Dopo raccolte di poesie come “Il mondo nel cerchio di cinque metri” e dopo il racconto “In riva al Lario”, Luca Vaglio si cimenta nel suo primo romanzo, “Il vuoto”, una storia sulla ricerca di se stessi - Su ilLibraio.it un estratto

Mattia Ventura è un giornalista (proprio come l’autore di questo romanzo, Luca Vaglio, classe ‘73), che, dopo essersi dimesso dal giornale per cui lavorava, si ritrova a vivere in una specie di vuoto esistenziale, dove sperimenta uno stato di ambivalenza, dove il disagio indotto dalla precarietà economica e dall’incertezza sul futuro coesiste con un’insolita sensazione di libertà.

Anche i rapporti umani che riesce a portare avanti sono caratterizzati da una sorta di duplicità, in cui il confine tra banalità del quotidiano e dramma è molto più sottile di quel che si possa pensare.

Nei giorni e nelle notti che separano il 2009 dal 2010 gira per Milano, sosta in alcuni bar e osserva le persone intorno a lui, così incontra Leonardo, un uomo ormai anziano che lavora in un’autorimessa e che gli farà da amico e confidente lungo questo percorso verso il futuro.

Il vuoto Luca Vaglio

Il vuoto (Morellini edizioni) è il romanzo di esordio per Luca Vaglio, anche se non la prima opera in prosa da lui pubblicata: in precedenza aveva scritto il racconto In riva al Lario. L’autore ha pubblicato, inoltre, alcune raccolte di poesieIl mondo nel cerchio di cinque metri e Milano dalle finestre dei bar (entrambe per Marco Saya Edizioni).

L’appuntamento – L’autore presenterà il romanzo il 5 febbraio alla libreria Verso di Milano, alle ore 19, con Gabriella Kuruvilla e Fernando Coratelli

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Piazza del Duomo

31-12-2009
Ore 23.30

Come faccio di solito, lascio l’auto vicino a piazza Diaz, in via Gonzaga, all’inizio della corsia dei taxi, anche se sulle strisce blu che stanno dal lato opposto della strada c’è spazio sufficiente per mettere in fila due Suv.
Incrocio gruppi di adolescenti, per lo più cinesi. Immagino che alcuni di loro siano usciti dai ristoranti orientali della zona. Un uomo e una donna sui trent’anni che camminano mano nella mano mi passano accanto.
Il rumore dei botti e dei piccoli fuochi d’artificio è intenso e continuo. I colpi, sparati a poche decine di metri, rimbombano nelle mie orecchie. Lo spazio attorno a me sembra invaso da una grande massa sonora, da qualcosa che pare avere un corpo fisico, individuato dal volume e dalla vibrazione.
Il frastuono è parte dell’arredo festivo, insieme alle luci natalizie appese alle arcate dei portici e ai cerchi di neon azzurri, gialli e arancioni che salgono lungo i quindici piani dell’elegante grattacielo in miniatura che domina lo slargo, fino alle grandi vetrate della terrazza Martini. Vado verso il Duomo.
Vicino alla Cattedrale il fracasso è duro e violento. In piazza è pieno di persone che sparano in modo compulsivo botti e fuochi di Capodanno. Quando più botti esplodono insieme, creano sonorità sorde e dolorose per i timpani. Osservo la scena, ne sono come ipnotizzato, avverto un senso di insicurezza. Il grande centro rettangolare della città, il cuore secolare, commerciale e spirituale di Milano, è quasi buio. I pochi lampioni e le luminarie che decorano i portici non bastano a illuminarlo.
I corpi si muovono nell’ombra. O forse i corpi sembrano essere ombre tridimensionali. I lineamenti di un volto non sono intuibili se non ci si avvicina a meno di due metri. La facciata bianca della Cattedrale è scomparsa nel grigio scuro di questa notte gotica. Riguadagna il suo candore soltanto a tratti, rischiarata da squarci luminosi improvvisi che vengono dalle fontane di fuoco colorato che si levano sul sagrato.
Vorrei attraversare la piazza, tagliarla in diagonale verso sinistra e imboccare via dei Mercanti. Ma questa polveriera di scoppi mi blocca sotto i portici, davanti alle vetrine del Mondadori Multicenter.
Fatico ad ammetterlo, ad esplicitarlo a me stesso con parole precise, ma ho paura. Eppure la scena mi attrae. Meglio questo spettacolo che un noioso concerto di musica classica o leggera organizzato dal Comune apposta per far ballare e poi mandare a letto tranquilli i cittadini rimasti in città.

