Federico Roncoroni è un nome che gli studenti ricordano bene: autore della Grammatica italiana più adottata nelle scuole, è in libreria con "Libere Letture", in cui l'autore apre "le voliere della memoria" e propone una raccolta di riflessioni, pensieri, dettagli, osservando in tralice il mondo - Su ilLibraio.it un estratto dedicato a Petrarca

Federico Roncoroni è un nome che gli studenti ricordano bene: autore della Grammatica italiana più adottata nelle scuole, è tornato in libreria con Libere Letture (Mondadori Education), in cui l’autore apre “le voliere della memoria” e propone una raccolta “libera e libertina” di riflessioni, pensieri, dettagli, osservando in tralice il mondo.

federico roncoroni libere letture

Alle volte capita di imbattersi in particolari di opere – un dipinto, una scena di un film, il verso di una poesia – che mettono radici nella testa e non se ne vanno più via. Magari non ci si ricorda il titolo, la visione d’insieme, l’autore: ma quel dettaglio rimane incollato, tornando in mente nei momenti più strani, magari quando si ha bisogno di conforto o quando si sta parlando con qualcuno. Nel suo volume Roncoroni lascia libere le sue parole, e anche quelle di altri: siano l’espressione maliziosa delle adolescenti di Balthus, o il particolare di un frammento di terracotta risalente al tredicesimo secolo a.C., ma anche i versi petrarcheschi, il madrigale erotico di un Torquato Tasso, il seno nudo della Venere di Botticelli.

Spiega Roncoroni: “Una lettura libera o, come in un primo momento pensavo di intitolare il libretto, ‘una lettura libertina’, che ubbidisce soltanto all’intento di fare rivivere, a modo mio, quei frammenti di opere che vivono da sempre nella mia testa, al pari di certe arie musicali che improvvisamente ti incantano e ti fanno compagnia così, in sottofondo, per tutta la giornata”.

Roncoroni ha esordito nella narrativa con la raccolta di racconti Sillabario della memoria (Salani). Ha successivamente pubblicato, con Mondadori, Un giorno, altrove e, con Mondadori Scuola, In principio era la ParolaParole. Un dizionario privato e Ingiurie & Insulti. Un manuale di pronto impiego.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto:

Una notte d’amore

con tre versi

Di Francesco Petrarca

È l’alba. L’annunciano le prime avvisaglie del sole che si leva a oriente. O il canto dell’allodola che, inconsapevole, incrina e dissolve il silenzio della notte. O il grido della sentinella, forse estranea forse complice, che viene dalla torre. O il suono festante delle campane che chiamano alla prima messa mattutina. O una ancella fidata o un amico compiacente, che ha vegliato nella stanza accanto. O i rumori che salgono dalla corte del castello. O, in tempi più recenti, il frastuono del traffico che riprende in strada, sotto la finestra. O il trillo di una sveglia. O il bip bip di un orologio digitale. O, ora come allora, l’ansia stessa di chi sente il tempo che passa. Comunque sia, è l’alba, e il suo arrivo interrompe i notturni ardori degli amanti e ne segna la fine. Rubare anche soltanto qualche attimo di intimità può essere pericoloso. Bisogna che i due innamorati si stringano un’ultima volta l’uno all’altra e si scambino un ultimo bacio, bisogna che uno si levi e se ne vada, cautamente. È un momento malinconico e doloroso, che si ripete e rinnova ogni giorno in tutte le parti del mondo, e getta nello sconforto, prima ancora che si verifichi, un uomo o una donna, o entrambi.

La tradizione popolare ha spesso dato voce, in canzoni, nenie e ballate, alle emozioni degli amanti che l’alba costringe a separarsi. Di solito è la donna – ma talvolta è l’uomo – che prega perché il sole tardi qualche attimo a sorgere o si lamenta per il prossimo distacco, ed esprime la speranza di poter godere al più presto, con il favore delle tenebre amiche, le gioie dell’amore, anche a costo di provare, ancora e sempre, la sofferenza dell’abbandono. E presto la lirica d’arte ha fatto suo il tema e l’ha declinato in decine di modi diversi, dai tempi antichi ai giorni nostri, passando attraverso i provenzali, che hanno dato vita a un vero e proprio genere letterario, l’aube, l’alba, e i Minnesänger, i cantori d’amore germanici.

Che fare per porre rimedio a questa immedicabile sofferenza? Zeus, la volta in cui si infilò nel letto della voluttuosa Alcmena, non sentendosi mai sazio delle sue formose grazie, fece durare la notte tre giorni. Ma Zeus era un dio, e comunque poté permettersi di stravolgere la durata del tempo soltanto in quell’occasione. Qualcosa del genere fece mio cugino Severino, che passò due giorni e due notti a letto con una giovane amica – una passista formidabile, raccontò – e il terzo giorno si beccò un infarto. E allora? Allora gli amanti, per non essere costretti a separarsi all’alba, devono sperare che la loro notte d’amore duri per sempre: augurarsi di avere tutta per loro una sola notte, ma una notte che non conosca alba. Francesco Petrarca, uomo più carnale e sensuale di quanto la scuola non abbia voluto farci credere, così compendia in tre versi, che a mio giudizio sono i più intensi versi d’amore mai scritti, il grande sogno suo e di tutti gli amanti:

Con lei foss’io da che si parte il sole,

e non ci vedess’altri che le stelle,

sol una nocte, e mai non fosse l’alba.

Francesco Petrarca –  Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta, XXII, vv. 31- 33).

(Continua in libreria…)

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