Tornano in una nuova edizione le pagine autobiografiche di Virginia Woolf scritte fra il 1907 e il 1940: "Momenti di essere" offre uno squarcio unico sulla vita e sull’opera della scrittrice. L’io della grande autrice è, sì, pervasivo, eppure non è mai autoriferito, dà quasi l’impressione di diluirsi nel mondo e nella socialità a lei circostante - L'approfondimento

“Perché aveva una grande varietà di io a cui fare appello, molti più di quelli a cui siamo stati qui in grado di dare spazio, del resto una biografia si considera completa se dà conto anche solo di sei o sette io, là dove una persona può possederne diverse migliaia”.

Così si legge verso la fine di Orlando di Virginia Woolf: immensa biografia fantastica e riflessione sulla natura prismatica dell’identità di un individuo. Nel corso della sua carriera di scrittrice, Woolf ha riflettuto sui modi in cui una vita può essere riportata letterariamente sulla pagina scritta: dall’articolo del ’27 The new biography, agli esperimenti con le sue opere “freak”, Orlando e Flush, dalle riflessioni sull’assenza di biografie femminili nella Stanza tutta per sé ai libri di memorie e biografie di cui era avida lettrice – e d’altronde, suo padre, Leslie Stephen, era il curatore del Dictionary of National Biography, e con questa eredità Woolf dovrà fare i conti. Scrive una mole infinita di diari (raccolti in cinque volumi per un totale di 1998 pagine), mette insieme altrettanti album fotografici e, a completare questo mosaico, alcuni scritti autobiografici non facilmente classificabili, raccolti nel 1976 da Jeanne Schulkind sotto il titolo di Moments of Being.

Momenti di esserecosì suona la traduzione italiana – dopo la prima edizione del 1977 pubblicata da Laura Lepetit per la Tartaruga editrice, torna in libreria, grazie a Ponte alle Grazie, con la nuova curatela di Liliana Rampello (che firma anche la bella introduzione) e una trentina di pagine inedite tradotte da Sara Sullam.

Momenti di essere è una raccolta davvero particolare: cinque scritti, verosimilmente non pensati per la pubblicazione, e che pure si leggono come pagine di un romanzo. E romanzo, forse davvero, è la parola più adatta perché queste pagine autobiografiche dell’autobiografia tradizionale davvero hanno poco: in una lettera a Ethel Smyth Woolf scrive che “non c’è mai stata l’autobiografia di una donna. Niente di paragonabile a Rousseau”.

Niente di paragonabile a Rousseau davvero, in questi momenti di essere: scene e frammenti di un racconto familiare e sociale, oltre che individuale e personalissimo, che cercano di inseguire quell’interminabile e “incongrua processione che è la vita”, con l’umorismo degli inciampi, gli aspetti grotteschi e solenni dei rapporti, l’ironia felice nei confronti di se stessa, il dolore e l’emozione, talvolta l’estasi. Frammenti che, se pure talvolta sembrano irrelati, si ritrovano sempre per comporre un mosaico. È la stessa Woolf, nel primo di questi scritti, Reminiscenze, a sottolineare che: “Se cerco di vedere com’era tua madre, mi rendo conto con maggiore chiarezza come la vita di ciascuno sia un mosaico di pezzi e come per capire una persona occorra considerare come un pezzo sia compresso e l’altro incavato e un terzo si espanda, e nessuno sia realmente isolato”.

Eppure mettere a fuoco, scriverlo, questo mosaico è estremamente complicato: non basta chiamarlo un “rapido schizzo” (così si intitola il secondo pezzo) per risolvere i problemi: come organizzare i propri ricordi, come traslarli in una forma – e quindi quale senso dare alla memoria – come trasformare un’esperienza sensoriale in una sequenza di parole.

Il modo che sembra trovare Woolf per inseguire il flusso della memoria e per ritracciare il prisma di un’identità è proprio quello di una scrittura prismatica, che non vuole ricostruire una vita, “gli eventi significano molto poco”, così si legge a un certo punto, quanto piuttosto rievocare una sensazione, riprodurre una percezione, raccontare non la storia, ma l’effetto che fa averla vissuta e ricordarla.

I Momenti di essere, infatti, sono un libro di movimenti, di movimenti del pensiero, di avvicinamenti e spostamenti dello sguardo, di un dinamismo sensoriale, quasi sensuale, e di un costante mutare dell’identità di Woolf e delle persone che in queste pagine vengono costruite (i suoi familiari, Vanessa Bell, soprattutto, la madre e il padre, ma anche gli amici, il circolo di Bloomsbury). E l’io della scrittrice è, sì, pervasivo – di scritti autobiografici si tratta, d’altro canto – eppure non è mai autoriferito, dà quasi l’impressione di diluirsi nel mondo e nella socialità a lei circostante. Più alla bidimensionalità di un mosaico, allora, si deve pensare proprio a un caleidoscopio, o meglio a un mosaico guardato attraverso un prisma.

È la stessa Woolf a scrivere che i termini “visione”, “immagine” non sono adeguati, perché alla scena devono aggiungersi il senso del movimento e del mutamento, il suono delle onde che si rifrange o quello della tenda che strascica a terra. Si devono “udire gli spruzzi; vedere la luce”. Si devono riprodurre i sensi che danno i ricordi: “mi dà un senso di caldo; come se ogni cosa fosse matura; cantilenante; fosse di sole; sapesse di tanti odori insieme”.

Ed ecco allora l’affrettarsi di metafore e similitudini per cercare di ricreare gli stati d’animo, un rapporto sensoriale con il ricordo e la memoria. Che diventa così, a sua volta, una forma di movimento: non un’immagine immobile da ricreare o rimpiangere, ma “epifania, rivelazione, visione“, così scrive Liliana Rampello, e quindi modificabile “per ragioni artistiche”: cioè per dare un senso ulteriore, non di abbellimento o di convenienza, ma proprio di significato di un’esperienza. Ed ecco allora il titolo: “momenti”, perché non sono semplici immagini o ricordi, ma davvero dei momenti che “posseggono ancor oggi più realtà del presente” proprio perché si risolvono in indagini e racconti non su cos’è stata una vita, ma su quello che una vita può essere.

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