Marco Rossari, che ha curato la raccolta "Racconti da ridere" e la nuova traduzione di un classico di Dickens, "Il circolo Pickwick", racconta a ilLibraio.it il suo legame con l'umorismo, "uno sguardo sul mondo che si acquisisce fin da piccoli, a partire dalla famiglia". E riflette sui classici della letteratura che ci fanno ridere ancora oggi, oltre che sugli autori contemporanei che rappresentano un riferimento (Stefano Benni, David Sedaris, Umberto Eco...). Infine, discute del rischio (molto italiano) di un "umorismo neutro", semplificato... - L'intervista

“Il ridicolo è presente in ogni cosa”. Ne è convinto lo scrittore e traduttore Marco Rossari, ora in libreria con due opere diverse tra loro, accomunate non solo dalla contemporaneità dell’uscita e dall’editore (Einaudi). Rossari ha curato la raccolta Racconti da ridere, in cui ha riunito storie brevi di grandi della letteratura di tutti i tempi seguendo un unico filo conduttore, l’umorismo. Tra gli autori selezionati, Stefano Benni, Umberto Eco, ma anche Margaret Atwood con un racconto finora inedito, Mark Twain e P. G. Wodehouse. L’altro libro che vede la partecipazione di Marco Rossari come traduttore è la nuova edizione de Il circolo Pickwick di Charels Dickens, un caposaldo della letteratura umoristica.

Rossari, nell’introduzione a Racconti da ridere cita Democrito, secondo cui “è inevitabile ridere degli uomini”…
“Il ridicolo è presente in ogni cosa. Spesso chi mi conosce mi chiede perché debba sempre metterla sul ridere, anche nei miei libri. La risposta è che per me è inevitabile trovare un risvolto umoristico. Si tratta di uno sguardo sul mondo che si acquisisce fin da piccoli, a partire dalla famiglia. Ho riso spesso dei miei parenti, e loro di me”.

L’umorismo non rischia di essere sottovalutato e di essere visto come una via per semplificare e banalizzare i contenuti?
“Viviamo in un periodo di sovraesposizione: basta accendere la tv per trovarsi inondati da un umorismo liofilizzato e banale. Niente a che vedere con quello di molti comici americani, sferzante e politicamente scorretto”.

In Italia, invece?
“Da noi c’è stato un boom di umorismo neutro, che ha creato l’equivoco. Far ridere, in realtà, è una cosa seria. Pensiamo a Charlie Chaplin in Tempi moderni: l’operaio schiacciato dagli ingranaggi della macchina che ha costruito lui stesso racconta l’alienazione meglio dei trattati di Marx e Engels. Oppure Buster Keaton, una figura malinconica, che faceva ridere come pochi altri”.

L’umorismo sembra trascendere il tempo, altrimenti come potremmo ridere ancora del Circolo Pickwick?
Il circolo Pickwick è una macchina comica: personaggi pasticcioni, situazioni esilaranti, un protagonista proverbiale che ormai è diventato sinonimo di umorismo… Ci sono scene che rimangono nella memoria del lettore e che sono capaci di far ridere sempre. Una prerogativa dei grandi, infatti, è continuare a far ridere anche dopo decenni o secoli”.

Ci sono classici che non vedono completamente riconosciuto il loro valore umoristico?
Le avventure di Huckleberry Finn è uno di questi: un romanzo ribelle, ma neutralizzato e relegato all’ambito dell’infanzia. In realtà è un’opera dalla forza politica dissacrante, in cui il protagonista si oppone alla società, irride ogni disciplina e supera perfino quello che era il grande limite della sua epoca in America, il razzismo, facendo amicizia con lo schiavo Jim”.

Chi sono invece gli autori contemporanei che potrebbero diventare grandi classici dell’umorismo?
“Tra gli italiani Stefano Benni e Umberto Eco, entrambi ospitati nell’antologia. Di Eco, che in realtà è già un classico, c’è una parodia di Lolita in cui il protagonista, Umberto Umberto, è attratto dalle parchette, ossia dalle ottuagenarie. Penso anche a David Sedaris, che dà esempio della sua capacità comica con un racconto perfido sul buonismo”.

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