Chi è Melinda Miller, che firma la frizzante commedia "London in love"? Dietro a questo pseudonimo si cela una coppia italianissima, unita non solo nella vita, ma anche dalla passione per la scrittura...

Chi è Melinda Miller, che firma la frizzante commedia London in love (in libreria per (Tre60)? Sappiamo soltanto che dietro a questo pseudonimo si cela una coppia italianissima, unita non solo nella vita, ma anche da una grande passione per la scrittura. E che London in love è ispirato alla loro storia: proprio come Lisa e Michele, i protagonisti di questo romanzo a due voci, si sono conosciuti in aeroporto. Chissà se anche loro, come Lisa e Michele, si sono odiati all’istante?

Ed ecco alcuni estratti dal romanzo, pubblicati per gentile concessione dell’editore
(
Copyright © 2014 TEA s.r.l., Milano)

La pioggia riga i vetri e io ho stipato tutta la mia vita in due valigie. Una Bric’s da viaggiatrice vinta a una fiera di paese, per darmi un tono, e un trolley piccolo che quella parvenza da sofisticata donna di mondo me la toglie in una frazione di secondo.

«Anche le commesse di un discount
si vergogne­rebbero di girare con un catafalco rosa come quello!» mi accusava Luca, colui che, complici le sfighe della vita, era diventato il mio ex.

In realtà la tonalità era fucsia. E la misura compatta lo faceva passare inosservato. Poteva essere una cuc­cia perfetta per il chihuahua di Paris Hilton: un cane più grande non ci sarebbe entrato. Ma a lui non era mai andato giù. Tanto che, le volte in cui le hostess delle low cost mi chiedevano di imbarcarlo benché fosse di dimensioni regolamentari, lui sperava che partisse per un’altra destinazione, magari per finire smarrito nel caos di un aeroporto di un’oscura locali­tà del Vietnam.

[…]

«Signorina, ha altri bagagli?» L’addetta al check-in osserva perplessa il trolley rosa.

«No, solo questo.»

«Posso pesarlo?»

Se non fosse un giorno di pioggia, comincerei a su­dare freddo. Simulando un’indifferenza che non mi appartiene, ma che Luca ostentava in caso di imba­razzo, le rispondo: «Certo, che problema c’è?»

So di avere esagerato. Per chiuderlo ho dovuto se­dermici sopra. Poi, visto che le due cerniere conti­nuavano a essere lontane come i poli, ho citofonato a Juliette, ottanta chili di vicina francese, che è riusci­ta nell’intento senza grande sforzo. «Deve essere un viaggio lungo, chérie!» aveva detto guardando l’arma­mentario di roba che mi portavo appresso.

«Un’ora e trenta di volo.»

La camera da letto pareva un campo di battaglia su cui erano esplosi armadi di abiti e scarpe.

«E ti porti tutta questa roba?»

«Sai, mi trasferisco a Londra!»

Quella era la prima decisione davvero autonoma che avevo preso in vita mia.

Avevo trent’anni e, sino a quel momento, avevo assecondato pedissequamente le scelte dei miei ge­nitori. Sempre la prima della classe. Diplomata al li­ceo classico col massimo dei voti, per l’università mi ero trasferita a Milano, dove a ventidue anni mi ero laureata in giurisprudenza, in anticipo sui tempi. Per poi firmare un contratto d’assunzione a tempo inde­terminato, – ovvero il cappio al collo di un mensile, vita natural durante – pochi mesi dopo, come legale in una grande azienda di comunicazioni, dove ave­vo conosciuto Luca, di cui mi ero subito invaghita. A senso unico, come spesso accade in queste storie. Ero diventata grande di colpo: pagavo un mutuo su una casa che sarebbe stata mia vent’anni dopo, vesti­vo tailleur gessati e camicie col bavero sparato e so­prattutto non ero felice.

«Signorina, purtroppo ha un overluggage di tre chili. Deve pagare trenta euro.»

