"Mektoub My Love - Canto uno" di Abdellatif Kechiche, tratto liberamente dal libro "La ferita, quella vera" di François Bégaudeau, racconta l'estate di Amin, un ragazzo di appena 20 anni che torna nella sua piccola città di mare e si confronta con un mondo completamente diverso dal suo - L'approfondimento dedicato a un film lungo, erotico e carnale, firmato dal regista de "La schivata", "Cous cous" e "La vita di Adele"

Agosto, 1994. Sète è una piccola località di mare nel Sud della Francia, dove le persone passano le giornate in spiaggia e le serate in giro per locali a bere e ballare. È qui che torna Amin, per trascorrere le vacanze estive insieme alla famiglia e ai vecchi amici. Ha appena vent’anni e ha interrotto gli studi di medicina per dedicarsi alle sue passioni: la fotografia e le sceneggiature.

Quando arriva, a Sète c’è un sole accecante, che indebolisce i contorni di ogni cosa. A Parigi, dove vive adesso, è diverso: lì “è tutto in bianco e nero”. Il film si apre con due citazioni significative e apparentemente poco legate a un film così erotico e carnale, provenienti dal Vangelo di Giovanni e dal Corano: “Dio è la luce del mondo”, “Luce su luce, Dio guida verso la luce chi vuole Lui”.

Ma è proprio la luce l’elemento – visivo e tematico – che tiene unito Mektoub, My Love di Abdellatif Kechiche, presentato all’ultima Mostra di Venezia e tratto liberamente dal libro La ferita, quella vera (Einaudi Stile Libero) di François Bégaudeau (l’autore de La classe).

Con il romanzo, il film ha in comune l’ambientazione provinciale, il periodo estivo e l’ossessione per la pelle e i corpi. I due protagonisti, però, sono distanti. François ha 15 anni e due pensieri martellanti in testa: il primo è il suo credo comunista, il secondo il bisogno urgente di perdere la verginità. A differenza di Amin, che è discreto e silenzioso, e ancora “innocente”: vorrebbe vivere la sessualità ma non ci riesce, e preferisce passare i pomeriggi a sviluppare le foto nella sua camera oscura, o in un ovile a filmare il parto di una pecora (infatti, come lui stesso dice, la sua sceneggiatura parla proprio di un agnello).

la ferita quella vera

Ma Amin è diverso anche da tutti gli altri personaggi del film, dai cugini spavaldi all’amico Tony, seduttore e amante esperto. Le ragazze si limita a guardarle, a desiderarle da lontano. Sembra l’unico a cui l’estate non faccia venire voglia di spogliarsi e di ballare, mentre la madre continua a ripetergli: “esci, divertiti”. E allora Amin esce, va in spiaggia e in discoteca eppure, nonostante vi sia immerso, non fa parte di quel mondo (proprio come Adele non aveva nulla in comune con la cerchia di amici artisti di Emma, o come la Venere nera era esclusa dalla società di uomini bianchi).

Amin è il protagonista del film, ma, tra tutti, è l’unico a rimanere completamente passivo (il che appare una contraddizione, dato che la caratteristica del personaggio principale dovrebbe essere quella di portare avanti l’azione). Subisce tutto ciò che gli succede, rimane in silenzio di fronte ai monologhi degli altri personaggi e, soprattutto, aspetta.

La sua immobilità genera due effetti contrastanti: se da una parte esprime una forte tensione erotica, dall’altra contribuisce a rendere il ritmo del film molto lento. Infatti, non è tanto la lunghezza dell’ultima opera del regista tunisino naturalizzato francese (autore, tra gli altri, de La schivata e Cous cous) a mettere alla prova lo spettatore, quanto la sua durata. Il problema non è restare davanti a uno schermo per 180 minuti (anche perché ormai le serie tv hanno abituato a sessioni molto più impegnative), ma riuscire a rimanere attenti davanti a una narrazione che non procede mai, che si ferma e si dilata in scene lunghissime. Scene esteticamente belle e sensuali, ma protratte così tanto da ristagnare, con dialoghi che sembrano non portare da nessuna parte. Va però aggiunto che se, in un primo momento, la visione del film può risultare estenuante, alla fine anche quest’immobilità rivela una funzione narrativa, perché non fa altro che rispecchiare il carattere del protagonista, che non riesce mai ad agire e che osserva il mondo con l’attesa che qualcosa accada, esattamente come lo spettatore osserva il film.

Commenti