «Corriere della Sera» nella sua rubrica «Osservatorio del signor Palomar»: il testo, che poi confluirà in uno dei suoi ultimi libri, Palomar appunto, dette anche vita alla piccola polemica con Margherita Hack, che in un articolo successivo accusò Calvino – lo abbiamo già ricordato – di aver frainteso alcuni elementi del saggio di Thorne. Levi, dal canto suo, ne fu tanto colpito che, sull’onda emotiva di quella lettura, compose una delle sue poesie più belle e terribili, Le stelle nere. «Le legioni celesti sono un groviglio di mostri, / L’universo ci assedia cieco, violento e strano. / Il sereno è cosparso d’orribili soli morti, / Sedimenti densissimi d’atomi stritolati»: i versi di Levi sembrano provenire essi stessi da qualche lontana stella morta e portare con sé l’idea di una memoria, quella della Shoah, che continua a incombere col suo distruttivo potere attrattivo. Il buco nero qui è quello della storia, il trauma da cui non si riesce a fuggire, quella massa così pesante e oscura che continua a tenerci avvinti con la sua gravità. Schiacciati a terra.

Sei anni dopo, l’immagine dei buchi neri, per Levi, cambia leggermente. Nel 1981 l’autore di Se questo è un uomo inserì l’articolo di Thorne in La ricerca delle radici, una sorta di “antologia personale” in cui raccolse i testi e gli autori che l’avevano formato e influenzato. Quello di Thorne è l’ultimo brano della raccolta: è come se Levi lo usasse con l’intento preciso di suonare in chiusura una nota profonda e cupa, trascendente e maestosa, ma in cui allo stesso tempo risuonasse una vena argentata di speranza. Il testo è preceduto, come gli altri, da un breve cappello introduttivo di Levi dal titolo Siamo soli. Per merito degli astrofisici, scrive Levi, è in corso una grande rivoluzione culturale: le loro scoperte hanno spalancato lo sguardo degli uomini su un cielo popolato di mostri indicibili e oscuri, di fronte ai quali il profano può solo «reprimere brividi inediti, tacere e pensarci su».

L’esplorazione del sistema solare, poi, ha confermato l’assenza di altre forme di vita, almeno nelle immediate vicinanze. «Siamo soli», fragili, abbandonati sotto un cielo sterile e minaccioso, indifferente e lontano. Eppure, conclude Levi smarcandosi dalla disperazione senza redenzione di Le stelle nere, siamo anche l’intelligenza in grado di immaginare i buchi neri: «la mente umana ha concepito i buchi neri, ed osa sillogizzare quanto è avvenuto nei primi attimi della creazione, perché non dovrebbe saper debellare la paura, il bisogno e il dolore?». Levi ha apposto in apertura al libro un grafico su cui dispone gli autori antologizzati lungo un asse che va da Giobbe ai buchi neri: come a dire che dalla domanda sul perché esiste il male, perché siamo gettati in un mondo di «paura, bisogno e dolore», si arrivasse al sublime cosmico dei buchi neri. Stelle nere, indifferenti e ostili, ma allo stesso tempo penetrabili dall’intelligenza umana. Alla fine, in Levi, al pessimismo radicale si oppone un cauto, illuminista ottimismo: «il cielo non è semplice, ma neppure impermeabile alla nostra mente, ed attende di essere decifrato. La miseria dell’uomo ha un’altra faccia, che è di nobiltà».

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