Il led della bilancia segnala undici chili: un esubero di tre rispetto agli otto permessi per la cappelliera. La fila dietro di me comincia ad allungarsi e a rumoreg­giare. Soprattutto un ragazzo sulla trentina, trench da business man e ventiquattrore di Prada, comincia a spazientirsi. «Allora, paga o vuol farci perdere l’aereo a tutti quanti?»

Stesso impermeabile Burberry di Luca. E stessa sim­patia: quella di un ascesso alla gengiva. Mi rivolgo all’addetta al check-in. «Signorina, può ricontrollare il peso, per favore?» E mi cimento in una delle attività che mi riesce più difficile in assoluto: mentire. «L’ho pesata a casa, e la mia bilancia indicava sette chili e sei.» Gioco al ribasso. «Magari ci sono problemi di taratura. Non sarebbe la prima volta che succede…» Lascio la frase in sospeso.

La ragazza mi guarda storta ma, pazientemente, ripesa il mio trolley. Undici e tre.

Lo stronzo alle mie spalle ridacchia, soddisfatto: è davvero la perfetta controfigura del mio ex.

«Signorina Rossi», mi spiega l’addetta, «le nostre bilance vengono controllate ogni mattina. Il suo baga­glio eccede di tre chili. Sono trenta euro. O li paga o la devo pregare di lasciare il posto agli altri passeggeri.»

Non ho alternativa. Estraggo il portafoglio a forma di gatto che tengo nella borsetta a tracolla e le allungo le banconote.

«Sobria la valigia e pure il portafoglio.»

A questo punto mi volto, furiosa.
«Senta, lei, se non le piace la gente con cui deve volare perché non si pa ga un jet privato?»

Era la stessa risposta che aveva dato un tizio a Lu­ca, un giorno che si stava spazientendo in fila.

L’uomo sorride, serafico. Lo prenderei a sberle, men­tre lui vuole avere l’ultima parola. «Ascolti lei, piutto­sto: io sono qui per questioni urgenti di lavoro. Questo volo, purtroppo, e ribadisco il purtroppo, l’ho preno­tato all’ultimo momento e perciò devo adeguarmi allo standard dei turisti della domenica come lei.»

Vorrei saltargli addosso e graffiargli la faccia con le unghie, se nei giorni scorsi non me le fossi mangiate fino alla radice per il nervoso.

Per sua fortuna interviene l’addetta al check-in a in­terrompere la nostra querelle. Senza nemmeno guar­darmi in faccia, digita un codice e mi restituisce il trolley rosa con la fascetta BAGAGLIO A MANO legata al manico. Mi sorride forzatamente e arida come un de­serto aggiunge: «Gate 3. Imbarco tra venticinque mi­nuti. Il prossimo, prego».

 

2

Milano piange. Singhiozza una cantilena lunga, inter­mittente e fastidiosa. Come quella dei bambini che, dopo una notte insonne, al mattino trovano ancora voce per gridare. E, quando succede, tutta la città s’in­golfa come il motore della mia vespa. Si paralizza. Ca­pisco che sarà un altro lunedì da dimenticare quando rimango in strada a gelarmi perché il taxi è in ritardo. L’ho prenotato ieri sera per le sette precise, ma quel­lo pensa bene di arrivare con dieci minuti di ritardo. Non si scusa. E non scende per aprirmi il baule.

«A Linate», sbotto, salendo dietro. Con me, ho solo un bagaglio a mano e la borsa del laptop. Lancio tutto sul sedile. «E se perdo l’aereo è colpa sua», ringhio.

«Calmino, Dutùr. Piove ed è tutto intasato.»

[…]

Il web check-in è fuori servizio, magnifico. Così non mi resta che accodarmi a quel fiume umano. Nella fretta, ho scordato a casa la tessera frequent flyer e mi tocca fare la fila insieme con gli altri. Davanti avrò trenta persone: bagagli enormi da imbarcare e calma olimpi­ca. Decisamente un lunedì da dimenticare.

Mi rassegno e controllo la posta sul cellulare. In fondo si tratta di un fatto eccezionale. In genere pren­do il volo successivo, dove i passeggeri sono tutti uo­mini d’affari: lì si viaggia molto più tranquilli. Og­gi, però, per via del trasloco ho dovuto sconvolgere i miei piani e l’unico posto che la mia segretaria è riu­scita a prenotare è su questo volo, in classe economica. La business era full.

