Quando si parla del 1968 italiano (di cui ricorre il cinquantenario) non si può non pensare alla figura di Mario Capanna, leader studentesco di quegli anni "formidabili", che torna in libreria con "Noi tutti" - Su ilLibraio.it un estratto

Quando si parla del 1968 italiano (di cui ricorre il cinquantenario) non si può non pensare alla figura di Mario Capanna, leader studentesco di quegli anni “formidabili”, poi parlamentare europeo e deputato, scrittore, giornalista pubblicista e, in seguito, anche coltivatore diretto e apicoltore.

Capanna, classe ’45, autore di un libro cult come Formidabili quegli anni, torna ora in libreria per Garzanti con Noi tutti, un bilancio a mezzo secolo di distanza, in cui tante cose sono cambiate, anche nella vita dell’autore di Città di Castello.

“Un ‘nuovo Sessantotto’ non basterebbe: occorre qualcosa di più e di meglio, se gli esseri umani vogliono avere un futuro”, spiega nel libro Capanna, come detto uno dei grandi protagonisti di quella gloriosa (e discussa) stagione di protesta, che nel saggio torna a confrontarsi con le conquiste e le delusioni di un movimento che voleva cambiare il mondo.

Il suo bilancio è ineluttabilmente in chiaroscuro, ma ancora oggi nell’ex leader sessantottino non viene meno la fiducia nella possibilità di creare una società più giusta e la convinzione dell’attualità di quel messaggio di speranza. Perché, pur scontrandosi contro una globalizzazione che aumenta drammaticamente le disuguaglianze, c’è ancora una lezione che le nuove generazioni possono imparare da quegli anni carichi di speranza e vitalità, ed è riassunta in un pronome: noi. Per Capanna, infatti, è solo con la capacità di andare oltre l’individualismo, con la forza di ragionare insieme per migliorarsi, con l’impegno a procedere aldilà dell’isolamento che è ancora possibile costruire un futuro per noi, per il pianeta che abitiamo, e per tutti quelli che verranno.

Capanna-Noi tutti

Su ilLibraio.it per gentile concessione della casa editrice proponiamo un estratto dal saggio

«Il 1968 fu un rasoio che separò il passato dal futuro»: così, nel gennaio 1988, scriveva la celebre rivista americana «Time», dedicando la copertina agli avvenimenti di vent’anni prima.

L’editorialista Lance Morrow definiva mirabilis quell’anno, non solo per la sequenza degli eventi, e per la loro ampiezza nel mondo, ma soprattutto «per la sua intensità, l’energia che c’era nell’aria».

Nel 2018, a mezzo secolo di distanza, è importante fare un bilancio. La distanza temporale è congrua: dopo cinquant’anni si aprono anche gli archivi degli stati. Il bilancio è utile, sia per valutare la strada percorsa da allora sia per meglio immaginare come proseguire. Il Sessantotto è stato come un vento impetuoso: ha trasportato e diffuso semi in ogni direzione. Sì che il giudizio di «Time» va, almeno in parte, rovesciato: più che una lama che separa il passato dal futuro, il Sessantotto è un filo che collega il passato al futuro attraverso uno sconvolgimento di paradigmi, per cui, da allora, nulla è più stato uguale a prima.

[…]

Il Sessantotto, nella sua simultaneità planetaria, è l’umanità che, per la prima volta, si erge a testimone della propria condizione e di quella del mondo. È la coscienza globale che affiora. E indica una totalità altra di riferimento. «Un altro mondo è possibile», si disse allora e si è ripetuto in seguito.

Non una possibilità teorica, ma pratica, in quanto si è cominciato a sperimentarla per opera di milioni di donne e di uomini. Da questo punto di vista, l’importanza maggiore del Sessantotto è che c’è stato: perché, da allora, l’umanità sa, per diretta esperienza vissuta sotto ogni cielo, che cambiare il corso delle cose, e delle vicende storiche, è possibile. Certo, per diversi aspetti, lo si sapeva anche da prima,

ma dai libri. Avevano cominciato a dircelo Platone, poi Gesù Cristo, poi i filosofi utopisti, poi Marx e altri. Ma la novità, radicale e inedita, è che dal 1968 lo sappiamo perché abbiamo iniziato a viverlo noi.

Non sognare il cambiamento, né semplicemente descriverlo, ma cominciare a costruirlo, insieme.

Ecco la ragione di fondo per cui le idee di allora si prolungano nel tempo, e perché il Sessantotto si staglia come uno spartiacque della storia.

[…]

Fa impressione, anche a mezzo secolo di distanza, osservare la repressione, generalizzata e sistematica, che in ogni continente i poteri scatenarono contro il Sessantotto planetario, come ubbidendo a un comune riflesso condizionato. La reazione fu ovunque analoga, da parte dei governi, dei parlamenti, degli stati, dei regimi «democratici» come di quelli a partito unico. Fino a ricorrere agli assassinii (Martin Luther King, Bob Kennedy, l’attentato a Rudi Dutschke a Berlino Ovest), alla minaccia di colpo di stato (De Gaulle in Francia), alle leggi eccezionali (Germania Ovest), agli eccidi (Città del Messico), agli arresti di massa (Brasile), all’impiego dell’esercito in Cina per porre fine alla rivoluzione culturale, ai carri armati (Praga), ai bombardieri (Vietnam), alle stragi – in Italia la strage di stato di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, proprio al termine del biennio di grandi trasformazioni, e le nefandezze della successiva strategia della tensione. Chi non considera – dimentica? – le gravi implicazioni derivanti dalla illegale reazione dei poteri, e dunque ragiona prescindendo dal contesto storico reale, è condannato a dire stupidaggini soggettivistiche sul Sessantotto. In cinquant’anni hanno pullulato in articoli e libri. Ed è immaginabile che continueranno. Si potrebbe obiettare: la reazione dei poteri contro il Sessantotto, sebbene esecrabile, non dimostra che cambiare il mondo è, in definitiva, impossibile? Nient’affatto, per almeno due ragioni. La prima: molti furono i cambiamenti comunque realizzati, come si è visto, e altri si sarebbero succeduti nel tempo (la coscienza dei diritti e, in generale, dello spirito critico, si è accresciuta). L’altra ragione è di ordine storico: i mutamenti epocali possono sì essere frenati, deviati, fermati per un certo tempo, ma non arrestati definitivamente.

[…]

Lungi da me ritenere e considerare il Sessantotto come… l’età dell’oro… Anche perché ci furono molti limiti e svariati errori, dall’eccesso di ideologismi a talune semplificazioni analitiche, dalla sottovalutazione, a volte, delle forze avversarie alla sopravvalutazione di quelle dei movimenti di lotta ecc. Resta, però, intatto e prevalente, il punto centrale: il Sessantotto si staglia come il precedente inedito verso il futuro umano.

Un precedente per nulla conchiuso e autosufficiente. Richiede, anzi, di essere oltrepassato da qualcosa di più completo e di più efficace: un nuovo, generalizzato (som)movimento delle coscienze, capace di affrontare e risolvere le contraddizioni più lancinanti della contemporaneità. Come sempre accade nella storia, il precedente, in quanto epifania di significati, aiuta a capire meglio l’oggi e il domani.

Ma, va da sé, che bisogna andare oltre e ancora più lontano. Un «nuovo Sessantotto» non basterebbe: occorre qualcosa di più e di meglio, se gli esseri umani vogliono avere un futuro.

(continua in libreria…)

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