Mentre a Lima è cominciata la 20° CoP (fino al 12 dicembre), con cui si tenta di tenere sotto controllo l’atmosfera surriscaldata, IlLibraio.it ospita il duro intervento di Grammenos Mastrojeni, diplomatico, autore de "L'arca di Noè", da tempo impegnato sui temi legati alla tutela dell’ambiente. E che analizza scenari preoccupanti

di Grammenos Mastrojeni*

 

E’ iniziata a Lima l’ennesima conferenza internazionale sul clima, la 20° CoP, ovvero Conferenza degli Stati che fanno parte della convenzione delle Nazioni Unite con cui si tenta di tenere sotto controllo l’atmosfera surriscaldata. A Lima si dovranno fissare alcuni paletti per giungere alla successiva CoP di Parigi, nel 2015, che si propone di varare un sistema di tetti obbligatori alle emissioni di gas serra e che, in base a solidi e crescenti riscontri scientifici, si profila come l’ultima spiaggia per evitare il peggio.
Questa sequenza di conferenze, cruciale per il futuro del pianeta, interviene in un momento in cui lo sconvolgimento del clima è divenuto visibile nella quotidianità di tutti – in Italia e altrove – e già provoca duri costi: forse il prezzo da pagare per creare una diffusa coscienza del problema e la volontà collettiva di affrontarlo seriamente. Interviene, inoltre, nello spirito tracciato da un’importante segnale di impegno e consapevolezza del problema lanciato da Cina e USA, con l’intesa fra Barack Obama e il suo omologo cinese Xi Jinping, presidenti dei due maggiori paesi inquinatori del pianeta (rappresentano insieme più del 40% delle emissioni totali di Co2), che il 12 novembre hanno annunciato a Pechino dei rilevanti impegni contro il riscaldamento globale. Tuttavia, questa maratona per evitare il peggio inizia anche all’ombra dell’ultimo Rapporto dell’IPCC – il panel di esperti climatici dell’ONU – che non induce invece all’ottimismo e non lascia nessuno spazio alle esitazioni.

 