Dopo venti minuti, finalmente arriva il mio turno. Davanti solo una ragazza con un terribile trolley fuc­sia. Jeans a zampa che Marta non indosserebbe mai («Andavano di moda dieci anni fa!»), spolverino nero stretto in vita e («Orrore!») la coda di cavallo. Sorrido, pensando alle invettive sui capelli sporchi che la mia fidanzata, sempre così attenta ai dettagli, indirizze­rebbe alla volta di questa tizia. Che impiega una vita a farsi dare il biglietto.

Le persone dietro di me rumoreggiano. Ha un baga­glio troppo pesante e non vuole pagare la differenza.

Ci risiamo, penso. Poi consulto scocciato il mio Phi­lippe Patek. «Allora, paga o vuol farci perdere l’aereo a tutti quanti?»

Lei si volta lanciandomi uno sguardo di fuoco. Oc­chi verdissimi.

Si decide a pagare e, mentre se ne va, mi lascio sfug­gire un commento sul suo portafoglio, che kitsch com’è fa un perfetto pendant col trolley. Lei ribatte con una battuta acida che mi scordo all’istante.

Finalmente è il mio turno, me la sbrigo in un atti­mo, ma il calvario non è finito. Adesso mi tocca un’al­tra fila, ancora peggiore della precedente: quella del controllo bagagli. Un girone dantesco in cui mi ritro­verò incastrato fra una selva di viaggiatori cerebrolesi. Non scherzo. Già mi figuro le scene cui assisterò. So­no appena scampato dalla bolgia degli irriducibili che tentano di imbarcarsi con due bagagli a mano («Ma questa è la mia borsetta, non può valere come collo!») o che pesano troppo («Impossibile!»), per essere ca­tapultato in quella di coloro che conservano i liquidi e poi litigano ferocemente per non farseli sequestrare al controllo («E secondo lei dovrei lasciare qui questa bottiglia di Limoncello? Lo so cosa vuol fare, caro mio: se la vuole bere lei, alla faccia mia, vero?»), non trova­no i documenti («Eppure ce li avevo qui un attimo fa! Abbia pazienza, mi faccia cercare con calma nella bor­sa»), gridano e si sbracciano per richiamare i parenti per fargli saltare la coda («Dai, Antonio, che io sto qui avanti! Passa, dai! Digli che ti ho tenuto io il posto!»).

Di solito, però, il fondo si tocca una volta arrivati all’imbarco. Lì questa bella umanità riuscirà, se è pos­sibile, a dare il peggio di sé: appena l’addetta arrive­rà al banco, tutti si accalcheranno davanti al nastro che porta al finger. Credo si tratti di atavica paura di essere lasciati a terra. Altrimenti non si spiegherebbe questa smania di voler essere i primi ad allacciare la cintura di sicurezza.

La ragazza avrà il suo bel daffare a spiegare come avverrà l’imbarco. Ogni volta è un film già visto: lei che grida nell’altoparlante che prima faranno salire quelli che viaggiano in business, i passeggeri con carta frequent flyer e le famiglie coi bambini. Ma loro nien­te: devono salire per primi e non lasciano passare nes­suno. Se ne fregano di quello che dice la hostess, che alla fine, scoraggiata, un po’ cerca di respingerli («Ma come; perché fa salire quello? C’ero prima io!») e poi si rassegna, imbarcando tutti quanti. In ordine sparso e casuale. Esattamente come succederà con la ragazza col famigerato trolley fucsia, che sarebbe pure carina, se non fosse una pazza isterica.

3

[…]

«Signorina, potrebbe fare attenzione?»

Procedere col «catafalco rosa» non è semplice. L’ae­reo non è dei più larghi e, dal finger in poi, ho già urtato due passeggeri. Ricontrollo la mia carta d’imbarco. 7E: ho pagato trenta euro di esubero bagaglio per un posto corridoio. Non è la prima volta che capita: farò finta di niente. Mi siederò accanto al finestrino e chiederò con un sorriso languido e lo sguardo supplichevole del gat­to di Shrek di poter restare lì. Di solito funziona.

