“Lontano da qui”, il film della regista italoamericana Sara Colangelo, racconta la storia di una maestra d’asilo di mezza età, un po’ frustrata e disillusa, che s’imbatte nella voce poetica di un bambino di origine indiana di poco più di cinque anni. Ne nasce un rapporto ossessivo e sottilmente morboso, in cui l’insegnante, volendo proteggere e coltivare quello che le sembra un misconosciuto talento, cerca di preservare e stimolare la sconvolgente dote di questo Mozart del verso, ignorato da un padre assente, scarrozzato da una babysitter poco sensibile e condannato all’irrilevanza da un mondo che pare fregarsene della sua vena... - L'approfondimento  

“Oh capitano, mio capitano!”. Il vecchio Walt (Whitman), eco lontana della Dead Poets Society, risuona ancora oggi, attimo fuggente più vivo che mai, ricordando il potere della poesia – conoscitivo, seduttivo, taumaturgico – il suo essere etimologicamente farmaco, insieme cura e veleno, il suo fungere da guida trascinante e travolgente, al contempo bussola per orientarsi e tentazione in cui perdersi. In grado di operare alchemiche trasformazioni, la poesia è anche capace infatti di furto e rapimento, talvolta letteralmente, come ci ricorda a teatro il notevole Un quaderno per l’inverno (premio Ubu 2017 per la regia a Massimiliano Civica e come miglior testo italiano ad Armando Pirozzi), dove un ladro costringe sotto minaccia un professore di letteratura a fare poesia, nella convinzione che i suoi versi possano avere poteri miracolosi sull’amata in coma (lo si riveda all’Elfo, a inizio aprile).

La poesia, meravigliosa scintilla, forza trasformativa – salvifica, pedagogica, estetica ed erotica – eppure, o proprio per questo, è un materiale altamente infiammabile (di questo lato pericoloso parlava anche il film di Peter Weir, a ben vedere). Se il poeta, come diceva Rimbaud, è veramente un ladro di fuoco, intorno all’accensione poetica, mistrattata o ignorata in un mondo contemporaneo che tende a considerarla opaca e irrilevante in termini meramente utilitaristici, inaccessibile da un punto di vista banalmente edonistico, ma ugualmente vagheggia l’ispirazione del dire come luogo residuale di una vibrazione vera e di un respiro essenziale, ruota il piccolo film (produttivamente, non negli esiti) di Sara Colangelo, molto (pre)potente nei suoi aspetti ironici, perturbanti e rivelatori. Perché no: poetici. Un film che, in qualche modo, ci prende in ostaggio.

La maestra dell’asilo – come vuole il titolo originale di questo Lontano da qui secondo lungometraggio della regista italoamericana, remake di un film israeliano e pellicola giustamente premiatissima (al Sundance, per la regia) – è una donna di mezza età, un po’ frustrata e disillusa. Vive l’affetto un po’ spento e routinario del matrimonio, la ribellione tecnologicamente distratta dei figli adolescenti, la sensazione, per certi aspetti attualissima e comune, di esser divenuta l’ombra di se stessa. In cerca di rivitalizzare il suo menage esistenziale, frequenta un corso serale di poesia, ma i suoi tentativi espressivi sono alquanto deludenti, ridimensionati da compagni di corso persi e spietati (che la giudicano derivativa) e dal giovane insegnante, che prova con fatica a stimolare l’estro poco originale di questi adulti in cerca d’espressione e di senso.

Maestra attenta e amorevole, nello spazio un po’ ripetitivo e logorante (un mondo scomodo, in miniatura), per quanto allegro, vivace e protetto, della classe dei suoi piccoli, la donna è improvvisamente, e casualmente, esposta alla voce di un bimbo di origine indiana di poco più di cinque anni che, ancora incapace di scrivere, recita tuttavia delle sequenze verbali strabilianti, per sintesi, pregnanza e profondità. Il bambino agisce quasi per caso, senza uno schema preciso o prevedibile, ma le sue composizioni sono materia incandescente. La cosa è lampante: pura solarità dell’opera d’arte.

La donna, colpita dal gesto magico, trascrive i versi liberi del piccolo poeta, portando al corso serale, come suoi, quegli estemporanei capolavori inconsapevoli (ecco il furto). Ne nasce un rapporto ossessivo e sottilmente morboso, in cui l’insegnante, volendo proteggere e coltivare quello che le sembra un misconosciuto talento, cerca di preservare e stimolare la sporadica quanto sconvolgente dote di questo Mozart del verso, ignorato da un padre assente, scarrozzato da una babysitter poco sensibile e condannato all’irrilevanza da un mondo che pare fregarsene della sua vena.

La dipendenza che si sviluppa intorno a questo piccolo genio taciturno è tuttavia ambigua: sebbene decida più avanti di rivelare a compagni e professore di poesia la fonte della sua improvvisa ispirazione, la donna si attarda nel profittare, in classe e poi anche per conquistare le stima e le grazie del prof, dei potenti versi che carpisce. Addirittura, in aperta violazione del volere del padre, decide di portare il bimbo a un reading, smascherando così il suo sotterfugio, ma mettendo sotto il riflettore del pubblico il talento straordinario della creatura.

Il film è geniale nel mantenersi sempre in bilico sul punto di vista della protagonista, di cui riflette lo sguardo facendo contemporaneamente riflettere sul suo sguardo. La donna è malata di una frustrazione profonda, riversando senza controllo sul potenziale del piccolo aspettative sproporzionate e atteggiamenti in fondo manipolatori oppure si tratta di un’anima utopica e sensibile, preservatrice e perseveratrice di un valore che un mondo ottuso è incapace di riconoscere?

Anche il finale, in cui è il fanciullino stesso a svelare simbolicamente che la madre è nuda, identificando quello che nei fatti è un vero e prorprio sequestro di personcina (ed ecco il rapimento), per quanto amorevole e mosso dalle migliori intenzioni, lo sguardo della regista conserva simpatia e compassione per quello che è insieme un gesto folle e indispensabile, in un mondo poliziesco in cui quel canto libero e necessario è destinato a restare un appello tristemente ammutolito dietro il finestrino chiuso delle forze dell’ordine.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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