"Penso che sarei dovuta nascere due milioni e mezzo di anni fa e fare la madre preistorica. Mi ci sarei vista benissimo con il pelo selvaggio e niente reggiseno con il ferretto... e non avrei dovuto tenere pulita e ordinata la mia caverna in attesa degli ospiti". Torna l'ironia della "mamma ribelle" Giada Sundas

Quando mi dicono che la maternità al giorno d’oggi è una passeggiata in confronto al passato, rimango sempre un po’ perplessa. Certo, la sanità, la tecnologia e l’informazione sono nostre preziose alleate e ci danno la possibilità di condurre vite più dignitose, ma il progresso ha davvero semplificato la nostra vita?  Io penso che sarei dovuta nascere due milioni e mezzo di anni fa e fare la madre preistorica. Mi ci sarei vista benissimo con il pelo selvaggio e niente reggiseno con il ferretto.

Avrei condotto una vita semplice, al limite della sopravvivenza. Avrei lottato a sangue per una manciata di bacche invece che per l’ultima taglia in saldo. Avrei saltato volentieri tutta la trafila per la scelta del giusto partner, i mille dubbi per capire se fosse quello giusto per me e se avrei voluto invecchiare con lui. Avrei semplicemente preso un ominide qualunque, senza dare peso al suo aspetto fisico o la sua capacità di portare le buste della spesa in un unico giro. L’avrei scelto tra tanti selezionando quello più peloso per risparmiarmi la fatica di conciare troppe pelli per coprire i nascituri. La genetica mi avrebbe dato bambini termoresistenti. La fecondazione sarebbe stata casuale dopo un paio di brevi preliminari costituiti da ripetuti colpi di clava e non avrei dovuto preoccuparmi di contare i giorni dell’ovulazione o pisciare sugli stick ogni giorno. Certo, avrei passato giornate a togliermi le piattole, ma le avrei poi mangiate. Ci avrei comunque guadagnato.

Avrei atteso il mio brufolo premestruale per un paio di lune e non vedendolo arrivare avrei capito di essere incinta. Avrei trascorso una gravidanza felice, senza l’ansia di non poter accarezzare i felini per non contrarre la toxoplasmosi. Se mi fossi imbattuta in un felino quello mi avrebbe semplicemente sbranata. Non ci sarebbero stati esami del sangue mensili né curve glicemiche e tantomeno morfologiche e non avrei dovuto avere a che fare con il personale sanitario, al massimo qualche fattucchiera improvvisatasi con miscugli di ortiche e foglie di lampone.

Non avrei dovuto fare shopping nei negozi per bambini e sudare sette pelli di mammut per montare un side bed da centoventimila pezzi, per poi scoprire che non sarebbe mai stato usato. Avrei nutrito mio figlio con le mie tette penzolanti e messo a dormire su un letto di foglie secche senza ricami a punto croce. Al massimo un paio di graffiti decorativi a forma di pene se fosse stato maschio e di pistacchio se fosse stata femmina, perché non sono mai stata brava a disegnare. Non avrei perso giornate intere per scegliere il nome giusto, quello più originale, più alternativo, più melodico; l’avrei chiamato a me strillando più forte possibile (metodo ancora utilizzato…).

Avrei partorito appartandomi da sola in una caverna e urlando in santa pace. Certo, avrei avuto buone probabilità di attirare l’attenzione dei predatori e morire sbranata, avrei anche avuto il cinquanta per cento di possibilità di morire di complicanze da parto o in seguito per una qual si voglia infezione alle ferite, però mi sarei risparmiata una decina di mani diverse sopra e dentro di me. Avrei tagliato il cordone con i denti come faccio ora con i pezzettini di scotch e lanciato la placenta al mio coyote domestico.

Non avrei dovuto tenere pulita e ordinata la mia caverna in attesa degli ospiti venuti per vedere il nuovo arrivato con le tutine di marca perché non sarebbe fregato a nessuno, come per noi l’arrivo del secondo figlio. Ricordo che prima di partorire avevo tirato a lucido la casa e promesso a me stessa che l’avrei solo “mantenuta”, per non dover mai più fare maratone di pulizie. Ancora adesso mi viene da ridere. Quando qualcuno suonava il campanello spazzavo alla veloce il pavimento nel tempo di salita delle scale. Una volta, per tirare su la linea di polvere che era rimasta tra scopa e paletta, passetto dopo passetto, quando ho tirato su la testa ero in Moldavia.

Avrei cacciato la tetta in bocca al bambino a ogni gné senza che nessuno mi dicesse che lo stavo viziando o che lui lo faceva di proposito perché era un essere malvagio e furbo che aveva capito come ottenere quello che voleva. Un neonato che piange perché vuole la tetta, incredibile. Che razza di mostro doppiogiochista avevo messo al mondo? Non sarei dovuta andare tutti i mesi a fare il bilancio di salute dal pediatra, avrei monitorato il suo stato di salute a occhio. Se si svegliava ogni mattina era okay. Non avrei dovuto preparare brodini e cremine da svezzamento, gli avrei messo in mano una banana. Soprattutto, ultimo ma non meno importante, mi sarei risparmiata l’ingresso nei gruppi di maternità su facebook dove ogni mattina ci si dà il buongiorno con la foto di un pannolino aperto…

L’AUTRICE – Giada Sundas è una giovane madre molto seguita in rete. Sui social racconta la sua esperienza di “madre imperfetta ma imperterrita” con freschezza e ironia. Il suo romanzo d’esordio, edito da Garzanti, si intitola Le mamme ribelli non hanno paura, e racconta la storia di Giada dal giorno in cui la piccola vita di Mya, sua figlia, ha cominciato a crescere dentro di lei.

Qui tutti gli articoli di Giada Sundas per ilLibraio.it.

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