Passo con le rotelline sopra le scarpe di vernice di una signora dal voluminoso toupet biondo, che mi squadra con uno sguardo pieno di livore. Costeranno quanto un mio stipendio. Certo, se avessi ancora un lavoro. Ho sempre amato investire i miei soldi in scar­pe di lusso: erano il contentino che mi concedevo per mettere a tacere il mio desiderio di
cambiare tutto. Ma adesso, forte della fine della storia con Luca, ho lascia­to il mio posto. Ho colto la palla al balzo della sua fu­ga con quella che lui definiva la sua «assistente tutto­fare» – e che non aveva esitato a fare veramente tutto per il reuccio, dalla compilazione dell’agenda ad altre mansioni che non la vedevano seduta alla scrivania, ma in ginocchio sotto -, per prendere appuntamento dal personale e comunicare le mie dimissioni. Un az­zardo, certo, ma era indispensabile per dare una svol­ta alla mia vita impantanata in un limbo, dove condu­cevo un’esistenza che altri avevano disegnato per me. Tutti: i miei genitori in prima linea, poi i miei datori di lavoro, i miei colleghi e perfino quel claustrofobico essere pieno di difetti di Luca.

Raggiungo il mio posto ma trovo la cappelliera già chiusa. Faccio scattare il gancio per guardarne il conte­nuto. Un trench, ripiegato alla perfezione neanche fos­se stato appena acquistato in un negozio del quadrila­tero meneghino, e una ventiquattrore. Scuoto la testa e mi rivolgo all’uomo col naso incollato oltre il finestri­no. «Scusi, potrebbe aiutarmi?» Indico il trolley rosa.

Lui si volta e riconosco lo stronzo elegante in coda al check-in. Non fa nemmeno finta di alzarsi e, con un sorriso odioso, punta l’indice in direzione della ho­stess. «Può chiedere al personale di bordo: le sembro forse uno sherpa?»

[…]

4

 

Chi mal decolla, mi verrebbe da dire, mutuando il famo­so proverbio. Non avrebbe potuto comportarsi in ma­niera peggiore, la mia vicina. Non paga di aver tentato di impossessarsi del mio posto, ha cercato di stipare quel «sarchiapone» di bagaglio nella mia «cappellie­ra», perché voglio dire, essere dei frequent flyer darà pur diritto a qualche privilegio.

Meno male che il volo sarà breve.

Non appena si possono slacciare le cinture mi vol­to per dare un’occhiata: l’aereo è stipato come un uo­vo. Nemmeno un posto libero: peccato, sono incastra­to accanto a questa pazza.

Che ci andranno a fare tutte queste persone a Londra? penso.

Non me ne capacito. A me Londra non piace per nulla. Davvero.

La detesto essenzialmente per tre motivi: il caffè lungo, il clima pessimo e gli italiani, di cui è sempre gremita. Chiassosi e petulanti. Con la loro valigia in­sopportabile di cliché e il bagaglio di convinzioni da sentito dire…

Mentre ci penso mi viene istintivo girarmi verso la passeggera seduta al mio fianco. Sta guardando tutta assorta il catalogo del duty-free di bordo. Ecco, lei è esattamente il tipo di viaggiatore che non compren­do. Quelli che vanno a Londra per trovare loro stessi. Vestiti strani, pieni d’entusiasmo, si tingono i capel­li, si ricoprono di tatuaggi e poi finiscono per lavare padelle e spillare birre ma, quando telefonano a casa, sono tutti tronfi, si vantano dicendo di aver trovato l’America. Ma dove? Ma cosa?

Osservo di nuovo la ragazza che ho accanto. È cari­na, ma si vede che proviene da un’altra galassia.

Lei alza lo sguardo dalla pagina dei profumi Hermès e mi scruta. Abbozza un sorriso. Non se l’è presa dopo i nostri ripetuti scontri.

(continua in libreria…)

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