Lascio passare dieci minuti, forse più. Poi mi dico che non posso restare qui tutta la notte e decido di buttarmi nella mischia.
Cammino con passo veloce, punto l’altra estremità della piazza, la testa in avanti, quasi fosse un timone, appena piegata verso il selciato. Non voglio attirare l’attenzione della folla.
Ruoto gli occhi a destra, a sinistra, di fronte, sbircio le persone attorno. Mi sembrano ventenni di origine asiatica, sudamericana e nordafricana. Alcuni più giovani, raccolti in gruppetti di quattro o cinque, avranno quindici, sedici anni al massimo. Nessuna delle facce che intravedo e delle voci che sento mi sembra italiana.
Imboccata via Mercanti, mi bastano pochi passi per lasciarmi alle spalle la bolgia dark che ho appena superato e ripiombare in una specie di deserto urbano.
La strada è vuota, poco illuminata. Lame di luce che salgono dal basso rubano al buio porzioni dei muri del Palazzo della Ragione e del Palazzo dei Giureconsulti.
L’unica presenza umana che incrocio è un clochard che dorme sotto coperte e cartoni nello spazio riservato agli sportelli bancomat della Barclays. La striscia di cielo sopra gli edifici è nera e uniforme.
Mentre percorro via Dante, i botti che appena prima mi assordavano diventano un’eco debole, un rumore attenuato e distante.
Allungo il passo, voglio uscire da questa terra di mezzo, dal tratto di strada che unisce il Duomo al Castello Sforzesco.

Quando entro in largo Cairoli vedo sullo sfondo il Castello, la sua sagoma scura, larga e imponente, con il grande portale, sovrastato dalla torre del Filarete.
Alla consueta illuminazione notturna che dal basso rischiara e mette in rilievo le merlature, si aggiungono fasci di luce natalizi bianchi e sfavillanti, simili a cascate o a piccoli torrenti che scendono lungo le mura.
Qui la città è uguale a se stessa, non è trasfigurata dal demone della festa. Tutto è tranquillo, lo spirito del luogo trasmette una serenità relativa. Davanti al Castello ci sono tre chioschi ambulanti, gruppi di uomini e donne, che parlano ad alta voce e bevono birre in bottiglia. Quattro o cinque sono seduti per terra, già straniati e fiaccati dall’alcol.
Sotto al Castello e più giù, in largo Cairoli, ci saranno un centinaio di persone, forse meno. Guardarle mi basta per riprogrammare la mia percezione delle cose, per dimenticare il caos dei fuochi e la città metamorfica di poco fa.
Mi sento quasi bene, se non fosse che comincia a pesarmi il fatto di essere da solo, mentre tutti gli altri intorno a me sono insieme ad altre persone, ad amici, a gente che conoscono e con cui parlano, a cui dicono cose intelligenti o stupide, divertenti o banali, a cui possono sorridere. Ma io sono più libero di loro. Posso restare qui o spostarmi per la città fino a quando ne ho voglia e non mi viene sonno. Sono libero di non fare niente, o di non fare nulla di speciale. E però anche io, come gli altri, mi trovo nell’universo materiale e culturale di questa città, nella storia strana di questo frammento di Occidente, dove per molti un’abbondanza relativa di cose e di risorse coesiste con l’idea di un futuro nebuloso.

(continua in libreria…)

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