Forse è già troppo tardi – questo in sintesi il messaggio dell’ultimo rapporto IPCC – e dobbiamo agire subito e in maniera decisa. L’IPCC traccia diversi scenari per un futuro molto prossimo, che dipingono tutti un clima comunque alterato a cui ci si dovrà adattare con notevoli costi e sforzi, ma entro un ventaglio di possibili estremi molto diversi. In due secoli, dalla rivoluzione industriale a oggi, si è registrato un aumento medio della temperatura globale di circa 0,8 gradi centigradi. Per il futuro – un futuro troppo prossimo, entro la fine di questo secolo – gli studi dell’IPCC prefigurano questa dinamica in accelerazione più o meno brutale: gli scenari variano da un aumento della temperatura media contenuto entro 2 gradi centigradi – ossia un orizzonte di gravi problemi che appaiono, però, ancora gestibili – fino a condizioni che puntano invece a un incremento di 4,8 gradi, ovvero a una situazione di vera catastrofe ambientale e sociale.
La differenza fra questi scenari previsti dall’IPCC non dipende tanto dalle diversità fra i vari tipi di modelli e metodi applicati dagli scienziati, bensì da un’incognita fondamentale: come si comporterà l’umanità? La correlazione fra emissioni e riscaldamento è univoca, mentre è necessario tracciare previsioni diverse a seconda di quello che faremo noi umani. In altre parole, i modelli ci dicono che la scelta del futuro che avremo è tutta nostra. Ma la posta in gioco non e’ ancora sufficientemente chiara per il pubblico, perché non sa che gli uomini sono di Marte e il clima è di Venere. E’ ragionevole prevedere scenari che variano fra i 2 e i 4,8 gradi perché il clima è di Venere. Ed è purtroppo possibile considerare ipotesi molto peggiori, perché gli uomini sono di Marte.
Lo scenario peggiore descritto dall’IPCC è quello dei 4,8 gradi che significano una vera e propria estinzione di massa sulle terre e nei mari, aumenti rapidi e traumatici del livello degli oceani che sommergeranno molte aree costali abitate, disastrose alternanze di siccità e alluvioni sulle aree continentali, e molto altro. I meccanismi biosferici che rendono plausibile un’accelerazione così impressionante del riscaldamento – un aumento di temperatura di circa 4 gradi entro un secolo – si chiamano “cicli di feedback positivo”, ovvero dinamiche cumulative insite al sistema biofisico che si mettono in moto se si varcano certi livelli di riscaldamento, identificati dagli scienziati con la soglia di 2 gradi che si deve assolutamente evitare di superare. Alcuni di questi cicli, sul nostro pianeta, sono già scattati, con il più preoccupante di loro dato dallo scioglimento del permafrost che rilascia metano, un gas a effetto serra molto più potente dell’anidride carbonica. Meccanismi terrestri di questo tipo sono meno drastici, ma non sono molto diversi da quelli che hanno condannato il pianeta Venere a temperature medie superiori ai 450 gradi, raggiunte perché oltre una certa soglia di temperatura i suoi minerali superficiali si sono gasificati creando un effetto serra sempre maggiore, che ha condotto a una sempre maggior gassificazione degli stessi minerali, in un ciclo cumulativo dall’esito infernale.
Il temibile scenario biofisico dei cicli di feedback è considerato raggiungibile dall’IPCC in un certo scenario socio-economico umano definito “business as usual”: in pratica, dipende dal comportamento umano e ci sono molte probabilità di creare la catastrofe se noi umani continuiamo ad agire come sempre, “business as usual”, come se il problema non esistesse. Ma non è tutto. Pur essendone consci, gli scienziati non hanno invece modellizzato il fattore Marte – dio della guerra – che è tutto umano.
In realtà, se superiamo i 2 gradi centigradi lo scenario di un’umanità che persevera imperterrita a fare quello che ha sempre fatto – il temuto “business as usual” – diventa un’ipotesi idilliaca e del tutto ottimista: al contrario, un nefasto ciclo cumulativo di condotte irresponsabili rischia di mettersi in moto nella sfera umana in parallelo al disastro crescente nella biosfera, con le due dinamiche distruttive che si alimentano a vicenda. Infatti, cambiamenti climatici severi porteranno a rapidi spostamenti delle risorse disponibili, comprese quelle più basilari come l’acqua, i terreni coltivabili e abitabili, il cibo. Si apriranno allora delle competizioni e degli accaparramenti, delle sacche di instabilità e povertà violenta, ondate migratorie di portata inedita. In queste condizioni, l’unica risposta umana possibile per contenere il riscaldamento – ovvero quella multinazionale, cooperativa, e concertata – diverrebbe sempre più difficile da attuare e Marte, dio della guerra, si affaccerebbe inevitabilmente sulla scena.
Uno scenario in cui il conflitto imperversa sullo sfondo di un clima impazzito, in cui l’umanità si bombarda invece di impegnarsi unita per ridurre le emissioni, in cui mors tua diventa vita mea, non ha ancora una quantificazione in gradi centigradi, ma è chiaro che occorre assolutamente evitarlo e che dobbiamo agire subito. Tutto ciò potrebbe accadere in tempi brevi, e brevissimi sono i nostri margini di manovra prima di risvegliare Venere e Marte: questa è la posta in gioco.
*L’autore è un diplomatico italiano. Dai primi anni Novanta ha intrapreso la riflessione e una serie di ricerche sull’allora incompreso legame fra tutela dell’ambiente, coesione umana, pace e sicurezza: ha pubblicato il primo articolo sull’interconnessione fra ambiente e stabilità sociale nel 1994, anticipando il primo allarme ufficiale emerso nel 1997 con il rapporto Geo-1 curato dal Programma delle Nazioni unite per l’ambiente. La sua prima monografia sull’argomento, Il ciclo indissolubile. Pace, ambiente, sviluppo e libertà, è stata pubblicata nel 2002. Ha insegnato Soluzione dei conflitti in diversi atenei, in Italia e all’estero e, nel 2009, la Ottawa University in Canada gli ha affidato il primo insegnamento attivato da un’università sulla questione Ambiente, risorse e geostrategia, materia che continua a insegnare. Collabora con il Climate Reality Project, iniziativa rivolta a diffondere la consapevolezza dei rischi legati al cambiamento climatico lanciata dal premio Nobel Al Gore. Con Chiarelettere ha pubblicato L’arca di Noè.

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