"Santiago, Italia" ha il pregio di puntare il riflettore su un segmento della Storia rimosso, di stimolare la curiosità e la conoscenza, di far parlare le voci di molti e non un solo punto di vista - L'approfondimento

“Io non sono imparziale”. Nel documentario di Nanni Moretti ora nelle sale, quell’autore di cui Mario Monicelli lamentava, non senza fondamento, la presenza ingombrante davanti alla macchina da presa, cogliendo un protagonismo narcisistico che rischiava di mettere in ombra il resto, qui decide saggiamente di fare un passo indietro. Lo fa, tuttavia, rivendicando fin dall’inizio, dalla locandina che vede il regista sulla città, e poi nella suddetta dichiarazione/incursione (il cinema di Moretti è segnato delle sue frasi che diventano proverbiali), un punto di vista non neutrale. Un punto di vista, appunto. Etico ed estetico.

Dunque la rievocazione di quei giorni incredibili intorno all’11 settembre del 1973 in Cile, la tragica vicenda dell’attacco militare del palazzo della Moneda e le conseguenze della morte di Allende e del suo progetto di cambiamento, il governo militare e la persecuzione degli oppositori politici da parte della giunta militare, sono raccontati attraverso le testimonianze dei sopravvissuti di quei giorni, ma anche intervistando i militari, con una sensazione di disagio e distacco che transita in maniera penetrante nello spettatore.

Fuori inquadratura quasi sempre, Moretti interroga ma soprattutto si pone all’ascolto, rispettando le emozioni, racchiusa soprattutto nelle pause, i punti di vista singolari degli intervistati, che vanno a comporre, come un mosaico, completato dalle immagini di repertorio la cronaca di quei giorni, in una maniera molto classica, la cui forza autoriale si percepisce per sottrazione e e nella misura (scelta coerente dopo la riflessione sulla leadership, e forse anche sulla regia, di Habemus Papam).

Per raccontare quei giorni, l’autore di Caro diario decide poi di focalizzarsi sul ruolo dell’ambasciata italiana che, complice un muro di cinta particolarmente basso e una disposizione all’accoglienza decisamente più alta, diventa il rifugio per più di duecento perseguitati politici in quelle settimane. Storia meno nota, che si traduce in tanti legami personali poi duraturi di espatriati che poi intratterranno col nostro Paese un rapporto oggi ancora vivissimo e significativo, acquisendo, varcando quel muro (per una volta simbolo di un possibile percorso di libertà) una nuova identità e una scoperta fratellanza.

Certo, è stato notato, non è difficile stare dalla giusta parte, dovendo scegliere fra le persecuzioni della dittatura e chi fugge da tortura e morte. E forse, vedendo il film di Moretti, il sospetto di un certo manicheismo e di un grado di semplificazione ideologica viene pure (soprattutto nell’idealizzazione del prima), ma il merito di questa pellicola è di opporre a un documentarismo puramente a tesi e palesemente manipolatorio alla Michael Moore un cinema della realtà e dell’ascolto che, nonostante la parzialità e i limiti di ogni ricostruzione, si apre alla complessità dei fatti storici. Attraverso le singole testimonianze non si potrà né si pretende una ricostruzione storica oggettiva, e quei parallelismi con l’attualità europea sul fronte migrazione e spinte sovraniste (si tratta di numeri e contesti profondamente diversi) sanno un po’ di forzatura, ma Santiago, Italia ha il pregio di puntare il riflettore su un segmento della Storia rimosso, di stimolare la curiosità e la conoscenza, di far parlare le voci di molti e non un solo punto di vista. È questo sguardo aperto e molteplice, in tempi di pensiero unico e semplificatorio, propagandistico e tagliato con l’accetta, che appare la lezione preziosa e salutare di questo progetto, per quanto minore non mancato, perfino necessario, di Nanni Moretti.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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